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Interviste/83

 

   

 

  L'AMERICA È IN MISSIONE

  Intervista al Cardinale Prefetto di Propaganda fide

 

 

 

"L'America è in missione". È l'immagine di una Chiesa in cammino, consapevole di se stessa e in dialogo con il mondo quella che il Cardinale Fernando Filoni si riporta dalla Bolivia, di ritorno dal quinto Congresso missionario americano (Cam5) dove è intervenuto in qualità di inviato speciale di Papa Francesco.

Il coinvolgente entusiasmo e la grande voglia di partecipazione incontrati, ma soprattutto i contenuti del dibattito sviluppatosi tra l'11 e il 14 luglio e le conclusioni programmatiche, hanno lasciato sensazioni positive al prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli che condivide, a caldo, le sue impressioni in questa intervista all'Osservatore Romano. Il porporato parla del processo di crescita delle comunità locali e del loro confronto con una società relativista, segnata dai problemi della migrazione, della povertà, del degrado ambientale, della dignità umana violata. "Dopo il congresso di Maracaibo del 2013, c'era bisogno ci dice di poter focalizzare meglio la visione che Papa Francesco ha della missionarietà della Chiesa. E credo che questo aspetto si sia visto chiaramente, non solo nell'entusiasmo, nel coinvolgimento assai numeroso e molto vivace, ma anche nel lavoro che è stato fatto".

* La popolazione boliviana ha risposto generosamente: tantissime famiglie hanno aperto le case per accogliere i delegati giunti da tutto il continente.

Questo è un aspetto sempre molto tipico dell'America del Sud dove c'è molta cordialità. È stato quindi interessante che più di tremila persone siano state accolte oltre che dalle parrocchie e dagli istituti religiosi, anche da circa 1200 famiglie che hanno dato ospitalità. Mi pare molto bello perché risponde proprio all'invito del Papa: "Aprite le porte e accogliete!".

* Il magistero di Francesco è stato il vero faro della discussione durante questo Cam5?

Ci siamo proposti di dare vita a un congresso che sin dall'inizio si mettesse in linea con la visione del Pontefice. Siamo così partiti tutti dallo stesso punto e avendo un obbiettivo comune. Quindi i lavori hanno preso impulso da un insegnamento chiaro fin dall'inizio del pontificato: se non è missionaria, se non evangelizza, la Chiesa non è se stessa.

* Il continente americano è immenso ed eterogeneo. Quali preoccupazioni sono emerse in modo particolare?

Prima di tutto una consapevolezza: che l'America è in missione. Partendo da ciò ci si è chiesti quali aspetti la Chiesa si trova principalmente a fronteggiare. Innanzitutto è stata evidenziata la grande crisi della famiglia, tema centrale non solo dal punto di vista ecclesiale ma al contempo sociale e civile. Poi la violenza e il disprezzo della vita: anche qui è ben chiaro come la violazione della dignità umana ferisca sia il cuore della Chiesa sia della società. Conseguentemente è stato segnalato il tema della violazione dei diritti umani e a questo si è legato l'aspetto del predominio economico sulla persona. È il confronto con realtà dove regnano il guadagno, l'interesse e dove gli uomini e l'ambiente passano in secondo grado. Poi ci sono altre emergenze: la mancanza di giustizia, la poca solidarietà, lo sfruttamento della terra e dei popoli indigeni, la violenza sulle donne e i bambini, la secolarizzazione, il relativismo, le migrazioni.

* Quest'ultimo tema è di particolare attualità perché accende il dibattito sui media.

È stato uno dei grandi argomenti di discussione. La problematica è venuta a galla ripetutamente, così come il sentimento di responsabilità della Chiesa di sentirsi accanto a persone che, o per esigenze di sicurezza o per necessità economica, sono costrette a migrare. È bene che anche la Chiesa senta l'intero fenomeno non solo come problema economico, sociale o politico, ma anche come fatto ecclesiale che la coinvolge nell'accompagnamento di questa gente.

* Nelle conclusioni dei lavori si è parlato anche della piaga degli abusi. Qual è la sua idea?

Ho riscontrato una grande sofferenza. Mi ha colpito il testo finale che parla di Iglesia golpeada, come se la Chiesa avesse subito una sorta di colpo di stato da persone che hanno abusato della fiducia e della loro missione. I fedeli sono stati profondamente toccati da certi fatti.

* Nella bozza che anticipa il documento finale vengono enumerate 11 proposte operative. Come sintetizzarle?

