web agency
testata
  Home   La Comunità   Approfondimenti   Contatto   Contributi   Español   Nederlands   Français  
Home arrow Interviste arrow Libano: missione storica di pace
Menù principale
Home
Chi siamo
Dove operiamo
Le nostre missioni
Notizie dal Paraguay
Scrivici
Archivio Ultime Notizie
Attività
Parrocchia di Ypacaraí
Centro Studi
Pubblicazioni
Vita della missione a Tacuatí
Vita delle missioni in Africa
Focus Belgio/Olanda
Testimoni dal Nord Europa
Canti
Riflessioni
Conoscere la vita consacrata
Comprendere il Diritto Canonico
Animazione missionaria
Appuntamenti
Approfondimenti
Missiologia per tutti
Appunti di Spiritualità
Interviste
Profili missionari e spirituali
Gruppi missionari e parrocchie
Solidarietà e microprogetti
Il giornale "Missione Rh"
Galleria Fotografica
Articoli correlati
Utilità
Links
Cerca nel sito
Mappa del sito
login

Gli articoli che appaiono
su questo sito
possono essere riprodotti
solo integralmente e
citando la fonte
 www.missionerh.it.

 
fotobannnersito4.jpg

| Stampa |



Libano: missione storica di pace




 


Di fronte alla situazione in Medio Oriente, alla guerra in Libano che sta già mietendo le sue vittime, ai tentativi di negoziare la pace che si stanno attuando in questi giorni, vogliamo proporre ai nostri lettori l’intervista che padre Hanna Slim, Superiore dell’Ordine Antoniano Maronita, ha rilasciato per il nostro periodico “Missione Redemptor hominis” qualche anno fa, ma che oggi ritrova la sua attualità.

Padre Slim, ponendo alla nostra attenzione la realtà tragica di questo paese, ci aiuta a capire alcune problematiche storiche ecclesiali da un punto di vista “orientale” e a ribadire il ruolo storico di questo martoriato paese per la pace in Medio Oriente.

Papa Giovanni Paolo II in un suo discorso a Beirut nel 1977 diceva a proposito di questo martoriato paese:

“Vogliamo dichiarare davanti al mondo l’importanza del Libano, la sua missione storica, compiuta attraverso i secoli: paese di numerose confessioni religiose, il Libano ha mostrato che queste differenti confessioni possono vivere insieme nella pace, nella fraternità e nella collaborazione; ha mostrato che si può rispettare il diritto di ogni uomo alla libertà religiosa; che tutti sono uniti nell’amore per questa patria che è maturata nel corso dei secoli, conservando l’eredità spirituale dei padri, specialmente del monaco san Marone”.

 Benedetto XVI, domenica 23 luglio, giornata di preghiera e di penitenza per il Medio Oriente, rinnovando l’appello alla parti in conflitto perché cessino subito il fuoco, permettano aiuti umanitari e si cerchino vie per negoziati di pace, ha colto l’occasione per riaffermare: “Il diritto dei Libanesi all’integrità e sovranità del loro Paese, il diritto degli Israeliani a vivere in pace nel loro Stato e il diritto dei Palestinesi ad avere una Patria libera e sovrana”.



LIBANO: MISSIONE STORICA DI DIALOGO*

Intervista a P. Hanna Slim, Superiore Generale dell’Ordine Antoniano Maronita

 

Il tentativo di tratteggiare il profilo di P. Romano Bottegal ci ha portato ad aprire i nostri orizzonti in estensione ed in profondità. Ha posto alla nostra attenzione la realtà del Libano, un paese tragicamente noto alla storia recente e che oggi si tende a dimenticare. Proponiamo quindi ai nostri lettori l’incontro, semplice e cordiale, avuto con P. Hanna Slim, libanese e Superiore Generale dell’Ordine Antoniano Maronita. Spalancare la finestra del nostro giornale su questo mondo ci aiuterà a capire alcune problematiche storiche ed ecclesiali da un punto di vista “orientale”.

