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ENTRARE NEL FIUME IMPETUOSO DELLA STORIA

Intervista a Mons. Claudio Giuliodori
 

Ø     Eccellenza, Lei è appena ritornato da un viaggio in Cina insieme a 200 fedeli della sua diocesi. Le chiediamo una valutazione di questo pellegrinaggio storico e della sua importanza per la Chiesa di Macerata.

Il pellegrinaggio che la diocesi di Macerata ha vissuto dal 4 al 14 luglio in Cina si inserisce nel contesto delle celebrazioni per il IV centenario della morte di Padre Matteo Ricci. Ci sono stati momenti particolarmente significativi, come "La giornata dell'amicizia", nella ricorrenza dell'11 maggio e l'udienza del Santo Padre del 29 maggio che, con un discorso di grande respiro, ricordando il metodo e l'opera di Padre Matteo Ricci, ci ha invitato a vivere l'attualità del suo messaggio. Il pellegrinaggio in Cina, inMessa alla tomba di Matteo Ricci effetti, è stato preparato lungamente ed è stato il segno della gratitudine della nostra Chiesa per questo concittadino che ha saputo affrontare delle prove incredibili, riuscendo a penetrare nel territorio cinese, addirittura nella stessa "città proibita", e nel cuore di un popolo così chiuso allo straniero. Abbiamo cercato di ripercorrere, anche geograficamente, la via della "memoria", partendo da Macao, dal sud verso nord, verso la capitale Pechino, evocando i fatti principali della sua vita e missione. Abbiamo visto anche la Cina di oggi, un grande "laboratorio" di umanità e di sviluppo, con un fermento economico e sociale impressionante, anche se meno rassicurante dal punto di vista della tutela e del riconoscimento dei diritti umani fondamentali. Componente essenziale del pellegrinaggio è stato il rapporto con le Chiese locali, con le diverse comunità diocesane: ovunque abbiamo avuto la gioia di essere stati accolti dal Vescovo e di celebrare nella Cattedrale. Ci ha colpito vedere in molte chiese i segni evidenti, dalle loro vetrate ai monumenti, della memoria di Padre Matteo Ricci, considerato il fondatore della Chiesa cattolica nella Cina di oggi. Abbiamo sperimentato l'accoglienza e la gratitudine di queste comunità nei confronti della città di Macerata che gli ha dato i natali. Abbiamo anche percepito le difficoltà di una Chiesa giovane che si trova a dare testimonianza in un contesto difficile e complesso; una Chiesa di cui abbiamo visto la freschezza e il desiderio di superare le tensioni e le difficoltà per dare all'uomo cinese di oggi, un uomo inquieto e in ricerca, le risposte agli interrogativi fondamentali sul valore e sul destino della vita umana. Culmine del viaggio è stata la celebrazione dell'Eucaristia sulla tomba di Padre Matteo Ricci, un fatto straordinario per la natura dell'evento, con la presenza di 200 persone di Macerata, e per il significato che le autorità cinesi hanno attribuito a questo gesto, come segno della grande venerazione che hanno per il nostro illustre antenato.

Ø     Negli ultimi decenni, soprattutto a partire dal Convegno internazionale celebrato nel 1982, si è risvegliato un nuovo interesse intorno alla figura di Padre Matteo Ricci, l'uomo che, con grande coraggio e saggezza, ha annunciato la Croce nel "regno del Drago". Quali sono gli aspetti attuali del suo messaggio e quale la sua eredità missionaria?

