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Interviste/70

 

 

UN MONDO DI ARMI: CHI LE FA, CHI LE VENDE,

CHI LE COMPRA/1

Tutti i numeri nell'intervista a Sergio Parazzini.
La spesa militare mondiale nel 2016? 1.686 miliardi
di dollari,
il 2,2% del PIL del globo 



Roma Caduto il Muro di Berlino nel 1989, finita la Guerra Fredda Usa-Urss, disintegrato l'impero dei Soviet, ci si era illusi in una nuova era di pace e che le risorse assorbite dalle spese militari potessero servire a combattere fame, povertà, malattie... Invece, eccoci ancora dentro uno scenario che vede aumentare conflitti. L'appello di Papa Francesco: "Tutti vogliamo la pace! Ma guardando questo dramma della guerra [...] io mi domando: chi vende le armi a questa gente per fare la guerra? Ecco la radice del male", merita più che una riflessione. E allora quali sono i Paesi maggiori fornitori di armi? Chi le acquista e perché? Cosa muove il commercio bellico? Che peso hanno i trattati internazionali in questa materia? Con tabelle e dossier sotto gli occhi ci confrontiamo con Sergio Serafino Parazzini, professore di Economia Applicata presso l'Università Cattolica, esperto in questa materia dove ha all'attivo varie collaborazioni, tra cui: Gsad Gruppo di Studio su Armi e Disarmo (Università Cattolica); Coordinamento nazionale degli Osservatori sull'industria militare; Centre for Defence Economics (University of York); Nato Advanced Research Workshop on The Future of the Defence Firm in Europe (University of Manitoba, Canada); Programma di iniziativa comunitaria Konver. Studio 3 (Ministero dell'Industria).

* Cominciamo con una mappatura dei conflitti in corso, il più possibile completa, tipologie e aree interessate...

"Secondo i dati forniti dal 'Department of Peace and Conflict Research' dell'Uppsala Conflict Data Program, si apprende che nel 2016 i conflitti in corso erano 131. Di questi: una sessantina di cosiddetti 'state-based conflict' che avvengono in uno Stato, con l'impiego di forze armate tra due parti di cui almeno una è il governo; una cinquantina di 'non-state conflict', cioé tra gruppi armati dei quali nessuno rappresenta il governo; ventuno 'one-sided conflict', caratterizzati dall'uso delle Forze Armate o gruppi organizzati contro la popolazione civile: in sensibile calo rispetto ai 151 (rispettivamente: 73, 52 e 26) dell'anno prima, ma molti di più rispetto all'ottantina (31, 28 e 21) del 2010. Le principali aree di conflitto sono il Vicino Oriente (Siria, Yemen, Iraq, Egitto, Libia), l'Africa (Mali, Mozambico, Nigeria, Repubblica Centrafricana, R.D. del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan), l'Asia (Afghanistan, Birmania-Myanmar, Filippine, India, Pakistan, Thailandia), l'Europa Orientale (Cecenia, Daghestan, Nagorno-Karabakh, Ucraina Repubbliche Popolari Donetsk e Lugansk), il Sud America (Colombia e Messico). In alcuni casi le situazioni sono terrificanti. Penso all'Iraq: l'anno scorso lì le vittime civili sono state 16.361: dal 2003 ad oggi circa duecentomila. Penso all'Afghanistan dove si combatte da diciassette anni".

* E a questi conflitti non pochi connotati da appartenenze religiose, specie tra cristiani e militanti islamici, tra gli stessi musulmani wahabiti e sciiti, andrebbero aggiunte aree sempre un po' a rischio...

"Sì. Ci sono anche aree in cui potrebbero riesplodere conflitti. In Europa: Georgia-Abkhazia e Ossezia del Sud, Serbia-Kosovo, Paesi Baltici. Nel vicino Oriente: Israele-Striscia di Gaza, Consiglio di Cooperazione del Golf-Arabia Saudita. E poi Barhein, Emirati Arabi Uniti (EAU), Egitto e Yemen contro il Qatar; Arabia Saudita-Iran per motivi religiosi e di supremazia. In Asia: India-Pakistan, per gli scontri in Kashmir; Oceano Indiano-Oceano Pacifico, per interessi di Brunei, Cina, Indonesia, Malaysia, Taiwan e Vietnam per la sovranità su centinaia di isole, e il confronto Cina-Usa per l'accesso a vie marittime; Corea del Nord verso Corea del Sud, Giappone, Filippine e Usa...".

* Un campionario da paura...

"Senza contare che da qualche tempo si registrano provocazioni aeree tra Usa e Russia in Siria e nel Baltico fomentatrici di tensioni, e che non vanno trascurati i recenti attacchi cybernetici a sistemi di sicurezza nazionale da fonti difficilmente identificabili, oltre agli attacchi di sedicenti guerrieri islamici dell'Isis contro obiettivi civili in capitali europee".

* Tutte situazioni dove servono le armi più disparate...

