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Interviste/71

 

 

UN MONDO DI ARMI: CHI LE FA, CHI LE VENDE,

CHI LE COMPRA/2




* Torniamo a far parlare i dati: tra quelli pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute, che stimano la spesa militare anche in relazione al PIL dei vari Paesi o alla spesa pro-capite, quali i più significativi?

"Circa le spese militari per il 2012-2016 i dati rilevano che i Paesi con il più alto rapporto spesa militare/PIL sono concentrati nel vicino Oriente e si aggira tra il 4-6% per Bahrain, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Libano, EAU e Yemen, mentre per Arabia Saudita e Oman il rapporto supera le due cifre. Tra gli altri casi più rilevanti troviamo nel Nord Africa l'Algeria e la Libia (5,5%), nell'Africa Sub-Sahariana il Sud Sudan (7,4%), il Congo (5,7% nel 2014 e 7% nel 2016) e l'Angola (4,2%). Nel Sud-Est Asiatico compare il Myanmar (4,3%), mentre nell'Europa Orientale emergono l'Armenia (3,9%), l'Azerbaijan (4,7%) e la Federazione Russa (4,6%). Purtroppo non si hanno dati relativi a Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Corea del Nord, e , dal 2011, alla Siria. Sempre SIPRI rileva che nel 2016 i primi dieci paesi per spesa militare pro-capite (in dollari) sono, nell'ordine, Israele ($2.194), Arabia Saudita ($1.978), Oman ($1.953), USA($1.886), Singapore ($1.749), Kuwait ($1.636), Norvegia ($1.138), Bahrain ($1.023), Australia ($1.012) e Brunei ($940)".

* In termini assoluti i Paesi che spendono di più quali sono?

"Sempre secondo il recente rapporto del SIPRI 'Trends in World Military Expenditure', la spesa militare mondiale nel 2016 è stata di 1.686 miliardi di dollari: il 2,2% del PIL del globo, in leggero aumento rispetto al 2015 per l'incremento della spesa militare in Nord America ed Europa Occidentale. La spesa militare è cresciuta anche in Asia e in Oceania, in Europa Centrale e Orientale e in Nord Africa... Nel 2016 quindici Paesi con un volume oltre l'80% della spesa militare mondiale hanno guidato la classifica delle spese militari (in miliardi di dollari). Questi: Usa 611, seguiti da Cina 215, Russia 69,2, Arabia Saudita 63,7, India 55,9, Francia 55,7, G.B. 48,3, Giappone 46,1, Germania 41,1, Corea del Sud 36,8, Italia 27,9, Australia 24,6, Brasile 23,7, EAU 22,8 e Israele 18,0. Altrettanto interessanti sono le stime sulla spesa militare dei 28 paesi della NATO per il 2017, il press release 'Defence Expenditue of NATO Countries (2010-2017)' è di pochi giorni fa: il totale previsto è di 914,8 miliardi di dollari: con un trend confermato dal 2015. Tuttavia, si osserva la distanza che separa la quota Usa per il 2017 che ammonta a 616 miliardi (69,9%), inferiore rispetto ai 720,4 miliardi del 2010, da quella complessiva dei 26 paesi europei pari a 274,6 miliardi di dollari in crescita (+3,7%) rispetto ai 264,7miliardi del 2016".

* Oltre questa pioggia di numeri che riflessioni si possono fare sui nessi fra politiche di difesa dei singoli Paesi e mercato "ufficiale" delle armi?

"Le relazioni tra Paesi che vendono e acquistano non dipendono più solo da ragioni politico-militari quanto economiche. Si giustifica la vendita di armi a Paesi alleati con la necessità di fornire strumenti utili a prevenire o rispondere a minacce alla sicurezza, a difendere interessi strategici per l'economia di un Paese (vie di accesso a materie prime, fonti energetiche, ecc.). Si barattano commesse di armi con la realizzazione di infrastrutture. Poi la contrazione dei mercati nazionali della difesa per vincoli di bilancio spinge sempre più le imprese del settore a cercare nuovi sbocchi all'estero. Così sono gli stessi governi a favorire contatti e contratti a livello istituzionale (lo sanno bene Francia, Gran Bretagna e Usa)".

* Molti di questi trasferimenti hanno come terminale il vicino Oriente dove è in atto quella che viene definita con un ossimoro una guerra mondiale locale, dove abbiamo visto di cosa sia stato capace l'Isis, ma pure lacerazioni nello stesso mondo islamico...

"Abbiamo già accennato al trend in quest'area dove disponiamo solo di fonti ufficiali. Secondo l'ultimo report dell'U.S. Congressional Research Service, il valore mondiale dei contratti d'acquisto di armamenti sottoscritti nel 2015 ammontava a 65,2 miliardi di dollari, di cui Qatar, Egitto e Arabia Saudita, Israele, EAU, e Iraq si aggiudicano i due terzi del totale. Dei 155 paesi che risultano importatori di grandi sistemi armi nel quinquennio 2012-2016, per il SIPRI l'Arabia Saudita (quota pari all'8,2% del totale mondiale) e gli EAU (4,6%) sono tra i primi cinque paesi. Mentre Turchia e Iraq tra i primi 10; Egitto, Israele, Qatar, Oman e Kuwait tra i primi trenta. Confrontando i dati sulle importazioni di armi dei quinquenni 2007-11 e 2012-16, si rileva che l'Oman ha registrato il maggior incremento a livello mondiale (+ 692%) seguito, rispettivamente, da Bangladesh (+681%) e Taiwan (+647%) e, a distanza, da Qatar (+245%), Arabia Saudita (+212%), Kuwait (+175%) e Irak (+123 %), Egitto (+69%), EAU (+63%), Turchia (+42%), Israele (+12%). Gli Stati arabi che costituirono nel maggio 1981 il Consiglio di Cooperazione del Golfo, con sede a Riyad, di cui fanno parte Bahrain, Qatar (recentemente espulso dagli altri 5 paesi membri), Arabia Saudita, Kuwait, Oman e EAU hanno profuso enormi risorse finanziarie nell'ammodernamento militare. Risale allo scorso maggio un altro accordo tra Usa e Arabia Saudita che dovrà però essere approvato dal Congresso americano per la fornitura di sistemi d'arma ancora da definire nell'arco di un decennio, il cui valore complessivo ammonta a 350 miliardi di dollari. Oltre cento in gran parte a beneficio in tempi brevi, pare, della Lockheed Martin, fornitura di batterie antimissile a medio e corto raggio, aerei da trasporto e navi militari multi-missione; Boeing, aerei militari; Sikorsky, elicotteri per usi militari e civili; Raytheon, sistemi missili Patriot.... Dovrebbero beneficiarne altri fornitori familiari al Pentagono (Northrop Grumman, General Dynamics, ecc)".

* Torniamo ai conflitti scoppiati nel Vicino Oriente. Ci sono fatti poco trasparenti?

"Certo si è dato impulso all'attività dei mercanti d'armi. Non solo canali istituzionali. Si ritiene che in quest'area, molti Paesi, in particolare Arabia Saudita, Qatar e EAU siano tra i maggiori fornitori di armi delle fazioni in lotta in Siria, Libia, Iraq e Yemen. Tuttavia, gran parte dei traffici di armi leggere e di piccolo calibro sfuggono alle rilevazioni del SIPRI , anche se recentemente per la prima volta, con molte cautele, ha fornito dati sulla fornitura di armi a sei gruppi di ribelli, dei 165 identificati, che hanno ricevuto grandi sistemi d'arma tra il 2012 e 2016: da cui si apprende che i gruppi Hamas e Comitati di Resistenza Popolare di Gaza hanno ricevuto missili anti-carro probabilmente dalla Corea del Nord, forse attraverso Iran, Sudan o Egitto; mentre missili anti-carro sarebbero stati consegnati ai ribelli in Siria e ai gruppi della Jihad Islamica Palestinese, e missili portatili terra-aria SAM (Surface-to-Air-Missile) ai ribelli Siriani e al Partito del Lavoratori Kurdi (PKK) in Turchia".

