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Interviste/74

 

 

LA SPERANZA NON MUORE/2

Intervista a Mons. Bruno Ateba Edo, Vescovo di Maroua-Mokolo

 

Da ormai tre anni, la diocesi di Maroua-Mokolo si trova nel cuore della bufera del conflitto armato che oppone il Camerun al gruppo terroristico Boko Haram.

Con la prima parte dell'intervista che il suo Vescovo Mons. Bruno Ateba Edo, membro della Società dell'Apostolato Cattolico (Pallottini), ci ha gentilmente concesso, ci siamo resi conto delle sfide con cui la Chiesa si confronta ogni giorno nella Regione dell'Estremo Nord del Camerun.

Rispondendo alle prossime domande, il Vescovo di Maroua-Mokolo ci presenta le opzioni pastorali di fondo della sua diocesi ‒ tra le quali l'accompagnamento dei giovani ‒ e la spiritualità che le sottende e le illumina.

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* In questa situazione, Monsignore, quali sono le priorità che lei ed i suoi collaboratori vi siete fissate? Il dialogo interreligioso ha subito un colpo d'arresto o ha ritrovato un nuovo slancio?

La pastorale della presenza e dell'ascolto ci aiuta ad accompagnare i nostri fratelli e sorelle. Grazie all'impegno degli agenti pastorali e dei laici, "passiamo" in mezzo alle persone, come Gesù, "facendo del bene e guarendo tutti" (At 10, 38). In virtù del battesimo, ogni cristiano è un "Cristoforo", colui che porta Cristo!

È, soprattutto, al momento delle celebrazioni eucaristiche ‒ i nostri preti diocesani si recano a celebrare nei villaggi situati nella "zona rossa", accompagnati dalla scorta armata ‒ che i fedeli prendono coscienza di questa chiamata ad essere, malgrado le avversità, testimoni di giustizia e di pace.

Per assicurare una presenza in tutte le comunità, capita anche a me, certe domeniche, di celebrare diverse messe all'aperto ‒ non solo in campagna, ma anche in città dove la cattedrale classica è sostituita da una "cattedrale-bio" i cui alberi fanno ombra alla celebrazione delle nostre eucarestie riunendo circa tremila fedeli, sotto il sole o la pioggia. Ogni volta, una catena di sicurezza umana viene costituita intorno all'assemblea; chi desidera partecipare alla Messa è tenuto a sottoporsi prima di entrare a dei rigorosi controlli. Nonostante il terrore, i fedeli di Maroua non perdono la loro gioia, il Signore è il nostro rifugio.

Se la preghiera costituisce per noi l'arma più potente contro il terrore, occorre sottolineare che la diocesi di Maroua-Mokolo è altrettanto impegnata nel dialogo interreligioso.

Riguardo alle differenti comunità religiose, le stime più recenti danno per la nostra diocesi la ripartizione seguente: cristiani 18%, musulmani 35%, praticanti della religione tradizionale ed altri 47%.

I musulmani, soprattutto presenti in pianura e nei grandi centri urbani, sono quasi inesistenti sui massicci montagnosi, del resto molto popolati. Si tratta di un Islam tradizionale e delle confraternite che ha sempre riservato una buona accoglienza ai cristiani.

Malgrado le minacce ricorrenti della nebulosa terroristica di origine nigeriana, cristiani e musulmani coabitano in armonia. Numerosi musulmani, quando sono malati, si recano nei dispensari e negli ospedali cattolici e mandano i loro bambini nelle scuole cattoliche.

In vista di approfondire questo "dialogo della vita" già esistente, abbiamo proceduto, nel gennaio 2015, all'inaugurazione a Maroua della "Casa dell'incontro tra musulmani e cristiani". Essa comprende una biblioteca, un centro di documentazione ed alcuni uffici, ed è gestita insieme dalle differenti comunità religiose della città.

Solo l'incontro e il dialogo possono disarmare il fanatismo esistente fra di noi e permettere di costruire un futuro di pace per tutti. Il dialogo non s'improvvisa, ma lo si prepara seriamente col rispetto e la conoscenza profonda dell'altro e della sua tradizione religiosa.

La "Casa dell'incontro" è nello stesso tempo la sede dell'antenna locale dell'ACADIR, Associazione Camerunese per il Dialogo Interreligioso, fondata nel 2007 dalla Chiesa cattolica, le Chiese protestanti del CEPCA (Consiglio delle Chiese protestanti del Camerun) e la Comunità musulmana apolitica. L'Associazione ha come obiettivo quello di essere una piattaforma di dialogo sia tra le religioni che tra le religioni e lo Stato, in vista della promozione della pace, della concordia e del progresso sociale.

La necessità di continuare questo dinamismo s'impone tanto più che, negli ultimi decenni, si è riscontrata l'emergenza, nella nostra regione, di correnti del riformismo islamico molto attive anche nel sociale (dispensari, scuole, centri sociali...) e che veicolano una visione della religione dogmatica, letteralista e retrograda orientata verso un progetto politico della società islamica.

Per questo motivo, il dialogo interreligioso resta nel cuore delle nostre priorità. Abbiamo degli incontri regolari col Lamido ed il grande Iman della città di Maroua: opportunità idonee per favorire la solidarietà, una più grande sinergia e la coesione nazionale. Al di là della nostra appartenenza religiosa ed etnica, siamo tutti, infatti, cittadini dello stesso Stato, con gli stessi diritti e doveri.

* Migliaia di giovani dell'Estremo Nord si sarebbero arruolati nel gruppo islamico Boko Haram. Quali azioni porta avanti la Chiesa per frenare questo preoccupante fenomeno sia sul terreno che a livello istituzionale?