"È così, lasciando fuori le 'armi di distruzione di massa', di fatto le testate nucleari il 90% delle quali sono possedute da Usa e Russia (il resto sta negli arsenali di Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) oppure le 'armi chimiche' (di difficile controllo per componenti a doppio uso civile e militare), nelle zone di conflitto c'è un diluvio di armi 'tradizionali' e 'grandi sistemi d'arma' (‘major weapons'): aerei ed elicotteri da combattimento, carri armati, mezzi corazzati, cannoni, artiglierie, missili, ecc. Secondo i dati più recenti, fonte 'Stockholm International Peace Research Institute', le forniture di grandi sistemi d'arma tra 2012 e 2016 sono appannaggio di Usa e Russia, che si contendono il primo posto nella maggior parte dei casi, seguiti da Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Ucraina e Spagna. Ma va ricordato che molte vittime sono causate da mine anti-uomo e munizioni/bombe a grappolo (cluster munition/cluster bomb), che continuano a colpire i civili (in gran parte bambini) dopo la fine delle ostilità. Secondo l'ultimo rapporto del 'Global Burden of Armed Violence' la media annuale mondiale di morti da armi da fuoco nel 2007-2012 è stata di circa 197.000 persone: circa un terzo per i soli conflitti in Libia e Siria".

* Dati inquietanti...

"Non dovrebbero sorprendere sapendo che, secondo le stime dell'Istituto di Ricerca di Ginevra sulle 'armi di piccolo calibro' (‘Small Arms Survey'), tre quarti degli 850 milioni di armi da fuoco in circolazione nel mondo sono possedute da civili a fronte di un quarto dalle varie forze armate e dell'ordine 'regolari' di ciascun Paese, mentre poco più dell'1% da gruppi non governativi e da bande criminali. Pensi al fucile d'assalto AK-47, il Kalashnikov: ce ne sono in giro circa 200 milioni e tra fabbriche clandestine e regolari se ne costruisce ancora un milione di pezzi ogni anno specie in Paesi dell'Europa Orientale, Russia e Cina, e si vendono negli Usa (nelle versioni sportive!) e in Africa. E da poco ecco i congegni esplosivi improvvisati, gli IED (‘Improvised Explosive Devices') assemblati con componenti facili a reperirsi. È difficile controllarne origini e diffusione, come lo è il controllo delle armi di piccolo calibro e leggere (in sigla SA&LW). Secondo le stime di Ginevra, sono più di mille le aziende di circa cento Paesi che le producono, ma solo una dozzina di Paesi le sa produrre teleguidate o tecnologicamente avanzate. La maggior parte dei produttori di SA&LW sono anche tra i maggiori esportatori. Tra questi, per valori superiori ai cento milioni di euro all'anno, troviamo Austria, Belgio, Brasile, Canada, Cina, Federazione Russa, Germania, India, Italia, Corea del Nord, Pakistan, Regno Unito, Stati Uniti d'America, Svizzera, Turchia. Quasi tutti in grado di produzioni tali da soddisfare grandi mercati nazionali".

* A vendere le armi sono gli stessi produttori o soggetti diversi?

"Si potrebbe capovolgere la domanda: chi compra le armi? Alla base si dice c'è un 'bisogno pubblico' dello Stato che intende procurarsi strumenti funzionali alla sua difesa e alle sue alleanze. Ogni Paese cerca di disporre di un'industria nazionale della difesa indipendente. Se non può disporne si rivolge a produttori esteri. Però, trattandosi di prodotti di rilevanza strategica, politico-militare, oltre che economica, i governi dei Paesi interessati a vendere intervengono con provvedimenti legislativi finalizzati a controllare e gestire questi flussi commerciali ponendo vincoli funzionali al rispetto della loro politica estera e della sicurezza nazionale. Va da sé che questo commercio riguarda i grandi sistemi d'arma e le armi di piccolo calibro o leggere cui abbiamo accennato e si è nell'ambito della legalità... Le imprese protagoniste possono essere private, pubbliche, miste, lavorare al contempo per il mercato civile (difesa personale, caccia, sport). Si va dall'austriaca Glock alla belga FN Nerstal; dall'Industia de Material Bélico do Brasile alla China North Industries Corporation; dall'Israel Weapon Industries alla Zastava Arms serba, ecc. Però..."

* Continui

"Però esiste una dimensione significativa del commercio mondiale di armi fuori dalle statistiche ufficiali. Fiorisce nelle zone caratterizzate da tensioni nei rapporti tra Stati confinanti, tra popoli ed etnie diverse, per dispute territoriali, controllo di risorse, attività eversive. Qui si mescolano interessi di attori locali con quelli di governi che ne traggono vantaggio in modo occulto. E si muovono 'Signori della guerra' o 'Mercanti di morte', con ruoli diversi nel business delle armi: clandestino (‘mercato grigio') o illegale (‘mercato nero'). Tra i più noti, il saudita Adnan Khashoggi, morto il 5 giugno scorso, e il tagika Viktor Anatolyevich Bout, condannato nel 2011 dalla corte federale di New York a 25 anni di reclusione".

Marco Roncalli


© Vatican Insider - 7 luglio 2017
   
Foto a cura della redazione di www.missionerh.it




13/07/2017
 
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