* Che peso hanno i trattati, bilaterali e multilaterali, sul disarmo e sul controllo degli armamenti sottoscritti e ratificati da molti Paesi?

"Sono importanti perché manifestano la consapevolezza della comunità internazionale sui rischi. Però dopo che nel '78 l'Onu convocò la 'Prima Sessione Speciale sul Disarmo' e istituì l'apposita Conferenza, deludente nei risultati, e anche gli ultimi due, tre decenni hanno visto difficoltà causate da tattiche nazionaliste e veti incrociati esercitati da pochi Paesi membri; non a caso con elevati livelli di dipendenza dalla produzione e dal commercio di armamenti. Di fatto hanno ostacolato tentativi multilaterali per consolidare i trattati già esistenti: quello di non Proliferazione Nucleare; sull'interdizione delle armi batteriologiche e tossiche; sulla proibizione o limitazione di alcune armi convenzionali. Difficoltà, che dal 1988, hanno pure paralizzato la Conferenza sul Disarmo".

* Qualche risultato positivo?

"Se si va indietro almeno due da segnalare, grazie a gruppi trasversali di governi in cooperazione con la società civile transnazionale. Ottenuti riformulando divieti e obblighi in termini umanitari piuttosto che di controllo e di non proliferazione. Così è stato possibile bandire le mine anti-uomo (Convenzione di Ottawa) e le munizioni a grappolo (Convenzione di Oslo) con i trattati entrati in vigore nel 1999 e 2010. Contemporaneamente, allo stesso modo, è stato possibile sviluppare negoziati sotto gli auspici delle Nazioni Unite che hanno portato al 'Programma di Azione sulle Armi di Piccolo Calibro e Leggere' del 2001 e al Trattato sul Commercio delle Armi del 2013. Per l'United Nations Office for Disarmament Affairs, i trattati che includono obiettivi di disarmo in termini 'umanitari universali' condividono alcuni requisiti importanti per il loro successo. Senza dimenticare il ruolo svolto da agenzie dell'Onu, dalla Croce Rossa e dalla Mezzaluna Rossa, da organizzazioni umanitarie e non governative per il disarmo. Oltre a tanto lavoro per affermare culture di pace e dialogo, indispensabile per eliminare fattori di ostacolo latenti, ma pericolosissimi: l'ignoranza (cioè la non conoscenza) culturale e la paura di ciò che non si conosce (del diverso). In particolare è la 'paura', vera o indotta, che spinge spesso l'uomo a compiere azioni violente individuali e collettive. Ed anche l'ansia di 'fare soldi' per conquistare 'potere' sono alla base della cultura del conflitto".

* "L'argent fait la guerre" dice una massima. Cosa c'è di vero in queste parole che anche Papa Francesco ha richiamato a modo suo?

"Vero, si drenano capitali ingenti. Ma non è tutto. Non bisogna dimenticare le cause profonde che portano ad un conflitto. A sostegno dell'affermazione citata, si potrebbero ricordare le parole dette il 17 gennaio '61 dal presidente Dwight D. Eisenhower agli americani. Quando affermò: 'La congiunzione di un immenso apparato dirigente militare e di una grande industria delle armi' può esercitare una 'influenza totale economica, politica, perfino spirituale in tutti gli ambiti del governo federale'. 'Nelle riunioni di governo dobbiamo prestare attenzione a non subire pressioni ingiustificate, richieste o non richieste, da parte del complesso militare industriale'. Per avere un mondo libero da guerre basterebbe bloccare tutti i 'complessi militari industriali'? O rimuovere le ingiustizie alle radici? Utopie? Forse, quelle dentro tanti appelli dei Papi che da Giovanni XXIII, con la Pacem in Terris a Francesco, richiamano alla responsabilità personale di tutti. Perché non sarà cominciata la terza guerra mondiale di cui si parla, ma la fine della corsa agli armamenti è lontana".

Marco Roncalli


© Vatican Insider - 7 luglio 2017
   
Foto a cura della redazione di www.missionerh.it




15/07/2017
 
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