Intanto è stato bene che sia stata riproposta la centralità di Cristo e del suo messaggio nella missionarietà. Se, infatti, questa si limitasse a un'opera filantropica, resterebbe incompleta. Il mistero centrale è quello di Gesù, del Vangelo, è una salvezza spirituale e morale che integra quella umana e sociale.

La seconda cosa è un concetto caro a Papa Francesco: l'uscita verso le periferie. E l'America è piena di periferie, di tipo reale, sociale come quelle delle città, ma anche umane, di popolazioni costrette a una marginalità produttiva e sociale.

Terzo elemento, è la responsabilità che le Chiese hanno di se stesse. Si tratta di un aspetto già affrontato a Maracaibo, e che ora è più pienamente recepito. Oggi alcune Chiese nel continente americano, di fronte alla povertà di clero, di religiosi, di risorse, non chiedono più aiuto all'occidente europeo, ma se ne fanno carico come diocesi. Alcuni episcopati si sono assunti la responsabilità di vicariati che prima venivano affidati a ordini religiosi. E inviano sacerdoti, consacrati, suore, ma anche laici per supplire alle situazioni di maggiore difficoltà. Pensiamo all'Amazzonia. Questa è una coscienza missionaria importante. Significa che anche nelle Americhe sta crescendo la corresponsabilità reciproca fra le Chiese. È una novità che raccoglie l'idea lanciata a Maracaibo e ora comincia a trovare applicazione.

* Riconosce quindi una maturazione?

Sono forti segnali di coscienza da parte della Chiesa in America della propria forza missionaria evangelizzatrice.

* Di cosa ha bisogno la regione amazzonica?

Anzitutto che si prenda coscienza che essa non è uno zoo dove ci sono alberi, animali e indigeni. È un'area ricchissima dal punto di vista umano. Le cui potenzialità non conosciamo e che in passato abbiamo osservato anche impauriti nella difficoltà di ipotizzare un approccio. Ma tutti dobbiamo dare attenzione all'Amazzonia. A tale riguardo il congresso non ha potuto fare a meno di vedersi in linea con il Sinodo dei vescovi del prossimo anno, che coinciderà con il mese missionario straordinario voluto dal Papa. Questi due aspetti spingono alla missionarietà stessa. Ormai la maggior parte delle circoscrizioni ecclesiastiche in Amazzonia e nelle zone limitrofe sono vicariati apostolici, cioè sono Chiese in crescita, in formazione. Abbiamo bisogno a questo punto di una partecipazione collettiva che aiuti la regione ad assumere i propri connotati e a contribuire con le proprie capacità. Da questo punto di vista il Sinodo sarà prezioso.

* I lavori del Cam5 hanno quindi già una prospettiva futura?

Il congresso di Santa Cruz de la Sierra, il Sinodo sull'Amazzonia e l'ottobre missionario sono strettamente collegati. E, aggiungerei, anche la canonizzazione di suor Nazaria Ignacia March Mesa, grande missionaria religiosa, molto amata in Bolivia. Il Papa la proclamerà santa durante il prossimo Sinodo e ciò è percepito in America come un segnale di grande attenzione. È il passato che porta i suoi frutti nell'oggi attraverso l'opera di tante persone come madre Ignacia.

* In questo dialogo tra passato, presente e futuro, durante il Cam5 è stata evidenziata l'importanza della religiosità popolare?

Personalmente ne ho avuto una significativa esperienza con una visita alle riduzioni gesuitiche della Chiquitania. Mi ha molto impressionato come i missionari dell'epoca si relazionassero con gli indios, come li hanno organizzati in una società non più caratterizzata da contrasti tribali. Mi ha colpito come la missionarietà lì si sia incarnata per un secolo e mezzo attraverso i gesuiti, e poi, quando questi furono espulsi, sia stata continuata da laici. Anche oggi possiamo avere, nella vita della Chiesa, importanti risposte a livello di laicato.

* Aprendo il congresso lei ha sottolineato quanto sia importante non confondere l'impegno per la missionarietà con l'efficientismo, con la "logica dell'algoritmo". Cosa intendeva?

Oggi gli algoritmi sembrano alla base di tutto. Ma guai a entrare con la freddezza di questa logica, dove è il calcolo a risolvere i problemi. Occorre una logica che ha al centro la persona di Cristo. Le problematiche da affrontare non vanno affidate a sequenze numeriche, ma a un'anima, a uno spirito, a una grazia. Se come Chiesa manchiamo di questo, rischiamo di perdere il senso dell'evangelizzazione.

Maurizio Fontana


© L'Osservatore Romano - 19 luglio 2018
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.it




31/07/2018
 
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