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Interviste/90

 

     

UN PICCOLO GREGGE TRA LA FOLLA


Intervista a Mons. Digno Benítez,
Vicario Generale della diocesi di San Lorenzo (Paraguay)



 

   

* Monsignore, potrebbe presentare ai nostri lettori le caratteristiche salienti della diocesi di San Lorenzo, alla quale appartiene fin dalla sua creazione, oltre a esserne attualmente il Vicario Generale?

San Lorenzo è una grande diocesi, con una popolazione straordinariamente varia. Molti sono immigrati dalla campagna e molti altri dalla capitale, Asunción. Si tratta di una sede suffraganea dell'arcidiocesi di Asunción; appartiene al Dipartimento Centrale del Paraguay ed è stata eretta da Papa Giovanni Paolo II nel 2000. L'attuale Vescovo è Mons. Joaquín Robledo. Il territorio è suddiviso in ventitré parrocchie, con una popolazione complessiva di 1.300.000 abitanti. Le parrocchie sono molto grandi, alcune con una popolazione che supera le 100.000 unità. La parrocchia della Cattedrale ha circa 300.000 anime: per la sua cura pastorale siamo in due sacerdoti, assistiti da sei diaconi. Molti potrebbero chiedersi come sia possibile svolgere questo compito senza soccombere. La risposta risiede, da un lato, in una buona organizzazione: obiettivi ben definiti, un calendario chiaro, collaboratori preparati, una comunicazione attenta a tutti i livelli; dall'altro, nella consapevolezza e nell'accettazione dei limiti insiti in questa situazione: superando il rischio di un iper-attivismo distruttivo e mantenendosi entro i confini delle possibilità reali. L'evangelizzazione, rivolta alla famiglia e ai giovani, è il punto focale del progetto pastorale della diocesi. È una Chiesa che, nonostante i suoi limiti, cerca di essere umile, fraterna, al servizio dell'uomo in nome di Gesù Cristo. Il piano pastorale considera di importanza vitale l'annuncio della parola di Dio e la celebrazione e l'esperienza dell'Eucaristia.

* Quali sono le maggiori sfide che la diocesi deve affrontare sia sul piano pastorale sia per quanto riguarda le risorse e le strutture?

La sfida più grande, molto più grande di quelle relative a problemi economici o materiali, è in relazione alla mancanza di fede. Fede, nel senso di accettare un Dio che ci si avvicina come pura grazia e che è capace di trasformare la nostra storia, aprendo a tutti noi un futuro di speranza. L'accostarsi alla fede è ancora molto superficiale, privo di una dimensione concreta e storica.

Il Dio a cui occorre far riferimento, e che noi sacerdoti dobbiamo presentare, è il Padre di Gesù. Non si tratta solo della sfida di superare un deismo tradizionale, perché oggi, nella società globalizzata, si diffondono altre proclamazioni di Dio, come accade nel New Age.

Di fatto, purtroppo, corriamo il rischio di ridurre la nostra pastorale all'esecuzione di compiti, come funzionari della fede. Scoprire e proporre un Dio personale, che si rivela a me e mi parla, è la grande sfida. Ciò implica che, come Chiesa, dobbiamo vivere ascoltando la sua Parola. Senza questo, quale speranza ci rimane? Rimane solo la fiducia nella forza e nell'intelligenza dell'uomo. Molti nella nostra società hanno smesso di ascoltare Dio, perché è più forte l'invito di una società materialista, relativista e in rapida secolarizzazione; questo anche nel nostro Paraguay, soggetto a una vertiginosa crescita economica e permeabile a stili di vita che vengono da fuori.

Riguardo alle infrastrutture c'è ancora molto da fare. Non possediamo sufficienti centri di formazione, edifici che possano ospitare riunioni diocesane e sessioni per i nostri agenti pastorali, anche se le risorse reali che abbiamo sono costituite dalle persone che si dedicano al servizio di questo annuncio della Buona Novella, che fanno certamente con fede e gioia.

* A suo parere, vi sono aspetti in cui è particolarmente rilevante la mancanza di preparazione e consapevolezza da parte dei fedeli e che, pertanto, dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione?

La stragrande maggioranza dei parrocchiani non va oltre le pratiche della pietà popolare (feste patronali, culto dei santi, processioni, riti della Settimana Santa, novena per i morti, rosario...), che devono essere purificate, per alcuni aspetti. Esiste una chiara preminenza del meramente tradizionale rispetto all'adesione personale alla parola di Dio. Lo stesso si può dire della partecipazione ai sacramenti, cui molti si accostano senza fede, solo per compiere un dovere, o perché ciò fa parte delle usanze familiari, o per mimetismo sociale. Vanno a Messa senza sete della parola di Dio, rifiutano il cambiamento di vita cui questa Parola invita, non vivono la Messa come un dialogo costante tra Dio e l'uomo. Finita la Messa, è finito l'essere cristiani, con un chiaro divorzio tra fede e vita, senza che la fede penetri nella cultura e senza incidenza nella vita del credente. Lo vediamo nelle autorità politiche del nostro Paese: in maggioranza hanno frequentato istituzioni educative cattoliche e si proclamano, in tal senso, credenti. Eppure, per loro e per molti semplici fedeli, vale quello che ha detto sant'Agostino: molti cattolici non vivono da cristiani, mentre molti non cattolici vivono i valori del Vangelo.

* Il piano pastorale della diocesi di San Lorenzo riserva un posto a diversi attori, tra cui i movimenti. Come giudica l'inserimento dei movimenti nella diocesi?

Il contributo dei movimenti alla nostra diocesi è la testimonianza della stragrande maggioranza dei loro membri, che vivono una donazione di se stessi generosa ed esemplare. Con alcuni membri, o con qualche responsabile, possono esserci delle tensioni, e con alcuni di loro anche un conflitto costante, quando pretendono di costituire un "ranch separato" o imporre i loro criteri e visioni. In alcuni casi ho dovuto parlare con i leader nazionali di un movimento e chiarire che non vi possono essere deroghe alle norme universali della Chiesa su questioni importanti come la liturgia e i sacramenti. In definitiva: il loro ruolo è molto importante e la loro presenza è un segno di vitalità, a patto che lavorino in sintonia con i criteri pastorali della diocesi e della parrocchia in cui sono presenti.

* La diocesi di San Lorenzo ha un folto gruppo di diaconi: qual è il loro contributo specifico?

È sicuramente un grande gruppo. La maggior parte, nelle parrocchie, lavora nei diversi ambiti pastorali (catechesi, pastorale sociale, malati, carità...) e presiede le celebrazioni della parola di Dio. Dal mio punto di vista, è necessaria una formazione migliore, in modo che il servizio che forniscono sia all'interno di un quadro di dialogo e comunione. Sedersi e parlare è una necessità permanente. Ci sono laici che "credono" di essere preti e sacerdoti che "credono" di essere laici, e questa confusione investe anche l'identità dei diaconi. C'è anche, tra i diaconi, così come tra i sacerdoti, chi vuole seminare divisione. Nella parrocchia della Cattedrale, dove abbiamo sei diaconi, vogliamo che il diaconato non si riduca a ministero meramente rituale. Questo è il motivo per cui abbiamo stabilito che i diaconi presiedano le celebrazioni della parola di Dio esclusivamente la domenica; per il resto, collaborano nelle diverse attività pastorali. Inoltre abbiamo un incontro di formazione mensile.

* Come vede il futuro della diocesi di San Lorenzo e, più in generale, della Chiesa in Paraguay?

L'evoluzione in Paraguay ricalca le tendenze mondiali. Ci muoviamo verso il diventare una minoranza. Tuttavia, vedo che queste minoranze possono essere molto convinte e coraggiose, senza complessi. Questo è quello che succede, ad esempio, con alcuni gruppi di giovani nelle università di San Lorenzo, che si caratterizza appunto come città universitaria. Anche in Paraguay l'ambiente universitario è sempre più permeato del relativismo che Papa Benedetto XVI ha descritto così bene, e non è un ambiente facile per un cristiano. Ma piccoli gruppi di studenti cristiani sono pieni di entusiasmo. Per quanto sia un futuro cui guardiamo con una certa ansia, è anche pieno di speranza, purché si annunci il mistero della salvezza. Ritornando a sant'Agostino, l'ascolto della parola suscita la fede nel cuore dell'uomo e ci incoraggia a saper sperare, in un'attesa piena d'amore.

(A cura di Michele Chiappo )

 



06/11/2018
 
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