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Eucaristia e missione camminano insieme * 
 

  

Don Giuliano Barattini, parroco di S. Giovanni Apostolo ed Evangelista a Spezzano, una parrocchia di circa 8.000 abitanti (diocesi di Modena-Nonantola), per quindici anni missionario in Brasile. 

Oltre che parroco in diocesi di Modena-Nonantola, sei stato anche in terra di missione in Brasile: come è nata in te questa sensibilità missionaria? Credi sia utile alla pastorale la formazione e l’animazione missionaria?

La mia attenzione al Terzo Mondo è nata nella provvidenziale epoca conciliare, un momento di grande effervescenza culturale, sociale e teologica. A quel tempo, forse anche perché usciti dal post-guerra, da anni in cui la povertà l’avevamo vissuta in casa, ci si interrogava seriamente sullo squilibrio tra Sud e Nord del mondo. Diversi profeti cristiani e anche laici mi avevano spinto con passione a leggere, ad ascoltare, anche con una lettura biblica più attenta, i problemi dell’uomo. Oggi che sono rientrato dopo diversi anni vissuti in missione in Brasile, mi accorgo che non avere nella parrocchia uno sguardo universale è come restare senza ossigeno.

È fuori discussione che la Chiesa è missionaria o non è, è apertura all’altro, ai poveri, altrimenti non è seguire Gesù. Lo stesso Magistero, e anche la nostra diocesi in questi ultimi anni, sta sviluppando progressivamente questa sensibilità. Ciò è un bene perché rende più missionaria tutta la pastorale, allarga gli orizzonti di pensiero, c’interroga sul nostro tenore e stile di vita, ci avvicina alla gente. Dove c’è più l’immagine di una Chiesa che cammina con i poveri, più le persone, anche non cristiane, si lasciano interrogare e si avvicinano. Manca purtroppo una formazione che vada nei quartieri in mezzo alla gente, che risvegli le coscienze. 

Quindi secondo te un confronto con i problemi della missione è salutare in un cammino di pastorale parrocchiale?

Credo che questa apertura sia essenziale. Non si può generalizzare, ma ci sono certe esperienze del Sud del mondo che fanno molto riflettere e che ci costringono a fare dei confronti sul nostro modo di vivere la fede. Per esempio, ascoltando le testimonianze e leggendo sul vostro giornale il cammino pastorale nelle vostre missioni del Paraguay, mi avete riportato un po’ in Brasile, ai grandi problemi delle ingiustizie e della liberazione che tocca tanti poveri. Ho percepito l’impegno che avete con i campesinos in un’esperienza che mira a non separare fede e cultura e dove la formazione diventa uno strumento grande di liberazione, per uomini e donne che diventano soggetti del presente e del futuro, protagonisti della propria Chiesa.

Proprio recentemente il Papa ha richiamato tutti i cristiani all’essenzialità, alla profondità, allo stretto legame tra Eucaristia e missione. Quello che trovo difficile è saper parlare alla gente comune, che porta con sé mille problemi giornalieri, con semplicità. Far scoprire loro che l’Eucaristia non è lontana dai loro problemi. L’animazione missionaria con la sua attenzione al più povero è un invito a fermarsi, ad approfondire, a coinvolgersi nella solidarietà.

L’Eucaristia è infinita ma anche concretezza perché contiene la solidarietà, la condivisione più semplice, quella del pane, il senso della fratellanza, del dono di sé, il dare la vita come Gesù. Purtroppo oggi siamo scaduti in un linguaggio banale, in un ritualismo in cui anche le parole come “Eucaristia” sono svuotate del loro senso più profondo, del loro valore più umano.

L’Eucaristia si celebra, si vive, si approfondisce solo in rapporto ai problemi dell’uomo e del mondo intero, alle infinite ingiustizie che toccano milioni di persone ai confini della terra.


* in "Missione Redemptor hominis" n. 73 (2005) 5.

 

 
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