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Interviste/80

   

 

IN RICORDO DI MONS. JEAN ZOA/1


In un contesto di commemorazione in Camerun del ventesimo anniversario della morte di Mons. Jean Zoa
[1] e di approfondimento del suo magistero in quanto Arcivescovo di Yaoundé dal 1961 al 1998, proponiamo il testo di un'intervista che ci rilasciò nel 1994, alla vigilia della I Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, che fu pubblicata nella nostra rivista missionaria "Missione Redemptor hominis"[2].

 


Abbiamo avuto questo scambio con Mons. Jean Zoa nel suo ufficio; ci accolse con amabilità mostrando ancora una volta lucidità e passione coinvolgente di fronte ai problemi della Chiesa in Africa.

Quest'intervista mette in risalto alcune linee essenziali del suo pensiero, che rimangono attuali,  malgrado la datazione specifica della riflessione; il testo illumina degli aspetti non sempre ben compresi del suo insegnamento, quali l'inculturazione e lo sviluppo. In effetti, si cerca a volte di far rientrare in schemi teologici in una maniera semplicistica la sua figura: si definisce a volte Mons. Jean Zoa come uomo contrario all'inculturazione o come teologo della liberazione africana.

Mons. Jean Zoa sfugge invece a queste etichette. Le sue posizioni teologiche e pastorali erano radicate nell'esperienza ecclesiale e teologica del Concilio Vaticano II, nelle sue fonti bibliche e patristiche; per questo i suoi orientamenti conservano ancora tutta la loro attualità e pertinenza.

Grazie al suo profetismo, al suo coraggio di andare contro corrente delle sensibilità del tempo, le sue posizioni esprimono soprattutto una fedeltà creativa al Vangelo e all'amore al suo popolo.

Nonostante le numerose pubblicazioni sulla sua figura, la sua eredità merita ancora di essere riscoperta e valorizzata pienamente, soprattutto nel campo della pastorale.



IN RICORDO DI MONS. JEAN ZOA/1

  Intervista rilasciataci da Mons Jean Zoa


* In un'intervista rilasciata nel 1993 alla CRTV alla televisione camerunese, Lei affermò che il Concilio diede risposte di ampio respiro perché i Vescovi di tutto il mondo giunsero a questo appuntamento con molte e importanti domande. Alla vigilia della I Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, quali sono le questioni fondamentali che i Vescovi africani porranno sulla situazione generale, la teologia e la pastorale di questo continente?

Il Concilio Vaticano II si inserì, in effetti, in un momento di cambiamenti epocali che interpellavano da ogni parte i cristiani.

Per quanto riguarda l'Africa, soprattutto l'Africa nera, il Sinodo si situa dopo trent'anni d'indipendenza che faceva seguito ad una lunga schiavitù e colonizzazione, dopo le aspirazioni d'indipendenza politica e l'esperienza di essa carica di equivoci e malintesi fra gli attori politici diretti e il popolo, dopo l'inizio del pluripartitismo e le conseguenze che ne derivano per la ricerca della pace e affinché la miseria non schiacci le popolazioni. La coscienza matura di tali avvenimenti e situazioni ci permetterà di celebrare un Sinodo sull'Africa che possa portare un messaggio di speranza.

La preparazione di noi tutti è in questo senso: il Sinodo non deve essere una riunione, un'assise accademica. Noi ci sentiamo ad una veglia d'armi, alla vigilia di una convocazione per cercare i mezzi di sopravvivenza di un continente.

L'atteggiamento fondamentale deve essere quello di testimoni, come sottolinea l'Instrumentum Laboris. Testimoni sul modello di Gesù, come ci è presentato in due immagini del Vangelo: Gesù che piange sulla sua nazione e sul tempio, simbolo di tutte le speranze del popolo, e Gesù che, guardando il popolo, gente errante e stanca, che non si regge più in piedi, esclama: "Ho pietà di questa folla". Tutti coloro che preparano questo Sinodo devono essere attanagliati da questo grido di Gesù: Ho pietà dell'Africa contemporanea: dove va?

È questa l'atmosfera fondamentale di questo Sinodo. Se si attende altro da esso, si rischia di rimanere delusi.

* Quale ritiene sia l'apporto al Sinodo africano della Chiesa camerunese e in particolare dell'arcidiocesi di Yaoundé?

