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CHI TI MANDA? 

Intervista don Remo Gulinelli, Direttore del CMD di Modena



Don Remo Gulinelli è il Direttore del Centro Missionario Diocesano di Modena. Presbitero dal 1951, licenziatosi a Roma in teologia e in Sacra Scrittura, dal 1962 al 1984 è stato sacerdote «fidei donum» in Nigeria, poi in Camerun e, al rientro, docente di Sacra Scrittura e incaricato di vari servizi pastorali. 


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Lei è un «fidei donum» della prima generazione, partito per l'Africa con pochissimi mezzi. Spesso si dice che la Chiesa in missione ha bisogno di strutture per esistere e per l'azione di promozione umana tra i poveri. Qual è la sua esperienza?

Sono partito per l'Africa con uno zaino da scout. Non avevo organizzazioni alle spalle e non hoDon Remo Gulinelli mai chiesto aiuti internazionali per dei progetti, se non una volta, come le racconterò. Quando una banca di Modena mi inviò dei soldi per comprare un'auto, il mio Vescovo in Africa mi fece capire che non avevo bisogno di un auto e rimandai indietro i soldi.

Quando vi fu la necessità di costruire la chiesa, informai la gente che io avrei contribuito con le lastre di zinco, ma che loro dovevano trovare il terreno, la sabbia, le pietre e venire a lavorare per la costruzione. «Sarà la vostra Chiesa», dissi. Una volta, arrivato in un villaggio e visto che era caduta la facciata della cappella, comunicai semplicemente che sarei tornato a celebrare la Messa quando l'avessero aggiustata. Un giorno ebbi davvero la necessità di riparare il dispensario. Fu l'unica volta che chiesi un aiuto «internazionale». Mi rivolsi al Signore dicendogli che non ero tra coloro che credevano a Suoi interventi per questioni di soldi, per cui vedesse un po' Lui. L'aiuto arrivò e la falla fu riparata.

Quando ti presenti in missione con mezzi finanziari consistenti, ti puoi sentir dire dalla gente che è facile parlare del Vangelo, impressionare con grandi edifici e organizzazioni, perché in fondo non ti costano nulla. Ti accusano anche di voler comprare il loro consenso oppure di imporre scelte per il fatto di aver messo il denaro in un'opera. L'unica via è la collaborazione, perché ognuno porta la sua parte.

Il missionario non è un imprenditore; anzi, pian piano deve ritirarsi, lasciar vivere la Chiesa locale e far subentrare il personale del luogo. Il missionario deve lavorare per togliersi il lavoro dalle mani, per passarlo agli altri. Per questo terminai volentieri il mio periodo in Africa come cappellano di un parroco africano.

Occorre puntare sull'edificazione della Chiesa locale.

La missione della Chiesa dipende dalla forza spirituale. Oggi si fanno offerte e poi ci si dimentica di pregare per le missioni. Il punto centrale è la motivazione di fondo: se si è mossi da fede e carità autentiche, allora si fa «missione», altrimenti si fallisce.

Non dico che non bisogna aiutare le giovani Chiese e credo che ci si possa trovare nella necessità di chiedere. La cooperazione tra le Chiese è importante, ma deve essere come l'offertorio della Messa, in cui l'uomo porta il pane e il vino all'altare, vi mette la sua fede e Dio compie la sua opera meravigliosa. È anche un atto di riconoscenza: io ho ricevuto la fede e ora aiuto qualcuno che la sta trasmettendo ad altri. È il motivo che mi ha fatto partire per l'Africa: se la fede è fondamentale per te e se hai la possibilità di comunicarla ad altri, va'!

* Che pericoli vede in alcuni discorsi sulla missione?

Innanzitutto il relativismo: se il Signore non è più l'unico salvatore e vi sono tante vie di salvezza, perché annunciare il Vangelo? Fu un discorso che mi colpì già nel 1965, al mio primo ritorno dall'Africa. Perché ripartire, allora?

Inoltre, la missione è stata ridotta troppo ad un'opera di promozione umana. Nel XIX secolo, alNigeria 2007 tempo del risveglio missionario, molti cominciarono opere di carità con i lebbrosi, aprirono scuole ed intervennero presso le autorità coloniali per mitigare gli scontri con le popolazioni locali. Tanti lo fecero a causa della fede, dicendolo apertamente. Appena arrivato in Nigeria, entrai in un villaggio dove non ero mai stato. Mi chiesero: «Chi ti manda?». Ebbi il coraggio di dire: «Mi manda Dio». Non risero, mi guardarono con serietà, anche se poi mi chiesero di costruire una scuola. Il missionario deve sapere chiaramente per chi è lì, senza nasconderlo.

Alcune opere furono di fatto realizzate per un'esigenza reale di carità, per una supplenza che andava fatta, ma la conseguenza è stata una ricerca esagerata di fondi senza fine. Si chiede per scopi umanitari e non più per far crescere la fede tra quelle popolazioni. Così avviene che la «missione» è equiparata a «raccolta di fondi» e chi collabora lo fa per una causa a sfondo umano, non perché dietro v'è la fede.

