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Pubblichiamo la seconda e ultima parte dell'intervista che Mons. Enrico Solmi, Vescovo di Parma dal marzo 2008, mi ha gentilmente accordato alcune settimane prima dell'inizio del nuovo anno pastorale.

 

LEGGI LA PRIMA PARTE


Educati dalla Parola, chiamati ad educare/2

Intervista a Mons. Enrico Solmi, Vescovo di Parma


ü 
La problematica vocazionale e le difficoltà che emergono in questo campo interpellano fortemente gli accompagnatori dei giovani.

È fuori discussione che sia posta sugli accompagnatori una gravissima responsabilità, legata soprattutto alla testimonianza gioiosa della fede. Non possiamo, infatti, proclamare la Parola di Dio e, poi, vivere come coloro che non hanno speranza oppure in un modo, come direbbe san Paolo, semplicemente carnale, secondo i criteri del mondo. Testimonianza della fede significa anche testimonianza della preghiera, della carità, della giustizia, proclamate da un cuore che crede e che ama. La gioia della propria vita, l'amore del sacerdozio e della comunità cristiana, il dare fiducia ai giovani che sono davanti a noi: questi sono elementi fondamentali e importanti.

Mi chiedo se la sordità dei nostri giovani non sia provocata, piuttosto, dal vuoto clamore delle beghe all'interno delle nostre comunità cristiane, dai nostri pregiudizi, dal nostro perderci in cose banali che facciamo assurgere a problematiche di fondo. Allora noi manifestiamo non la gioia di essere cristiani, ma i limiti della nostra persona e una comunità divisa dalla quale un giovane si sente poco attratto.

Non si tratta tanto di salvaguardare un'immagine pubblica appariscente. Occorre piuttosto l'autentico desiderio di volersi bene, di stimarsi reciprocamente; è questo che sollecita, anche per le vie misteriose di Dio, una risposta autentica, positiva da parte dei giovani. Questo si intreccia con il coraggio di fare una proposta a partire dalla propria vita, come una sovrabbondanza della propria gioia. Vi è, poi, il tempo da dedicare effettivamente ai giovani, non un tempo puramente quantitativo, ma l'esserci in mezzo e il saperli ascoltare, offrendo fiducia e accoglienza.

Non riusciremo mai a realizzare una pastorale giovanile efficace e neanche vocazionale se partiamo da quello che noi vorremmo che i giovani fossero. Questo, con un grande ascolto e una grande verifica, può forse diventare una meta, ma dobbiamo accogliere il giovane come fa il Signore con noi, per quello che siamo e che sono.

In questo cammino si può veramente cogliere la realtà della Chiesa che chiama e che cammina, dove tutti siamo, al contempo, soggetti e destinatari dell'annuncio. L'essere Chiesa non è percepibile solo con criteri puramente umani, essa è la comunità che crede, che cammina, che si converte, che matura, che chiede perdono, perché così l'ha voluta il Signore.

ü  Come possiamo prepararci, Eccellenza, a vivere più pienamente l'essere Chiesa?

Credo che la Chiesa, nel futuro, dovrà essere una Chiesa molto radicata nel suo Fondatore, nel Cristo; essa necessita di essere sempre presenza di Lui e verificata da Lui. Nello stesso tempo deve essere una Chiesa di comunione, espressione della comunione trinitaria, nella quale i doni sono accolti, maturano e diventano progetto di Chiesa.

Il profondo radicamento in Cristo, che annuncia il Regno, rinvia all'immagine delle porte del Cenacolo aperte a tutti gli uomini e a tutti i doni dello Spirito. Questo diventa, anche per una comunità cristiana di antica tradizione qual è la Chiesa di Parma, prospettiva di un futuro nuovo capace di ringiovanirla.

Su questo anch'io mi sento personalmente interpellato. In tal senso, la figura del Beato Conforti, alla cui urna mi sono recato il giorno stesso del mio ingresso a Parma, esattamente cento anni dopo il suo ingresso avvenuto nel 1908, mi sollecita particolarmente a vivere il mio Episcopato proteso verso il mondo. Questo mi aiuta, in quanto le problematiche di una diocesi come quella di Parma, anche per un Vescovo giovane come me, rischierebbero di chiudermi. Un Vescovo è sempre il successore degli Apostoli, esiste non solo per la propria diocesi, ma per il mondo intero. Per questo ho previsto un viaggio l'anno nelle terre di missione; fra qualche mese sarò in visita in Brasile e nei prossimi anni conto di venire senz'altro in Africa.

Anche a livello ecclesiale si sente quest'ansia di apertura e di rinnovamento, perché si tende ancora a far passare tutto attraverso il "collo" stretto del prete, tanto per riprendere l'immagine della bottiglia. Rischiamo di rimanere legati a delle situazioni che ci frenano, ci imprigionano, invece dobbiamo ritrovare l'autenticità della Chiesa che è comunità voluta da Cristo, suo Corpo, comunione tra i credenti.

Per lungo tempo, le tante figure sacerdotali che hanno arricchito la nostra Chiesa hanno fatto sì che il sacerdote fosse il punto necessario e indispensabile attraverso cui tutto passava, gli stessi laici erano considerati dei collaboratori del sacerdote. Oggi bisogna capovolgere questa prospettiva. Il sacerdote è un dono di Dio; non il passaggio obbligato, ma il riferimento perché tutti siano valorizzati nella Chiesa. Nello stesso tempo i laici non sono delle persone che offrono la collaborazione ai sacerdoti, ma hanno la loro propria responsabilità. San Paolo parlerebbe di una sinergia, di persone coinvolte nella stessa vocazione cristiana, ma con doni specifici.

Questa visione è nel cuore del progetto pastorale per la nostra Chiesa di Parma.

ü  La ringraziamo, Eccellenza, per l'accoglienza e per la sua grande disponibilità.
 

(A cura di Franco Paladini)

17/10/09
 
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