L'arcidiocesi di Yaoundé si presenta al Sinodo africano dopo l'esperienza del Sinodo diocesano concluso nel 1991, nel corso del quale sono stati individuati quattro assi per un'evangelizzazione più profonda: la conoscenza di Gesù, l'impegno missionario, lo sviluppo, l'assunzione, da parte dei fedeli, delle loro responsabilità economiche nei confronti della Chiesa.

Leggendo l'Instrumentum Laboris, ho cercato di ritrovarvi questi quattro orientamenti fondamentali. Ho voluto utilizzarli come chiave di lettura di un documento così vasto e che dovrà essere discusso in un tempo limitato, per arrivare a definirne l'essenziale.

Resto convinto della validità dei punti chiave proposti dal Sinodo diocesano. La centralità di Gesù deve essere riscoperta e riaffermata con forza, privilegiando alcune categorie ed eliminando quelle che creano delle ambiguità.

L'Africa deve porsi domande fondamentali: il Dio unico nel quale crede l'Africa tradizionale, come molti studi ci illustrano rallegrandosene, è il Dio di Gesù Cristo, Dio personale che entra in relazione con l'uomo nella storia, che lo interpella ad un impegno di trasformazione della realtà, che gli fa scoprire le proprie responsabilità?

L'Africa ha bisogno vitale di ricentrarsi sull'essenziale del messaggio, di ritrovare e assimilare la gerarchia delle verità rivelate, di non sopravvalutare dei particolari che finirebbero per nuocere all'autenticità del Vangelo.

Sono a tal riguardo alcune mie riserve sull'inculturazione: finora, infatti, i suoi tentativi si sono limitati ad aspetti periferici della fede cristiana, a riti e pratiche tradizionali, ignorando, invece, aspetti ineludibili. Ancora oggi, ad esempio, in ewondo, la persona si dice la personne (si lascia cioè il termine francese e non si traduce). Quando si considera l'importanza della nozione di persona nel cristianesimo, si capisce l'urgenza di trovare un linguaggio che possa parlare agli uomini di oggi. E si potrebbero fare molti altri esempi. Il termine che traduce "peccato" rimanda all'infrazione degli interdetti tradizionali e all'impurità e non alla rottura di una relazione personale. Il lavoro di cui abbiamo bisogno è dunque quello di un dialogo profondo con la cultura, come i Padri della Chiesa hanno fatto nei primi secoli: un lavoro ricco di creatività, capace di dilatare la cultura per farle accogliere il messaggio evangelico.

Come non insistere, poi, sulla missione che è una necessità, per la Chiesa in quanto tale, di testimoniare e condividere il dono gratuito ricevuto? L'Africa deve integrare la dimensione missionaria anche se è in gran parte una Chiesa catecumenale. Non bisogna aspettare di arrivare ad un certo livello per pensare alla missione.

Vorrei sottolineare che la città è una sfida e un'opportunità per la missione, innanzitutto per la concentrazione demografica: le proiezioni statistiche ci dicono che la popolazione urbana sta per raggiungere il 70% della popolazione totale africana. Va elaborata perciò una pastorale missionaria specifica. La città deve essere messa al centro delle strategie diocesane e delle congregazioni religiose con una nota di ottimismo. La città, infatti, è vista spesso come la Babilonia, ma nella Bibbia la città è anche la Gerusalemme celeste. Si tratta perciò di rispondere alla sfida affascinante di evangelizzare e umanizzare la città.

Il terzo asse, quello dello sviluppo, può includere molti elementi dell'Instrumentum Laboris, gli stessi mass-media, per esempio.

Riguardo al problema lacerante dello sviluppo, è necessario che l'Africa riscopra una teologia e una spiritualità della creazione. Dal punto di vista cristiano, bisogna evitare espressioni quali "recuperare il ritardo che l'Africa ha nei confronti dell'Europa". Il punto di riferimento, il fondamento di un discorso di sviluppo, non è l'Europa. È il progetto di Dio, rivelato nella Genesi. L'uomo ha in se stesso la capacità di dominare la natura, è co-creatore, insieme a Dio. Da questo punto di vista, l'uomo africano deve rivalorizzare la razionalità.

È triste sentire dire da intellettuali africani che la razionalità è una caratteristica dell'Occidente: è invece semplicemente e specificamente umana. Si tratta allora di svelare all'Africa ciò di cui già ora dispone, di sollecitarla al dovere dell'ingegnosità creatriva.

Questi dati basilari dovrebbero far parte integrante della catechesi, piuttosto che soffermarsi in discussioni da specialisti. A partire da queste premesse si aprono grandi questioni: la gestione del tempo, la sistemazione dello spazio, a cominciare dall'habitat umano, la capacità di organizzazione, a partire da quella del lavoro, per renderlo meno penoso e più efficace, fino a quella della polis, della politica.