Molta propaganda missionaria nelle parrocchie si basa su un certo pietismo del tipo «aiutiamo i poverini». Mi sono opposto spesso, ad esempio, ai manifesti che ritraggono scene di povertà estrema. Occorre far vedere come sarebbe la persona se rispettata, educata e se ricevesse una proposta di fede, mostrando la sua dignità. È questo il compito dei cristiani, dei missionari.      

* Ma, davanti alle sofferenze dei poveri, non v'è il rischio di passare oltre?

Come cristiano devi fermarti, ma perché? È il perché che conta davanti alla tua coscienza, a chi ti manda, a chi ti riceve e davanti a Dio: lo fai per la fede, per motivi umanitari, per la tua gloria personale o per avere più potere? In questo caso fallirai. Ho visto molti fallimenti. Un esempio in Camerun: un governo europeo, sollecitato da un Vescovo, bonificò una zona, vi costruì un villaggio, invitando delle famiglie ad abitarvi, provvedendo ai trattori per lavorare la terra. Dopo pochi anni il villaggio era deserto, tutti si erano trasferiti in città e i trattori arrugginivano. Da allora non ho mai più creduto alle grandi opere. Il problema della missione è il perché. Se la risposta è: «È il mio Signore che lo vuole, tu sei mio fratello in Cristo», allora l'altro si chiede perché ci si sacrifica, chi è questo Dio che insegna ad amare e ti fa sentire amato. Dio non è più lontano. È la scoperta meravigliosa del «Dio con noi», tipico della nostra religione e non delle altre. Sentirsi dire: «Sei perdonato», «con il Battesimo sei lavato», capire che «questo è il corpo di Cristo» è un contatto con Dio inaspettato e inconcepibile. È la novità che portiamo. Allora capiranno perché faccio quell'opera di carità e saranno spinti a fare lo stesso. Chiesi un giorno ad una persona che veniva per confessarsi se avesse perdonato un torto subito. Mi rispose che gli avevo insegnato che, senza perdonare, non avrebbe potuto chiedere perdono. Ciò che conta è il cambiamento di mentalità che si realizza. Un bambino mi disse: «Ho diviso il cibo con mio fratello e ne ho ottenuto di più per me».

Quando si sente parlare di tribalismo, la grande piaga dell'Africa (si veda l'ultimo esempio del Kenya), dobbiamo trarre la conclusione che l'evangelizzazione non è compiuta. La missione deve andare più in profondità e i missionari debbono essere più preparati. È vero che ci sono miseria ed ingiustizia nella società, ma questo non deve esistere tra i cristiani.

* Non pochi giovani oggi vanno in missione per dei periodi.

Occorre fare attenzione al turismo missionario: non si fanno progredire le missioni portandovi gente a scopo turistico. Alcuni non sono neppure praticanti e la gente del luogo si disorientaDon Remo appena partito per la Nigeria davanti alla loro contro testimonianza. Loro stessi non sempre capiscono ciò che vedono all'interno della Chiesa, a volte poco edificante. La missione non è qualcosa di esotico «da vedere» e il missionario non è una guida turistica. Non ho incontrato molti giovani che poi abbiano cambiato vita o abbiano deciso di tornarvi come scelta di donazione totale; alcuni sono rimasti colpiti da una realtà, ma poi? Certo, posso invitare un tecnico che fa un servizio specifico, ma deve essere anzitutto cristiano, deve avere una convinzione profonda e sapere cosa stiamo facendo; allora posso preparare la gente e la casa per accoglierlo. I giovani vanno presi sul serio. O si attua con loro un cammino impegnativo ed esigente che li porta ad una scelta di fede matura, oppure è meglio non illuderli.

* Un'ultima parola sulle tante riviste missionarie che riceve.

Una rivista missionaria deve essere prima di tutto una rivista cristiana in cui ritrovo l'eco del Vangelo, un discorso religioso sulla fede, le vere motivazioni missionarie, non una rivista che potrebbe essere pubblicata da una qualsiasi agenzia umanitaria. Va bene l'approfondimento culturale serio, ma Gesù non può sparire come se fosse passato di moda. Se delineiamo dei problemi, dobbiamo anche darne un'interpretazione cristiana. È importante denunciare, ma io sono convinto che è più importante esserci. Ho questa esperienza: la polizia colpì dei manifestanti. Alcuni di noi missionari volevano scrivere una lettera di protesta, ma così ci avrebbero espulso subito. L'alternativa era rimanere e far capire giorno dopo giorno alla gente, con un discorso evangelico sulla dignità umana, che deve prendere coscienza e organizzarsi. Non è molto educativo prestare la propria voce a chi, in realtà, ne possiede una. Piuttosto, se la deve far uscire.

Oggi, purtroppo, i missionari stanno diminuendo e le necessità sono ancora tante dappertutto. Infatti, non è essenziale che il missionario parta o resti qui ad evangelizzare attraverso i mass-media. Ciò che conta è che ovunque porti il Vangelo.

                                                                                     (A cura di Mariangela Mammi)

 

17/04/2008

 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis