IO, IL RAGAZZO DEI LAVORI FORZATI,
VESCOVO DELLA CHIESA UNIVERSALE*
Intervista a Mons. Paul ETOGA
In occasione della prossima chiusura del Giubileo della diocesi di Mbalmayo, indetto per celebrare il cinquantenario della sua creazione (24 giugno 1961), proponiamo ai nostri lettori l'intervista accordataci nel 1995, tre anni prima della sua morte, da Mons. Paul Etoga, Vescovo fondatore di Mbalmayo.
Mons. Paul Etoga è stato il primo Vescovo africano dell'Africa nera sotto la colonizzazione francese. Nato nel 1911, è stato ordinato sacerdote il 19 settembre 1939. La sua consacrazione episcopale avvenne il 30 novembre 1955.
Dopo esser stato a Yaoundé Vescovo ausiliare di Mons. René Graffin, ha ricevuto il 4 giugno 1961 il mandato della Santa Sede di fondare la diocesi di Mbalmayo. Il 22 agosto 1961, vi fu installato solennemente fra l'entusiasmo e lo stupore dei fedeli, fieri di accogliere il loro primo vescovo africano.
L'accompagnamento dei giovani seminaristi e la formazione dei catechisti furono le sue preoccupazioni pastorali, insieme all'attenzione ai problemi di promozione umana. Il 15 novembre 1984, Mons. Adalbert Ndzana, l'attuale Vescovo di Mbalmayo, fu nominato suo Vescovo coadiutore che gli succedette il 27 marzo 1987.
Deceduto il 13 marzo 1998, la figura di Mons. Paul Etoga è ancor oggi venerata dai fedeli che vedono in lui il testimone di un'epoca chiave della loro storia. Rivivono nelle sue parole da noi raccolte i momenti esaltanti dell'incontro tra due culture, dell'implantatio Ecclesiæ, della decolonizzazione e dell'indipendenza.
Eccellenza, lei ha vissuto gli anni del primo impatto dei Beti con i bianchi. Che impressioni conserva?
Prima ancora della grande guerra, un tedesco passò dalle nostre parti. Mia madre mi mise in mano un uovo ed io, tremando, lo diedi al bianco. Mi prese per la mano e camminò con me per un po'. Poi mi dette dei soldi.
Con i francesi, dopo la guerra, ho conosciuto i lavori forzati. I poliziotti inviati dai capi indigeni nominati dai bianchi rastrellavano il paese. Gli uomini erano catturati come delle bestie. Avevano la corda al collo e il carico in testa. Per fuggire, nessuno dormiva in casa ma in foresta, in capanne di fortuna. Il saccheggio dei poliziotti era totale: polli, capre, arachidi, olio di palma... Non parlo dei pestaggi. Molte volte ho portato a Yaoundé del materiale per la costruzione del palazzo del governatore. Ci facevano anche lavorare nella piantagione di un poliziotto importante. Un giorno, stanco, sono fuggito al villaggio. Arrestato di nuovo, sono scappato a Yaoundé. Là mi sono salvato grazie all'accoglienza dei missionari nella scuola di Mvolyé.
Ci parli della sua vocazione sacerdotale.
Mi trovavo come boy alla missione dei padri di Yaoundé. Facevo tutti i servizi per i padri. Vedevo negli uffici tutti quelli che lavoravano per la missione e mi dicevo che quando avrei finito la scuola mi sarebbe piaciuto lavorare in un ufficio, innamorato com'ero della macchina da scrivere. A quei tempi non pensavo affatto a divenire sacerdote. Ciò che mi interessava era il lavoro presso i bianchi, in città.
Un giorno mi è venuta l'idea di andare in seminario. L'idea mi conquistò lentamente. Alla fine mi decisi. Andai così da Mons. Vogt, il Vicario apostolico dell'epoca, che saltò di gioia alla notizia che volevo entrare in seminario. Mi fece un biglietto di presentazione. Ero molto contento. Fu così che entrai nel seminario di Mvolyé. Poi, finiti gli studi di teologia, sono stato chiamato a dirigere il seminario minore di Mvolyé, dove ho avuto come studente Jean Zoa, l'attuale arcivescovo di Yaoundé. Il 19 settembre 1939 sono stato ordinato sacerdote.
Una volta diventato sacerdote e parroco, quali sono stati gli obiettivi principali della sua pastorale?
La mia preoccupazione principale fu la formazione dei cristiani. La gente non conosceva affatto la dottrina cristiana. Avevano ricevuto il battesimo conoscendo appena le risposte più semplici. Bisognava allora riprendere l'insegnamento sui sacramenti. Insegnare come riceverli degnamente è stato lo scopo della mia missione di parroco.
Il 30 novembre 1955 lei è stato consacrato Vescovo. Dopo sei anni passati a Yaoundé come ausiliare, nel 1961 è stato chiamato a fondare la diocesi di Mbalmayo. Quali difficoltà ha incontrato?
Per l'edificazione della diocesi di Mbalmayo ho avuto molte difficoltà. Non tanto quelle che derivavano dal compito stesso di fondare, ma soprattutto quelle che venivano dall'esterno. Già avevo avuto delle noie durante i sei anni da Vescovo ausiliare, da parte di certi missionari. Correva voce a Yaoundé che Mons. Etoga non amava i bianchi. Arrivando a Mbalmayo vidi che tutti i missionari europei avevano già fatto la valigia. Tre giorni dopo la mia installazione il superiore della missione di Mbalmayo venne da me con un gruppo di dignitari della città per supplicarmi di non mandarlo via, per il bene che aveva fatto a questa città. Fu allora che spiegai che io non volevo cacciare nessuno. Ho attirato i missionari presenti nella diocesi su un programma comune, ho dato loro fiducia. Anche loro mi hanno dato fiducia ed abbiamo lavorato insieme. Come potevo iniziare la fondazione di una diocesi cacciando dei preti?
Altre voci dicevano che la nuova diocesi sarebbe durata al massimo tre mesi, dopo di che sarei ritornato a Yaoundé. Ho lavorato sodo. Non c'erano mezzi, non c'erano soldi. I fedeli facevano quello che potevano ma erano molto poveri.
Attraverso delle visite pastorali in tutto il territorio ho creato delle parrocchie. Con l'aiuto dei benefattori europei ho fondato il seminario minore "Saint Paul". Se avessi contato sulle mie forze non avrei fatto niente. Ho confidato nel buon Dio, mi sono appoggiato a lui.
Lei ha partecipato al Concilio. Quali novità ha originato nella sua diocesi e nella Chiesa camerunese in generale?
Il Concilio ha fatto avanzare il Vangelo nel nostro paese. Basterà un esempio molto semplice. Prima, tutto ciò che riguardava la danza era vietato e quando si sentivano suonare i tam-tam e i tamburi durante le liturgie, i preti li distruggevano come opere del diavolo. Con l'insegnamento del Concilio c'è stata questa grande apertura ai valori delle singole culture. I tam-tam, i tamburi e i balafons sono entrati a far parte della liturgia della Chiesa come espressione vivente della nostra spiritualità danzante. I fedeli sono stati molto contenti di questa innovazione.
L'"indigenizzazione" e il "ritorno alle fonti" turbavano qualche cristiano: pensavano che il Concilio permettesse di tornare al paganesimo. Allora bisognava spiegare che l'indigenizzazione non voleva dire fare delle cose contro la fede, ma migliorare la maniera di credere e di rendere culto a Dio. Il Concilio non ha avuto la pretesa di avere una nuova verità rivelata. Ha voluto rendere più autentica la vita cristiana. L'indigenizzazione è venuta ad appianare alcune difficoltà. Il "ritorno alle fonti" ha significato onorare Dio con gli strumenti e le espressioni del nostro paese.
A partire da queste piccole cose ci si è aperti poi ai grandi problemi dell'inculturazione: come incarnare il Vangelo nella nostra cultura trasformando gli autentici valori di essa.
Anche in Camerun si parla di una "seconda evangelizzazione". È un termine esatto per definire un nuovo approccio con la cultura contemporanea?
Per me la "seconda evangelizzazione" vuole dire che i nostri cristiani sono stati battezzati e hanno ricevuto gli altri sacramenti senza un'adeguata preparazione, senza che il Vangelo penetrasse nella loro vita, cambiando i costumi e generando una vera cultura cristiana. Per questo ci vuole oggi un approfondimento dei valori cristiani, per evangelizzare purificando quello che non è conforme al messaggio cristiano. Non si può continuare come si faceva in passato.
Alle soglie del Terzo Millennio, che contributo può dare la Chiesa africana perché la Chiesa sia veramente universale?
L'Africa ha già dato una testimonianza, è la testimonianza dei martiri dell'Uganda. L'Africa deve continuare. Il momento del martirio arriva. Che il buon Dio dia la grazia di sopportare questa pena come testimonianza per la Chiesa Universale. Che i giovani non abbiano paura di manifestare la loro fede, che si mostrino dappertutto cristiani. Penso che questa testimonianza sia l'unico mezzo per la diffusione del Vangelo.
Qual è il ricordo più bello della sua vita?
Dio mi ha scelto senza che io meritassi niente, sia per quanto riguarda la mia vocazione sacerdotale che per quella episcopale, che ebbe qualcosa di clamoroso: era la prima dell'Africa centrale, conferita quando ancora esistevano le colonie ed i neri si trovavano in una condizione di subordinazione. Io, il ragazzo dei lavori forzati, il boy della missione, Vescovo della Chiesa universale! È per me ancora oggi qualcosa di sconvolgente: come ha potuto Dio gettare il suo sguardo su di me per scegliermi come uno dei suoi servitori? Questo mi ha sempre preoccupato. Io non sono mai stato il primo della classe. Vi erano altri più intelligenti di me. E per avermi scelto al di là dei miei meriti io ringrazierò sempre Dio. È questo il ricordo più bello della mia vita.
Sul suo stemma episcopale, sopra la scritta scio cui credidi ("so in chi ho creduto") sono raffigurate una palma e due lance. Che significato hanno?
Alcuni credevano che con la consacrazione episcopale io mi appoggiassi a qualche potere terreno. Io non ho creduto ad un uomo ma solo a Dio. È questo il significato della frase.
Le lance sono il simbolo del mio villaggio, sono l'arma del mio popolo, gli Ewondo. Ho messo nel mio stemma le lance come segno della forza nella lotta contro il male.
Quanto all'albero di palma, è il segno della fecondità pastorale: i frutti dell'apostolato. Le radici dell'albero sono il simbolo della resistenza, della solidità. Gli uragani, le bufere e le tempeste non potranno mai abbatterlo. È con questo spirito, anche se sono molto anziano, che mi accingo a festeggiare i miei quarant'anni di episcopato.
(A cura di Sandro Puliani)
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Sandro Puliani, membro della Comunità Redemptor hominis, è diplomato in Scienze Religiose. Dopo aver insegnato religione per dieci anni in una scuola di Sassuolo in provincia di Modena, nel 1992 è partito in missione in Camerun dove è stato ordinato sacerdote nel 1994. Rientrato nel 2009, è ora amministratore parrocchiale di due parrocchie nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla. È responsabile dell'ufficio missionario della Comunità con sede in Sassuolo e si occupa delle pubblicazioni e dell'animazione missionaria.
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* Quest'intervista è stata pubblicata in "Missione Redemptor hominis" n. 38 (1995) 9.
15/01/2012
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