Infine, per quanto riguarda il quarto asse, è tempo che i cristiani, ovunque nel mondo, e a partire dall'Africa, capiscano che la Chiesa ha bisogno d'infrastrutture per avere la libertà di realizzare la propria missione. Le automobili hanno, qui in Camerun, un prezzo sproporzionato ai salari medi, ma come può un prete con una missione vasta quanto una provincia, lavorare senza un'automobile? Ecco sorgere allora, insieme alla partecipazione economica delle Chiese locali, il problema della cooperazione tra le Chiese.

* Uno dei quattro temi proposti dall'Instrumentum Laboris per il Sinodo è quello dell'inculturazione, tema sul quale la Chiesa africana riflette già da diversi anni. Lei, anche recentemente, ha espresso la preoccupazione di un'eccessiva ac­centuazione del problema dell'inculturazione che mette in ombra la necessità di una "metanoia", di una conversione, termine che Lei privilegerebbe perché "più biblico, più teologico e più impegnato". Può spiegarci meglio questa sua preoccupazione?

Penso che l'insistenza sull'inculturazione derivi da una certa confusione causata dall'esperienza della prima evangelizzazione, che identificava i nuclei del messaggio con espressioni invece culturalmente riformulabili, e dalle ferite e dai traumi della schiavitù e del colonialismo.

Vorrei che si conservasse la coscienza di questo problema, perché il rischio di confiscare il messaggio, di limitarlo a determinati concetti e formulazioni, minaccia tutti, anche noi africani, in quanto missionari verso altre culture. L'inculturazione è un richiamo all'umiltà, a ricordare che il messaggio ci supera sempre e che l'altro ha la libertà di riesprimerlo differentemente come già sottolineavo al Concilio dopo averne accolto e assimilato la trasmissione.

Ciò che voglio precisare, invece, è che dell'inculturazione non bisogna fare un punto "in sé" della dottrina cristiana, erigerla a sistema, ma un elemento che rimane relativo alle verità centrali della nostra fede. Se l'inculturazione divenisse una nozione fondamentale della Rivelazione, non ci sarebbe più spazio per il peccato e la conversione.

È significativo che gli apostoli, pur praticandola, non abbiano fatto dell'inculturazione un capitolo a parte della dottrina della Chiesa. Per loro si trattava innanzitutto della comprensione e dell'assimilazione del messaggio, che è verticale. L'incontro di Nicodemo con Gesù è illuminante: anche se è dottore della legge, egli non conosce, deve entrare in un'altra sfera, nascere di nuovo, dall'alto.

Non relativizzare aspetti derivati, quali i riti, fa dimenticare, infatti, la necessità di andare ai nuclei delle domande più profonde che l'uomo africano ci pone e che vanno innestate, messe in contatto con la risposta divina.

Alla grande profondità metafisica e mistica dei bisogni africani buona parte del clero risponde in maniera ridicola e offensiva per l'uomo africano, ritenendolo incapace di elevarsi al livello cui Dio l'ha posto. Avviene cioè che il popolo, giunto nell'atrio del tempio, ci chiede di accedere al Santo dei Santi e noi gli diciamo di starsene buono, montiamo delle scenette, lo divertiamo con delle parodie e poi lo rimandiamo via, senza rispondere al suo bisogno di Dio. Su questo dobbiamo interrogarci profondamente.

(A cura di Antonietta Cipollini)

(Continua)


 


[1] A Yaoundé, nel campus di Nkolbisson dell'Université Catholique d'Afrique Centrale, dal 24 al 25 aprile 2018, un Colloquio Internazionale di studio e di commemorazione ha riunito numerosi Vescovi e professori, insieme ad una folla di studenti e di fedeli di Yaoundé e di Mbalmayo, intorno alle grandi figure di Mons. Paul Etoga, primo Vescovo di Mbalmayo, e di Mons Jean Zoa, Arcivescovo di Yaoundé, scomparsi entrambi nel marzo 1998.

[2] Riprendiamo leggermente aggiornata l'intervista che Mons. Jean Zoa ci accordò nel 1994, alla vigilia della I Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, per la nostra rivista missionaria italiana, cfr. A. Cipollini, Ho pietà di questa folla. Intervista a Mons. Jean Zoa alla vigilia del Sinodo Africano, in "Missione Redemptor hominis" n. 33 (1994) 2-3.

 


15/05/2018
 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis