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Interviste/76

 

 

POLITICI CATTOLICI FATEVI AVANTI!/2

L'America Latina si riunisce in Colombia all'inizio di dicembre.
A tema l'impegno dei laici nella vita pubblica

 

     


* Sembra di capire che quello a cui allude è un cammino diverso da quello degli evangelici in tanti posti dell'America Latina che invece penso ai brasiliani, ai cileni e ai colombiani si stanno compattando in forza politica e cercano anche con certo successo di condizionare gli equilibri parlamentari nei loro Paesi.

Sì, è una strada diversa. È chiaro che la dottrina sociale cattolica non ha mai preteso di trasformarsi e tradursi in una ingegneria sociale prefabbricata con l'obiettivo di dispensare "soluzioni concrete e meno ancora soluzioni uniche per questioni temporali che Dio ha lasciato al giudizio libero e responsabile di ciascuno". D'altra parte, ci sono punti irrinunciabili per l'impegno dei cattolici nella vita pubblica. Non è che i cattolici possano assumere qualsiasi tipo di opzione, perché ce ne sono che contraddicono la fede che professano. Non tutte le concezioni della vita sono equivalenti e hanno uno stesso valore. Una concezione relativistica del pluralismo non ha nulla a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che, secondo il proprio criterio, si conforma meglio alle esigenze di bene comune. I cattolici devono saper riconoscere i punti fermi e condividere posizioni comuni davanti a questioni sociali che mettono in gioco opzioni etiche fondamentali o nei momenti in cui lo richiede il bene supremo della nazione o davanti a congiunture della vita ecclesiale che imponga una indicazione di prudenza che sia unitaria. Essi sanno anche come discernere e riconoscere che la stessa fede può portare a impegni e opzioni differenti di fronte ad una diversità di circostanze e una pluralità di interpretazioni e percorsi per il perseguimento del bene umano e sociale.

È anche vero che oggi come oggi è importante riaffermare una tensione verso l'unità tra i cattolici che operano nei diversi ambiti delle democrazie. È un gran brutto segno che i cattolici che assumono responsabilità politiche, imprenditoriali, e in altri campi della vita pubblica non sentano la necessità e l'esigenza di incontrarsi, e incontrarsi perché uniti da qualcosa che interessa molto più radicalmente e totalmente che le diverse vincolazioni e scelte che possano legittimamente adottare in questi ambiti.

* Pluralità di interpretazioni e di percorsi e tensione all'unità. Non sono contraddittorie le due cose?

Se si appartiene ad un mistero di comunione più profondo, decisivo e totale degli stessi legami di sangue, a maggior ragione questa appartenenza è anteriore e preminente rispetto a qualsiasi legittimo pluralismo temporale tra i cattolici. La fragilità e la riduzione di questa esperienza di appartenenza alla comunione ecclesiale fa sì che la Chiesa non sia più il luogo da cui provengono, sono verificati e si nutrono i criteri che illuminano il proprio comportamento e le scelte dei laici nella vita pubblica. Solo l'esperienza della comunione non l'isolamento o la diaspora nel mondo genera e irradia libertà e originalità di fronte alle pressioni dell'ambiente. In caso contrario, predominano riflessi ideologici, i pregiudizi di determinate strutture mentali o gli interessi che dominano in vari settori sociali. Al contrario, l'esperienza di comunione che trova la sua fonte e il culmine nell'Eucaristia deve dilatarsi come unità sensibile, manifesta, di cristiani in tutti gli ambienti della convivenza umana. Più i cristiani sono presenti nelle "frontiere" della politica, della scienza, della cultura, della lotta sociale, più sono colpiti e messi in discussione da sfide complesse, più sono aperti al dialogo, alla collaborazione e al confronto con persone provenienti da credenze e ideologie molto diverse, ancor più devono essere vitalmente, intellettualmente e spiritualmente radicati nel corpo concreto ecclesiale. L'adesione all'unità nell'essenziale cioè la pienezza della fede cattolica, in tutta la sua verità e in tutte le sue dimensioni e la tensione all'unità nei vari settori della vita pubblica per testimoniare la comunione a cui tutti gli uomini sono chiamati permette di superare i circoli viziosi tra coloro che pretendono di attribuire esclusivamente alla loro proprie opzioni contingenti il carattere di cattolico e chi scivola in pluralismi disgreganti caratterizzati dal relativismo culturale e morale.

* Lei se la sente di spiegare qual è l'idea di cattolico in politica che ha Papa Francesco?

Basterebbe rileggere le omelie di monsignor Jorge Mario Bergoglio in occasione dei "Te Deum" nella sua cattedrale a Buenos Aires (ne ricordo una sulle beatitudini per i politici!) e trarre conclusioni in questa materia dalla Esortazione Apostolica Evangelii gaudium quando si riferisce alla "dimensione sociale dell'evangelizzazione" e dall'enciclica Laudato si'.

C'è bisogno di politici che per la loro testimonianza e azione aiutino a riabilitare la dignità della politica, che non antepongano i propri interessi personali al bene comune e, pertanto, non cadano nella corruzione, che hanno passione per il loro popolo e vivono tra la gente, compenetrati con le loro sofferenze, aspirazioni e speranze, che sanno riconoscere e toccare le più profonde fibre della loro storia, cultura e religiosità e l'importanza capitale della vita matrimoniale, famigliare e intergenerazionale.

Per Papa Francesco sono buoni i politici quelli che affrontano la realtà dalla situazione e dallo sguardo dei poveri, che mettono in atto politiche inclusive di "tetto, terra e lavoro" per tutti, che conoscono la complessità delle questioni e per questo non si lasciano trascinare dalla faciloneria e dalla demagogia, che hanno la competenza e l'olfatto di discernere le congiunture concrete, ma di collocarle in un orizzonte di speranza, che sono sempre aperti al dialogo a 360 gradi e sono operatori di "amicizia sociale" nel tessuto democratico, per favorire le convergenze nazionali e popolari più ampie possibili nel perseguimento del bene comune. E che non si chiudano nelle proprie frontiere, ma che portino nel proprio cuore e intelligenza un destino di solidarietà per la "Patria Grande" latinoamericana. Non molto tempo fa mi sembrò importante scrivere che "c'è bisogno di una traduzione libera e audace, come progetto storico, come 'politica' nel senso più nobile e più ampio del termine, di tutto quel che significa e apporta l'attuale pontificato". Chi ripete accuse assurde sul "populismo" del Papa o è stupido o è malintenzionato.

* C'è un fronte nella diplomazia di Francesco che non sembra dare risultati, ed è il Venezuela. Lei vede una speranza di ricomposizione pacifica della crisi di questo grande Paese latinoamericano?

Purtroppo nell'attuale tragica situazione in Venezuela si può essere scettici, ma niente è peggio di una ancora maggiore esplosione di violenza e repressione. Per questo la Santa Sede, che segue le vicende del Venezuela con estrema e molto preoccupata ,attenzione deve essere sempre disposta, con il realismo e la saggezza che non le mancano, a prendere in considerazione qualsiasi spiraglio che si apra, per piccolo che sia, per negoziati con condizioni e possibilità serie. I Vescovi venezuelani, in mezzo alla loro gente, possono pronunciare parole molto forti e concrete sulla situazione economica, sociale e politica del Paese. E lo fanno! Non si può chiedere al Papa o alla Santa Sede, che deve discernere attentamente le modalità del proprio intervento, di fare altrettanto. La Chiesa parla con diverse voci da diverse istanze. Per questo opporre il Papa ai Vescovi venezuelani o è qualcosa di una stupidità totale o è una manovra grottesca voluta dal potere. Il viaggio del Papa in Colombia, il suo abbraccio con i Vescovi del Venezuela, le sue parole contro la violenza e in difesa dei diritti umani sono stati molto chiari.

* L'altro fronte dove ancora l'atteggiamento è interlocutorio, è la nuova presidenza degli Stati Uniti. È interlocutorio anche per lei o già può dire qualcosa di più definito su Trump e la sua politica verso l'America Latina?

Il Santo Padre, così come il suo Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, sono stati molto chiari quando hanno detto che l'albero si giudica dai suoi frutti, non da preconcetti ideologici, e di conseguenza, la Santa Sede non si lascia coinvolgere nelle tifoserie delle campagne mediatiche. Quegli stessi cori mediatici mostrano con chiarezza quali sono le reali leve del potere negli Stati Uniti, di certo più potenti dei poteri di un Presidente vociferante.

La maniera denigratoria e calunniosa con cui il Presidente fa spesso riferimento agli ispanici, le minacce e le deportazioni effettive anche se va ricordato che non sono mai state tante quanto quelle messe in essere durante la presidenza di Obama la più che deplorevole "decisione dell'amministrazione Trump di mettere fine al programma chiamato DACA ("The Deferred Action for Childhood Arrivals"), decisione biasimata dall'episcopato USA, l'ostinazione ossessionata sul muro lungo la lunghissima frontiera che separa gli Stati Uniti dal Messico e i passi indietro rispetto agli accordi raggiunti in precedenza tra gli Stati Uniti e Cuba, provocano ovviamente il rifiuto indignato dei latinoamericani e dei loro Governi, di destra, centro o sinistra che siano. Per di più l'annunciato "protezionismo" del Governo degli Stati Uniti allo scopo di rinegoziare il Trattato di libero commercio con il Messico, con modi realmente ricattatori è una cosa pessima per un'America Latina che ha bisogno dell'apertura del grande mercato nordamericano. I super potenti affermano il loro protezionismo e i più vulnerabili devono aprire le loro frontiere al libero commercio e alla libera circolazione finanziaria! Che paradosso!

Alver Metalli

 

© Il Sismografo (Terre d'America) - 28 settembre 2017
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.it




04/10/2017
 
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