Il modo più efficace per parlare dell'attualità di Padre Matteo Ricci è evocare il messaggio del 29 maggio di Benedetto XVI in cui si paragona la sua impresa storica a quella dei Padri della Chiesa quando si trovarono a dover coniugare la novità cristiana con la cultura, la filosofia, la letteratura greco-romana. Come i Padri seppero discernere, accogliere da una parte e purificare dall'altra, così Padre Matteo Ricci si è posto davanti alla grande tradizione culturale cinese intrecciando, soprattutto con i letterati e i sapienti del tempo, un dialogo profondo. Ha saputo prendere una chiara distanza nei confronti di quei contenuti del buddismo e del taoismo incompatibili con il cristianesimo, mentre ha valorizzato la tradizione classica del confucianesimo che si poneva piuttosto come sfondo filosofico e culturale, vera anima della tradizione cinese e vi ha innestato la proposta del Vangelo, mediante un'operazione di inculturazione della fede che ha comportato anche complessi problemi linguistici. Un impegno eccezionale di cui poteva essere autore un uomo di grande fede e di grande intelligenza, all'interno dello spirito e del dinamismo della Compagnia di Gesù. Il suo metodo missionario, come dice il Santo Padre, è un modello di riferimento per noi oggi. Il Vangelo non annulla l'apporto culturale dei popoli, né si sovrappone semplicemente ad esso, ma lo penetra dall'interno e vivifica tutti i semi di bene e di verità contenuti in esso. Da ultimo, va sottolineata anche la fama di santità che ha accompagnato la persona di Padre Matteo Ricci e che ci auguriamo sia riconosciuta nella Chiesa.

Ø    Alla luce di questo grande "antenato" nella fede e nel coraggio della missione, come giudica oggi, Eccellenza, l'impegno missionario della Chiesa di Macerata? 

Questa Chiesa porta il sigillo di Padre Matteo Ricci, il suo spirito vivifica la Chiesa diocesana. Non è unPadre Matteo Ricci fatto secondario vedere quanti missionari, sacerdoti, religiosi e laici della nostra diocesi, dal Concilio ad oggi, hanno messo la loro vita a servizio della missione. I nostri missionari sono in Albania, sono in America Latina, in Africa, in Asia. Molti sacerdoti collaborano con varie diocesi nel mondo, c'è una presenza significativa di laici e anche di famiglie a servizio di altre Chiese nel mondo. Anche la costruzione del seminario "Redemptoris Mater" nella nostra diocesi porta un'impronta missionaria, orientato a formare  sacerdoti disponibili per la missione in Cina. Sono tutti doni di grazia per la nostra Chiesa che ci interpellano, ci stimolano e ci obbligano ad avere uno sguardo più ampio, ci responsabilizzano nei confronti delle necessità non solo nostre, ma di tante Chiese sorelle.

Ø     Eccellenza, all'interno della CEI lei ha un'importante responsabilità in qualità di Presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali e come membro del Consiglio permanente della stessa Conferenza Episcopale. In questi anni ha potuto seguire da vicino, collaborandovi attivamente, il dibattito ecclesiale nel quadro di quello che il Card. Ruini, nel 1994, con un'espressione storica definì il "progetto culturale". Come vede l'evoluzione di tale dibattito in questi anni?

L'intuizione del Cardinal Ruini non ha introdotto qualche cosa di inedito, ma ha avuto il merito di richiamare a una dimensione imprescindibile della fede, cioè la sua valenza culturale. La fede non è mai un'astrazione dalla realtà, ma una penetrazione di essa, è fede in un Dio fatto uomo, Dio vivente e operante nella storia. Il progetto culturale non è altro che riprendere coscienza di una fede che si rimette in gioco dentro le pieghe della storia. E mi sembra sia stata davvero una felicissima intuizione che ha segnato una svolta nella Chiesa italiana. Ci ha permesso di aprirci, evolvendo da una fase che nel dopo Concilio era proiettata in particolare su una dinamica ecclesiale interna ad una dimensione più esplicita di missionarietà. Il nocciolo della problematica del progetto culturale è, in effetti, una fede che si fa annuncio e testimonianza nella vita concreta delle persone. Varie tappe ne hanno segnato il cammino in questi anni, a partire dal Convegno Ecclesiale di Palermo in cui è maturata la svolta del cammino della Chiesa italiana. In questi 10 anni la Chiesa italiana ha affrontato le sfide del cambiamento che ha visto nei mezzi di comunicazione sociale uno dei fenomeni più incisivi sul nostro tempo. Una Chiesa che vuole avere voce, che vuole "sporcarsi le mani" e stare dentro le vicende dell'uomo contemporaneo. Il Convegno di Verona del 2006 ha codificato questo sguardo della Chiesa italiana che considera l'esperienza umana, del lavoro, della sofferenza, degli affetti, della cultura e di tutte le molteplici dimensioni di essa, "terreno" di missione. Là dove l'uomo vive, la Chiesa si sente chiamata in causa. Questa visione ha avuto nel Servizio Nazionale del progetto culturale e nella pastorale delle comunicazioni sociali dei motori trainanti. La Chiesa italiana si è posta all'avanguardia (penso ad esempio alla pubblicazione del Direttorio sulle comunicazioni sociali, tradotto in varie lingue dalle altre Conferenze Episcopali) nel dinamismo missionario perché ha individuato un metodo, direi, molto "ricciano": stare "dentro" la storia, non sfuggirne le questioni emergenti. Logica conseguenza di tutto questo è la scelta maturata e approvata dall'assemblea dei Vescovi di dedicare il prossimo decennio alla sfida educativa. Se si vuole stare dentro la storia, occorre starci con la capacità di formare le nuove generazioni, di fornire loro i criteri e i contenuti appropriati.

Ø     Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e dello spazio digitale ha comportato una rivoluzione che ha richiesto un'attenzione crescente della Chiesa. Lei è autore di varie pubblicazioni sull'argomento. Quali le sfide e quali le speranze, dal Convegno "Parabole mediatiche" del 2002 fino al recente "Testimoni digitali"? Come annunciare la Croce in questi nuovi "regni del Drago"?

La Chiesa non vive arroccata nel passato. Con le sue radici che affondano nell'eternità di Dio, mistero di amore che il tempo svela e non contiene, vive nel presente. Aperti alla trascendenza che ci sovrasta e che, evocando sant'Agostino, ci lascia il cuore inquieto, siamo oggi in un mondo digitale, in cui tuttoMons. Claudio Giuliodori viene "frullato", rielaborato, riproposto senza validi criteri universali di riferimento. Siamo in un universo del "relativo, come il Papa ha spiegato, in cui l'uomo vive come se Dio non esistesse, ponendosi come centro, ma allo stesso tempo come una parte, in un moderno panteismo in cui tutto è divinizzato, ma anche svilito, annullato. Il mondo digitale è la cultura dominante che si va imponendo, che spersonalizza, offuscando l'originalità e l'unicità del singolo, ma che offre anche enormi potenzialità di dialogo, di scambio, di incontro, di comunicazione. È una grande sfida e la Chiesa non può solo condannare, non può rimanere sul bordo di questo fiume impetuoso che scorre, ma deve entrarvi. Lo ha fatto con due appuntamenti importantissimi: il Convegno "Parabole mediatiche" e di recente con "Testimoni digitali", sottolineando che si impone per il credente una rinnovata capacità di essere presente e protagonista in questo nuovo spazio. Come credenti non possiamo sentirci spaesati; siamo ovunque stranieri, ma nello stesso tempo cittadini. Non possiamo solo adattarci, lasciarci trasportare dalla corrente, ma dobbiamo avere una capacità critica, per discernere il positivo, per valorizzarlo e promuoverlo. Questo ci richiede una capacità di dialogo, di comprensione, di decodificazione dei contesti culturali dell'uomo contemporaneo e di essere ancor più saldi nei fondamenti della fede.

 Ø  Grazie Eccellenza.

A cura di Silvia Recchi


 

Mons. Claudio Giuliodori è nato a Osimo, nell'Arcidiocesi di Ancona, il 7 gennaio 1958; è stato ordinato sacerdote il 16 aprile 1983 e, nominato Vescovo della Diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, ha ricevuto l'ordinazione episcopale a Macerata il 31 marzo 2007. Prima di essere nominato Vescovo è stato per dieci anni Direttore dell'Ufficio Nazionale per le Comunicazioni sociali della CEI. Ha una qualificata esperienza nel campo dei media e della cultura ed è autore anche di varie pubblicazioni sull'argomento. Attualmente ricopre all'interno della CEI l'incarico di Presidente della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni sociali ed è membro del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale. È inoltre Consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali. Nel quadro delle celebrazioni del IV centenario della morte di padre Matteo Ricci, si è recato recentemente in Cina, con duecento fedeli della sua diocesi, in pellegrinaggio alla sua tomba. 




25/08/2010

 
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