P. Slim, cosa caratterizza oggi la presenza cristiana in Medio Oriente, culla del cristianesimo?

I cristiani del Medio Oriente hanno cessato da secoli di rappresentare nel contesto missionario, teologico e dogmatico lo splendore di una tradizione che tanto ha dato alla Chiesa. Ridotti ad un “resto”, di numero inferiore al 2%, si nutrono del passato in un atteggiamento retrospettivo, senza guardare in avanti, senza un progetto di novità per l’avvenire.

Ciò accade perché in queste regioni i cristiani stanno scomparendo. Vi è un  disegno preciso che mira alla loro “liquidazione”. Basti pensare all’Iraq, dove prima della guerra del Golfo i cristiani erano 1.200.000 ed oggi sono 500.000 e si riducono sempre di più. In molti paesi arabi, laddove non vi è una separazione tra lo Stato e la religione islamica, i cristiani non hanno uno statuto riconosciuto, vivono ai margini e senza efficacia, spesso privati dei loro diritti o al massimo “tollerati” o con “il permesso di sopravvivere”.

Ecco perché è estremamente importante la presenza libera dei cristiani in Libano.

Il Libano in questo contesto rappresenta per tutti una speranza, per i musulmani come per i cristiani, perché mostra la possibilità storica di una convivenza pacifica. Anche il Santo Padre ha parlato del Libano come di un messaggio di libertà, di un esempio di pluralismo, di una speranza per tutto il Medio Oriente e anche per l’Occidente.

L’equilibrio che si è raggiunto è molto fragile, è vero, ma la nostra è una situazione privilegiata. Il Libano è l’unico paese in cui i musulmani e i cristiani vivono in piena uguaglianza, dove un dialogo civile si è instaurato. Qui vivono 19 comunità religiose differenti, provenienti dalle due grandi religioni: sono presenti tutte le numerose Chiese cristiane e le varie componenti islamiche. Ognuna ha un proprio statuto riconosciuto dalla legge che la pone su di un piano di uguaglianza con le altre. Tutte hanno trovato un loro posto in Libano. Dopo anni di lotte e sofferenze causate soprattutto da fattori esterni al Libano, cristiani e musulmani hanno superato le difficoltà per ricostruire insieme un paese. Ci sono molti contatti, molta collaborazione, punti di incontro e fiducia reciproca. Qui l’Islam è piuttosto aperto.

In questo quadro quale ruolo ha la Chiesa del Libano?

La Chiesa Cattolica di rito maronita a cui appartengo trova le sue origini nel  monachesimo. E’ intorno al monastero del monaco san Marone che si organizzarono i cristiani che, dopo il Concilio di Calcedonia del 451, non vollero separarsi dalla Chiesa di Roma. E’ una Chiesa molto unita, che conserva le tradizioni monastiche, dove la preghiera e i sacrifici trovano un posto importante, e che è stata spesso vittima di persecuzioni, soffrendo molto.

Oggi la Chiesa libanese è l’unica voce libera per i cristiani in Medio Oriente. Essa annuncia il messaggio evangelico e denuncia le ingiustizie. E’ comunque una Chiesa che sempre lotta per continuare ad esistere, che è incessantemente confrontata. Le difficoltà sono enormi poiché le pressioni che vengono dall’esterno per colpire quanto è stato conquistato in Libano non mancano e la Chiesa paga molto cara la sua libertà.

Nonostante la convivenza pacifica di cui ho parlato, la guerra non è finita. Nel Libano del Sud, la mia regione, laddove vi è l’occupazione israeliana, vi sono molti villaggi cristiani utilizzati dagli Hezbollah palestinesi per gli attacchi di guerriglia, con uccisioni ogni settimana. Ho tentato un dialogo personalmente con loro, per risparmiare almeno le popolazioni civili, ma non si è giunti ancora a mettere fine a questa tragedia, per lo più ignorata all’estero. Siamo arrivati a parlare a cuore aperto, francamente e senza pregiudizi; ho detto loro che la religione senza la fede diventa fanatismo e che la religione unita alla fede diventa vita ed accoglienza dell’altro, e che spero che vivano con fede la loro religione affinché l’altro non sia più perseguitato, non più eliminato.

Su cosa richiamerebbe l’attenzione dei cristiani d’Occidente, spesso lontani da questi problemi?

L’indifferenza che l’Europa esprime verso situazioni difficili come quella del Medio Oriente ci tocca molto.