Maroua, la capitale della nostra bella Regione dell'Estremo Nord, conta più di 700.000 abitanti. È una città cosmopolita, commerciale e costituita da una popolazione molto giovane. È situata in una vasta pianura e conta una Università con parecchie facoltà e tre Grandes écoles.

I giovani che non vanno a scuola, come del resto i disoccupati, sono senz'altro i bersagli privilegiati della setta oscurantista Boko Haram, la cui denominazione esprime avversione contro la cultura e l'educazione occidentali. Essa propone ai giovani del denaro facile e li "formatta" secondo la sua ideologia. È passata l'epoca in cui i giovani in cerca di lavoro potevano emigrare verso la Libia, i Paesi del Golfo o l'Europa. Le sole possibilità di mobilità sociale per questi giovani, purtroppo, sono spesso la criminalità organizzata e la guerra.

Occorre considerare che ci sono anche giovani che si sentono semplicemente interpellati dall'ideologia di Boko Haram e giudicano l'Islam tradizionale, praticato in famiglia, come rigido e carico d'impurità, incapace, dunque, di rispondere alle loro aspirazioni.

In questo contesto, pertanto, l'educazione e la promozione umana sono le priorità dello Stato e della Chiesa, in vista di preparare i giovani ad avere una buona capacità di discernimento.

Lo Stato è chiamato in particolare a vegliare sul contenuto degli insegnamenti dispensati nelle istituzioni religiose, cristiane e musulmane. La dipendenza finanziaria di certe nostre istituzioni di formazione spirituale e umana può diventare, infatti, una porta d'ingresso a ogni forma di deriva dottrinale ed ideologica, le cui conseguenze possono minacciare la stessa coesione nazionale. Vi è la necessità, inoltre, di inserire l'insegnamento delle religioni nelle istituzioni scolastiche pubbliche, sia nelle scuole primarie che nelle superiori. La formazione del giovane camerunese deve essere integrale, umana e spirituale.

È quello che, in quanto Chiesa, cerchiamo di fare. I corsi sull'Islam sono dispensati da alcuni anni agli studenti del Seminario Maggiore di Maroua. La diocesi organizza regolarmente dei convegni di giovani cristiani e musulmani su temi quali la riconciliazione, la giustizia e la pace.

La Regione dell'Estremo Nord è una delle più povere del Camerun; è marcata da un'importante sovrappopolazione e dalla penuria di terreni coltivabili. Di questa precarietà, i giovani sono quelli che ne risentono maggiormente.

Importante, ci sembra, è l'avvio di progetti di sviluppo per aiutare i giovani a prendersi in carico, a non sentirsi esclusi, ma a partecipare attivamente alla costruzione del Paese. È ciò che facciamo sostenendo i gruppi, i "granai comunitari", le associazioni e contribuendo alla formazione dei leader in vista della promozione delle piccole e medie imprese.

* Mons. Bruno Ateba, lei è il terzo Vescovo della diocesi di Maroua-Mokolo e il primo Vescovo pallottino camerunese. In che modo il carisma del suo Istituto illumina il suo ministero?

Nel 2014, quando sono stato ordinato Vescovo, ho voluto porre la mia azione episcopale nel segno della continuità con l'opera iniziata da Mons. Henri Vieter, pallottino e fondatore della Chiesa in Camerun la quale celebrava proprio quell'anno il centenario della sua morte (7 novembre 1914).

L'impegno missionario e la testimonianza di Mons. Henri Vieter m'incoraggiano e m'interpellano costantemente a proclamare la buona notizia dell'amore di Dio secondo il carisma del mio Istituto.

In tal senso, il mio motto d'ordinazione episcopale Caritas Christi urget nos ("L'amore di Cristo ci spinge"), tratto da 2Cor 5, 14, esprime bene la mia appartenenza alla famiglia pallottina. Tutta la nostra vita è una risposta a quest'amore.

Questa buona notizia la proclamo oggi coi preti, i religiosi, le religiose e tutti gli agenti pastorali di Maroua-Mokolo, una diocesi molto vasta e ben organizzata grazie alla possente opera missionaria dei miei due predecessori: Mons. Jacques De Bernon e Mons. Philippe Stevens.

È l'amore di Dio che deve essere ogni giorno acceso nel cuore di tutti i battezzati. È un compito che spetta a noi tutti.

Siamo oggi il solo vangelo esistente, secondo la bella espressione di un anonimo fiammingo del XV secolo, ripresa dallo scrittore Mario Pomilio nel suo romanzo Il quinto evangelio: "Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini d'oggi. Cristo non ha mezzi, ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé. Noi siamo l'unica Bibbia che i popoli leggono ancora. Siamo l'ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole".

Quest'appello riguarda sia i preti che i religiosi e i laici. Ogni battezzato è un apostolo: "Siamo tutti i membri della Chiesa e formiamo un solo corpo" (cfr. 1Cor 12, 12). Il Nostro Fondatore san Vincenzo Pallotti (1795-1850) amava ripetere che la chiamata all'apostolato non è riservata ad alcuni, ma è rivolta a tutti, "qualunque sia il loro stato, la loro condizione, la loro professione, la loro fortuna, tutti possono farvi parte".

I laici che sono sia fedeli che cittadini, hanno dunque un ruolo importante nell'evangelizzazione. Sono chiamati a professare, a celebrare e a testimoniare la loro fede e il loro amore che solo può cambiare il mondo, sapendo che il primato spetta sempre a Dio che ha voluto chiamarci a collaborare con lui e fortificarci con il suo Spirito.

* Grazie Mons. Bruno Ateba della sua disponibilità e soprattutto della sua bella testimonianza missionaria.

(A cura di Franco Paladini)





20/09/2017
 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis