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Educati dalla Parola, chiamati ad educare/1

Intervista a Mons. Enrico Solmi, Vescovo di Parma


 

Mons. Enrico Solmi è Vescovo di Parma dal marzo 2008. Nato nel 1956 in provincia di Modena, ha conseguito il Dottorato in Teologia Morale presso l'Accademia Alfonsiana e la specializzazione in Bioetica all'Università Cattolica di Milano.

Dal 1986 ha insegnato allo Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia. Ha ricoperto diversi incarichi nella sua diocesi di origine ed è stato anche Direttore dell'Ufficio regionale di Pastorale Familiare dell'Emilia-Romagna.

In occasione del mio recente soggiorno nella diocesi di Parma, di cui sono prete fidei donum, Mons. Enrico Solmi mi ha gentilmente accordato un'intervista, alcune settimane prima dell'inizio del nuovo anno pastorale. Volentieri la pubblichiamo, in due parti, per i nostri lettori.

 

 

ü   Il piano pastorale della diocesi di Parma per il prossimo triennio è sintetizzato nell'espressione La comunità cristiana, educata dalla parola, chiamata ad educare. Cosa l'ha condotta a tale orientamento?

Dal mio arrivo a Parma, i sacerdoti della diocesi mi hanno esortato a riflettere su un piano pastorale di lungo respiro. Ho iniziato così ad incontrare gli operatori pastorali per definire insieme il futuro dellaMons. Enrico Solmi nostra diocesi. Si è aperto un dialogo nelle varie zone dove ho avuto un'esperienza molto positiva in colloquio con numerosi fedeli, soprattutto laici. Questi scambi sono stati rielaborati ed hanno portato in emergenza, come denominatore comune, la tematica della comunità cristiana che è educata dalla parola di Dio e che è chiamata ad educare a sua volta. Abbiamo avuto, in seguito, assemblee di laici, di religiosi e religiose, di presbiteri che hanno ulteriormente approfondito il tema. Tutto il materiale raccolto converge nella lettera pastorale che, in questo primo anno, mette l'accento soprattutto sulla comunità cristiana e nei prossimi anni si soffermerà sulla sua vocazione educativa.

Riguardo alla comunità cristiana, si sente soprattutto l'esigenza di una pastorale integrata, cioè di relazione e di dialogo fra tutte le sue componenti: le parrocchie, le associazioni, i religiosi, le religiose.

Quanto all'importanza dell'aspetto educativo, non occorrono grandi spiegazioni per coglierne la pertinenza. È sotto gli occhi di tutti la difficoltà di convergere su una comune visione della persona umana e della sua crescita. Questi dati fondamentali, patrimonio indiscusso di tante generazioni passate, ora sono profondamente in crisi. Le conseguenze portano a grandi vuoti nella crescita delle persone e nel tessuto sociale. Basti pensare ai fenomeni della violenza, del bullismo dei giovani, della mancanza di speranza, dei suicidi, dell'esaltazione della propria personalità o della depressione esistenziale, soprattutto in età giovanile.

ü   L'attenzione ai giovani ha senz'altro marcato questi suoi primi mesi di presenza a Parma. Quali sono, a tal proposito, le sue preoccupazioni e le sue speranze?

Ho la netta sensazione che il rischio maggiore che i giovani, oggi, corrono sia di avere un orizzonte chiuso su loro stessi, per l'assenza di un'apertura alla idealità e a porsi delle mete che superino la loro condizione. Vedo un appiattimento sul presente e su una dimensione di bisogni a corto termine. Precludendo un percorso d'idealità ai giovani, la nostra società rischia di ostruire il cammino verso il proprio futuro.

In tale contesto, invece di rendere esplicita e contrastare la realtà contraddittoria che i giovani vivono, la società si limita a cercare di ridurne il danno. Vengono offerte ai giovani delle risposte appaganti, ma si impedisce loro di crescere a tutti i livelli. Penso in particolare alla condizione di precariato in cui sono costretti a vivere tanti giovani in Italia, alle difficoltà che incontrano per crearsi una famiglia.

Certamente questi sono problemi che si intrecciano con una mancanza di speranza della nostra società, tipica di un mondo di adulti che ha perduto esso stesso i punti di riferimento portatori di speranza. La tendenza, poi, a coprire il tutto con una patina di perbenismo che ritroviamo nella nostra cultura, contribuisce a creare un mix molto deleterio per il futuro dei nostri giovani.

Al contrario, sono personalmente convinto che un giovane, anche in un contesto di benessere, debba essere capace di orizzonti più ampi, capace di sperare, di inseguire ideali, di perforare quella patina di "apparenza" che il mondo propone. Per questo desidero stare con i giovani, per trasmettere questa speranza e idealità. Tale cammino si fa vera e propria dinamica di fede se conduce a vivere la carità e ad assumere, con responsabilità, il dono della vita e della fede, rispondendo alla vocazione propriamente cristiana.

ü   Riguardo alla problematica vocazionale, Eccellenza, lei ha sottolineato, in varie occasioni, la "sordità" che caratterizza il nostro tempo. Come aiutare i giovani a guarire da essa?

Io credo che si è affetti da sordità perché ci sono tanti rumori che non consentono di ascoltare. Per questo utilizzo il termine "sordità", perché c'è una voce che continua a chiamare, ma non è intercettata, oltre a non essere corrisposta.

C'è perciò l'esigenza di liberare il terreno da tutto ciò che impedisce al giovane di ascoltare e quindi di rispondere, di decollare. Abbiamo bisogno, inoltre, di ascoltare quella voce nella pienezza della nostra umanità e nel contesto che è proprio dell'incontro con Dio: quello del silenzio e della preghiera. Questo non vuol dire essere "confessionali", ma semplicemente essere cristiani. Allora ritengo importante non limitarsi a proporre ai nostri giovani delle esperienze parziali, pur in chiave assolutamente positiva, come l'esperienza della solidarietà. Sono convinto che l'annuncio esplicito di Cristo sia il primo e vero atto di carità.

Vi è soprattutto l'urgenza di esperienze totalizzanti che aprano all'ascolto autentico, al silenzio, al saper rientrare in se stessi. Solo in questo modo s'impara a vedere l'altro con i suoi bisogni, a cambiare il proprio stile di vita, ad avere una esistenza non più legata ad una "pretesa", ma che diventa condivisione.

Mi piace pensare ad una pastorale giovanile integrata, a tutto un insieme di realtà, come a dei cerchi concentrici intorno al giovane: la dimensione della carità che deve essere trainante, la condivisione con l'altro, l'ascolto, la preghiera. A me non interessa che i giovani vadano in giro per il mondo, anche per fare delle esperienze costruttive, se poi non sono capaci di "andare in giro" nel profondo di loro stessi. Non mi interessa che dicano un "sì" a grandi discorsi, se non sono poi in grado di trasformare questo "sì" in una conversione autentica del proprio stile di vita quotidiano.

Occorre avere questa chiarezza perché, come spesso constatiamo, abbiamo tanti "bravi" giovani, ma che non riescono ad ascoltare la voce che li chiama, perché della loro esperienza hanno selezionato, o sono stati indotti a selezionare, solo un elemento o due, bello, eclatante, forse profetico, ma che non riesce a implicare tutta la loro persona e a tradursi in una vera conversione di vita.

(A cura di Franco Paladini)

(Continua)

06/10/09

 
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