Il fatto che i cristiani in queste regioni stiano scomparendo e le difficili condizioni in cui essi vivono dovrebbero interessare tutti. Spesso sono lasciati soli e l’Europa ha una grande responsabilità in questo.

Inoltre vorrei dire che occorre anche fare molta attenzione quando si parla di dialogo interreligioso all’interno di questi contesti. Il dialogo è reale quando è fatto tra “uguali”, tra persone con gli stessi diritti e gli stessi doveri, quando si è alla pari. Allora ha senso parlare di dialogo, ma in molti paesi islamici e del Medio Oriente questo non avviene. Spesso manca un presupposto fondamentale del dialogo: vedere nell’altro un uomo prima di una religione.

Che significato assume l’esperienza libanese per la sua vita monastica?

La vita monastica è lotta, è come quando si è in guerra, non c’è la possibilità del lusso o di permettersi quello che si chiama comfort, si è sempre nell’urgenza, nella necessità. Questo impedisce però anche di crearsi delle visioni teoriche presto smentite.

Per noi l’essere immersi nella guerra vera e propria, sul piano concreto, ha significato molto anche sul piano spirituale ed in questo la situazione esterna ha condizionato molto quella interiore. Sono stato maestro dei novizi per anni sotto i bombardamenti ed in quel momento si viveva sempre sotto pressione, tutti, sia il maestro che i novizi. Allora ho capito che il vero noviziato è vivere la realtà, l’oggi, affrontandone le prove: nella vita religiosa autentica c’è un certo eroismo che ci porta verso il martirio.

Se è vero che il monaco vive au maximum questa esperienza, essa è altresì una dinamica vissuta anche dagli altri cristiani laici.

Abbiamo vissuto tutti per venti anni sempre esposti al rischio, in una guerra senza regole e senza ordini precisi dall’alto. Questa situazione ha creato in noi una forza morale, una fiducia ed una fede incrollabili, perché nei momenti difficili abbiamo sperimentato la provvidenza divina. Vi sono tanti episodi in cui abbiamo visto con i nostri occhi che la mano di Dio ci salvava.

Qual è la specificità della vostra fondazione monastica, l’Ordine Antoniano Maronita?

E’ proprio la mancanza di specificità che ci caratterizza. Non siamo nati per i poveri, per i malati, per gli studenti, siamo nati come monaci, vivendo in  comunità, esercitando la preghiera del cuore e il lavoro manuale e siamo rimasti come all’inizio, senza evoluzione, come al tempo dello splendore del monachesimo orientale. Proprio perché non abbiamo specializzazioni, cerchiamo di rispondere alle necessità della Chiesa in un preciso momento storico, a partire dalla realtà, ed è così che abbiamo aiutato molto la Chiesa, siamo stati efficaci sul terreno. Oggi siamo presenti nell’animazione pastorale delle parrocchie e soprattutto nelle scuole e nelle università, svolgendo un ruolo importante: il 20% dei nostri studenti è musulmano.

La presenza monastica è ben vista nell’Islam, il Corano cita spesso i monaci, li rispetta, anche se non conosce la vita religiosa ed unisce il monachesimo soprattutto alla castità. Tra gli sciiti, ad esempio, i mistici sono molto importanti. Si tratta di uno stile di vita che in generale, nonostante vi siano stati anche molti martiri, viene accettato ed accolto maggiormente in Medio Oriente, specialmente gli ordini femminili.

In Libano vi sono musulmani che abbracciano la religione cattolica. Cosa li interroga della nostra fede?

Alcuni di loro si avvicinano ai contenuti della nostra confessione religiosa e si convertono.

Ciò che li tocca maggiormente è la testimonianza concreta dei cristiani, sia dei laici che dei monaci. Le famiglie, ad esempio, quando sono unite e partecipano alla vita della Chiesa danno una testimonianza di fedeltà che nella famiglia islamica non si trova.

Il senso dell’unicità dell’amore e della fedeltà colpisce un musulmano. E’ uno stile di vita che, in un ambiente aperto, può contagiare.
 

(a cura di Mariangela Mammi)




* in "Missione Redemptor hominis" n. 51 (1999) 9.


 


 
 
< Prec.   Pros. >
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
web agency