Italiano Español Nederlands Français
Home arrow Interviste arrow Interviste/73. La speranza non muore/1
Advertisement
Stampa Segnala a un amico

 

Interviste/73

 

 

LA SPERANZA NON MUORE/1

Intervista a Mons. Bruno Ateba Edo, Vescovo di Maroua-Mokolo

 



Mons. Bruno Ateba Edo è, dal 17 maggio 2014, il terzo Vescovo della diocesi di Maroua-Mokolo che copre la parte occidentale della Regione dell'Estremo Nord del Camerun, una delle più povere del Paese. Crocevia di popoli e di lingue, questa Regione ne conta per lo meno una cinquantina.

Dal 1946, grazie all'opera dei Padri Oblati di Maria Immacolata, la Buona Notizia di Gesù è annunciata e accolta dai popoli delle montagne, essendo la pianura abitata dalle popolazioni musulmane che praticano un Islam tradizionale e tollerante, legato alla confraternita della Tidjaniyya.

Verso gli anni ‘80, l'apparire di un Islam riformistico d'origine araba c rea delle tensioni nella regione. Dal 2013, l'azione terroristica del gruppo islamico, di origine nigeriana Boko Haram, ne minaccia fortemente l'equilibro di per sé già estremamente precario.

Malgrado l'ingente sforzo compiuto dall'esercito per difendere il territorio, le vittime del terrorismo, dall'inizio ufficiale delle operazioni militari (1° agosto 2014), si contano ormai a centinaia, gli sfollati e i profughi a decine di migliaia.

È in questo contesto altamente conflittuale che la Chiesa locale di Maroua-Mokolo vive e rende testimonianza della Buona Notizia di Gesù.

Originario del Sud-Camerun, Mons. Bruno Ateba Edo è nato il 20 novembre 1964. È religioso, membro della Società dell'Apostolato Cattolico (Pallottini). Ogni volta che abbiamo avuto l'opportunità di incontrarlo, ha affidato i suoi fedeli e il suo ministero alle nostre preghiere. Ultimamente ci ha accordato un po' del suo tempo per presentarci la situazione della diocesi di Maroua-Mokolo e le principali sfide che l'attendono.

separador1.png


* Mons. Bruno Ateba, lei è stato ordinato Vescovo di Maroua-Mokolo tre anni fa, alcune settimane prima dell’inizio ufficiale delle operazioni militari contro il gruppo Boko Haram. Da allora, la sua diocesi è coinvolta nel conflitto asimmetrico che oppone il Camerun al terrorismo islamico. Può condividere con noi gli avvenimenti più importanti dei suoi primi anni di ministero episcopale?

Vi ringrazio innanzitutto per il vostro sostegno spirituale e l’attenzione speciale che avete sempre manifestato nei riguardi della mia modesta persona e della nostra diocesi di Maroua-Mokolo.

Gli inizi del mio ministero episcopale coincidono con il rapimento dei tre m issionari della missione di Tchère: i Padri Gian Antonio Allegri, Giampaolo Marta ‒ sacerdoti fidei donum della diocesi di Vicenza in Italia ‒ e Suor Gilberte Bussière della Congregazione di Notre Dame de Montreal. Questo rapimento si è fortunatamente concluso con la liberazione dei religiosi nella notte fra il sabato 31 maggio e la domenica 1° giugno 2014.

A partire dall’estate 2014, la diocesi ha dovuto far fronte all’arrivo degli sfollati di guerra e dei profughi nigeriani nel campo di Minawao (Parrocchia di Zamay) nel dipartimento del Mayo-Tsanaga, situato a 70 km da Maroua. Le popolazioni civili nigeriane affluivano numerose per rifugiarsi in Camerun. La nostra diocesi, per la sua prossimità geografica con la Nigeria, costituisce, infatti, la destinazione principale di questi profughi. Le parrocchie situate alla frontiera[1] costituivano la porta d’ingresso e i locali delle missioni erano i principali luoghi d’accoglienza dei profughi nigeriani. Occupavano cappelle, scuole, sale parrocchiali, dispensari, ecc.

Il campo dei profughi nigeriani di Minawao ospita attualmente più di 50.000 persone. Fortunatamente, la diocesi di Maroua-Mokolo non è sola ad occuparsene. Il 5 marzo 2015, una delegazione della Conferenza episcopale della Nigeria, condotta dal Vescovo d’Umuahia, presidente della Fondazione Caritas della Nigeria, Lucius Ugorji, ha visitato il campo di Minawao e, in vista di una migliore accoglienza, delle disposizioni concrete, fra cui l’invio di sacerdoti nigeriani, sono state adottate.

Ho affidato la diocesi alla misericordia divina. Vi chiedo di pregare per noi affinché, grazie alla misericordia di Dio, la pace possa infine ritornare.

Il mese di luglio 2015 marca una nuova fase dell’aggravamento dell’instabilit à della Regione: l’esplosione di “bombe umane”. A partire da questa data, purtroppo, gli attentati suicidi sono diventati, nella nostra diocesi, la realtà quotidiana.

Questi eventi sanguinosi colpiscono le popolazioni più deboli, appartenenti a tutte le religioni, e minacciano la coabitazione pacifica che ha sempre caratterizzato la nostra regione nonostante la sua ricca diversità culturale e religiosa. Questi attentati terroristici sono poco conosciuti in Occidente. Quando accadono delle tragedie come quelle di Parigi, di Bruxelles o di Manchester, il mondo intero ne parla. Qui da noi, attacchi simili o ancora più gravi ci sono quasi tutti i giorni, ma quasi nessuno ne è informato.

* Che cosa ha provato in quanto pastore nel vedere tanti missionari, religiosi e religiose, lasciare la diocesi uno dopo l’altro, volontariamente o su ordine dei loro consolati e dei loro superiori gerarchici?

La partenza di missionari, di religiosi e religiose, che lavorano nella “zona rossa”, quella vicino alla frontiera con la Nigeria, è stata e continua ad essere per noi una situazione molto difficile. Viviamo il nostro Venerdì Santo con parecchie comunità cristiane che hanno visto la partenza improvvisa dei loro pastori, religiosi e religiose con cui avevano camminato e lavorato tanti anni.

Tutto ciò, certamente, è legato all’insicurezza e più particolarmente ai numerosi sequestri di stranieri perpetrati da Boko Haram fra il 2013 e il 2014 (missionari, turisti o cooperanti): francesi, italiani, canadesi, cinesi, nessuno è stato risparmiato.

Fortunatamente, tutti ne sono usciti indenni, ma al prezzo di lungh e e infinite negoziazioni che coinvolgono ogni volta non solo le autorità del Camerun, ma anche i governi dei Paesi di origine attraverso le loro rispettive cancellerie. Un religioso resta pur sempre cittadino di uno Stato con tutte le implicazioni che questo comporta.

Manteniamo comunque la speranza ‒ ragione per la quale, preghiamo e discerniamo, sollecitando innanzitutto come dovuto i pareri ed i consigli degli uni e degli altri, particolarmente delle autorità ecclesiastiche, diplomatiche, di sicurezza e di difesa, e dei miei più stretti collaboratori ‒ per il ritorno dei nostri missionari.

La leggenda dei quattro ceri dell’Avvento attribuita al Pastore luterano tedesco Johann Heinrich Wichern (1808-1884) c’incoraggia. Quattro ceri erano accesi. Tutto era calmo. Talmente calmo che si sentivano i ceri parlare tra loro. Il primo cero disse sospirando: “Mi chiamo Pace. La mia luce brilla, ma gli uomini non coltivano la pace. Non mi vogliono”. La sua luce si affievolì sempre di più fino a spegnersi.

Il secondo cero disse vacillando: “Mi chiamo Fede, sono di troppo. Gli uomini non vogliono saper nulla di Dio. Non ha più senso che resti acceso”. Una corrente d’aria soffiò nella sala e la candela si spense.

Senza alzare la voce piena di tristezza, il terzo cero prese allora la par ola: “Mi chiamo Amore. Non ho più forza per brillare. Gli uomini mi trascurano. Vedono solamente loro stessi e non gli altri che li amano”. Un ultimo sfavillio e anche questa luce si era spenta. Allora un bambino arrivò nella sala. Guardò i ceri e disse: “Ma... dovete essere accesi e non spenti!”. I suoi occhi erano gonfi di lacrime.

Il quarto cero prese allora a sua volta la parola e disse: “Non avere paura! Finché sono acceso, possiamo accendere di nuovo gli altri ceri. Mi chiamo Speranza”. Con un fuscello, il bambino prese la luce di questo cero ed accese gli altri ceri.

Questo racconto esprime bene la realtà che viviamo nella nostra regione. La pace tra gli uomini e le comunità, la fede in Dio, l’amore del prossimo e del bene comune sono messi a dura prova dalla guerra e dal terrore, ma la speranza fondata in Gesù Risorto non muore. Siamo all’opera per sostenerla nei cuori delle persone e delle comunità.

(A cura di Franco Paladini)

(
Continua)



_____________________________

[1] Si tratta più precisamente delle seguenti parrocchie: Kolofata, Aissa-Hardé, Amchidé, Kourgui, Mora, Makoulahé, Gudjimdélé, Tokombéré, Nguetchéwé, Zhéléved, Mutskar, Ouzal, Koza, Djingliya, Ldubam-Tourou, Mokolo-Tada, Mboua, Rhumzou, Mogoddé, Guili e Bourha.




18/09/2017
 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis