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Da vice-parroco al Tiburtino alla scelta dei poveri

Don Emilio successivamente venne nominato vice-parroco nella parrocchia di San Giuseppe Artigiano nel quartiere Tiburtino a Roma. Qui vide nascere attorno a sé un gruppo di giovani colpiti dalla sua predicazione.
Il quartiere Tiburtino
L’impatto con il giovane sacerdote e con l’annuncio della Parola determinò in loro un primo cambiamento, passando dall’indifferenza, in cui erano vissuti fino a quel momento, all’impegno nel quartiere e nella parrocchia, e dando vita ad una serie di attività sociali e caritative.
La baracca di Emilio al borghetto Alessandrino
Emilio, con una scelta maturata in solitudine, decise nel 1969, con il permesso dell’allora Vicario di Roma, il Card. Dell’Acqua, di trasferirsi a vivere tra i baraccati del borghetto Alessandrino al Quarticciolo, in una situazione di estrema povertà ed emarginazione.

Lasciando i giovani della parrocchia, scrisse loro una lettera (Lettera ai Tiburtini) che costituisce uno dei fondamenti dell’identità della Comunità.

In quel periodo a Roma era molto diffuso il fenomeno costituito dalla presenza di grossi agglomerati di baracche. Il borghetto Alessandrino era nato in seguito all’occupazione di alcuni terreni da parte di immigrati provenienti dal Sud dell’Italia. Comprendeva oltre 300 famiglie
.

Quella di Emilio per i poveri fu prima di tutto una scelta di radicalizzazione evangelica. Essa si concretizzava e si sviluppava cambiando l’esistenza di lui in relazione alla situazione storica di quei baraccati, pur mantenendo sempre ferma e presente la propria identità di prete cattolico. La sua voleva essere una presenza in mezzo ai poveri per liberare la parola di Dio, l’unica che potesse portare alla vera liberazione e alla costruzione dell’oggi, per degli uomini e dei volti concreti.

baracca3Lentamente, diversi giovani, tra cui alcuni del gruppo della parrocchia al Tiburtino, lo raggiunsero tra i baraccati, lasciando le loro famiglie, gli studi e le professioni precedenti.
Vivevano in povertà, alcuni lavoravano, altri facevano scuola ai bambini della borgata.
Iniziò così a svilupparsi una nuova esperienza ecclesiale dove si esprimeva la radicalità di una vita che poneva al centro Dio e le esigenze del Vangelo, a partire dai più poveri con cui Cristo si è identificato.


I poveri delle baracche chiamarono Emilio “Padre” e il gruppo di giovani che con lui vivevano divennero i “Monaci del Padre”.
Nel 1972, quando il Comune di Roma assegnò ai baraccati delle case popolari, Emilio, con la Comunità, si trasferì in due monasteri abbandonati dell’Umbria per vivere un periodo di attesa.
Con la nascita della Comunità, grandi furono le difficoltà, gli ostacoli e i tentativi di soffocare l’esperienza nascente.

Rileggendo quegli anni, a distanza di un quarto di secolo, Emilio scrisse una lettera ad un giovane membro della Comunità  "Cara Mariangela" , successivamente pubblicata nel libro All’alba del Terzo Millennio. Sorgenti perenni e vissuto quotidiano della missione.

Questa nuova realtà ecclesiale fu riconosciuta nel 1981 e nel 1983 con il nome di Comunità Redemptor hominis.

 
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Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
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