VENTICINQUE ANNI DI MINISTERO EPISCOPALE
Intervista a Mons. Adalbert Ndzana, Vescovo di Mbalmayo - Camerun
ü La ringrazio, Eccellenza, di averci concesso un po' del suo tempo prezioso per far conoscere ai nostri lettori la fisionomia della Chiesa di Mbalmayo, che lei governa da ormai venticinque anni. Quali sono le sfide più importanti per la diocesi di Mbalmayo?
Vorrei cominciare col presentare rapidamente la situazione geografica. La diocesi di Mbalmayo si estende, a sud della capitale Yaoundé, su una striscia di undicimila Km2 comprendente due provincie: Nyong-et-Soo e Nyong-et-Mfoumou. Conta una popolazione di circa 450.000 abitanti, per la maggior parte battezzati e di cui il 65% cattolici. Vi sono 80 parrocchie e 80 preti, una quindicina dei quali sono fuori diocesi per motivi di studio o per i ministeri straordinari quali la formazione nei Seminari provinciali e l'insegnamento all'Università Cattolica di Yaoundé.
Per ciò che riguarda le sfide pastorali, mi soffermerò sulle tre più importanti: l'educazione della fede, l'inculturazione e la promozione umana integrale.
L'educazione della fede costituisce la priorità delle priorità. I nostri fedeli hanno ricevuto la catechesi e sono stati battezzati, ma manca loro quella dimensione essenziale che fa del cristiano un testimone di Gesù Cristo morto e risorto. Per giungere a questo, occorre aggiornare il nostro modo di fare la catechesi e centrarla nuovamente su Cristo Gesù. Ciò significa che il kerigma, la proclamazione della Buona Novella, deve occupare il posto centrale in modo che la fede in Cristo Gesù sia un incontro capace di trasformare tutta la vita del credente.
Questo definisce chiaramente ciò che intendo per inculturazione. Non è normale, infatti, che i nostri fedeli assistano numerosi alle Messe domenicali, ma che al sorgere del minimo problema ricorrano al "guaritore" e alle altre strutture della tradizione per cercare la soluzione, o che si mobilitino attivamente per l'organizzazione delle cerimonie funebri e non facciano altrettanto per la difesa della vita quando è minacciata dalla malattia. Dove sono Gesù Cristo e la sua parola nel vissuto quotidiano di questi cristiani? La loro pratica cristiana è dettata più dalla "religiosità" che dall'adesione ad una persona, Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo. L'inculturazione deve favorire il passaggio dalla "religiosità" ad una fede adulta, che impregni tutta la vita del credente.
"La gloria di Dio, è l'uomo vivente", diceva Ireneo di Lione. Ora qui in Africa, l'uomo è ancora curvato sotto il peso delle tradizioni e delle credenze ancestrali; in agricoltura, utilizza ancora le tecniche arcaiche che risalgono quasi all'età della pietra tagliata! In tutto questo, dov'è Gesù Cristo, il liberatore dell'uomo? Vi è rottura totale tra il Vangelo, straripante di vita, e le situazioni di letargo in cui si compiacciono le nostre popolazioni: siamo ancora veramente lontani dal soffio vivificatore che trasforma, da cima a fondo, tutti gli aspetti della vita del credente.
Il nostro servizio diocesano di azione socio-caritativa vorrebbe proprio essere la risposta a questa generalizzata situazione di precarietà umana, nella quale vivono le nostre popolazioni.
ü "Et veritas liberabit vos!" è il suo motto episcopale. In che modo esso ha illuminato i suoi venticinque anni d'episcopato, alle prese con le molteplici situazioni ecclesiali e soprattutto in un ambiente culturale dove la libertà è spesso percepita con sospetto e diffidenza?
La verità in questo caso non è di ordine filosofico, ma piuttosto esistenziale e spirituale: è Gesù Cristo, via, verità e vita, venuto a liberare l'umanità intera affrancandola dal peccato e dalla morte conseguente al peccato, spalancando ad essa le porte della vita eterna.
Questo motto esprime in sé i grandi tratti del mio progetto pastorale che ho voluto, in tutta modestia, vicino a quello di Paolo di Tarso: predicare Gesù Cristo crocifisso ed invitare, in ogni occasione opportuna e non opportuna, alla conversione che lo Spirito Santo opera continuamente in coloro che hanno accolto la Parola di Dio.
Un tale progetto marca nettamente il primato della funzione profetica. E tutti noi conosciamo i rischi inerenti alla difficile missione di profeta, dai profeti dell'Antico Testamento fino ad arrivare a Gesù Cristo, passando per gli apostoli. Il Maestro, del resto, ci ha avvertito: "Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me" (Gv 15, 18) e ancora: "Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi" (Gv 15, 20). Ciò che ho vissuto durante questi venticinque anni di incomprensioni e di difficoltà mi sembra l'espressione dell'opposizione fondamentale tra lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo, e ciò vale dovunque è proclamato "il Vangelo di Vita". Gesù, comunque, ci rassicura: "Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo" (Gv 16, 33).
ü Siamo in attesa dell'esortazione apostolica del Papa dopo il Secondo Sinodo sulla Chiesa in Africa: può dirci le preoccupazioni e le speranze che la diocesi di Mbalmayo nutre riguardo alle importanti problematiche legate alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace?
Attendiamo effettivamente la pubblicazione dell'esortazione apostolica postsinodale, ma debbo dire che siamo già entrati, da tempo, nella dinamica di questo sinodo: da una decina d'anni, infatti, abbiamo chiesto che le commissioni "Giustizia e pace" siano create in tutte le parrocchie, i quartieri e villaggi, per prevenire e gestire i conflitti che potrebbero esplodere in seno a queste diverse comunità. Qui a Mbalmayo funziona la commissione diocesana "Giustizia e pace" che s'interessa delle pratiche giudiziarie dei carcerati più poveri. Nelle visite pastorali fatte quest'anno ho ricordato in particolare l'urgenza di strutturare, nelle parrocchie dove non è ancora stato fatto, le commissioni "Giustizia e pace".
Un'attenzione particolare la riserviamo inoltre all'educazione della gioventù attraverso la creazione dei club "Giustizia e pace" e l'introduzione dei corsi di etica nei licei, al fine di promuovere la cultura della pace tra i giovani e trasmettere i valori essenziali per far fronte a certe piaghe, come la corruzione, il tribalismo e le altre barriere sociali che distruggono ogni speranza di sviluppo.
Vi è, infine, la catechesi che deve garantire un'educazione solida della fede; una fede in grado di plasmare non dei cristiani anonimi, ma dei testimoni coraggiosi, capaci di amore gratuito del prossimo, sull'esempio del Maestro venuto "non per farsi servire, ma per servire" (Mt 20, 28). Per questo la catechesi dei ragazzi non può limitarsi all'apprendimento delle risposte del catechismo, ma deve diventare esistenziale e interpellare al cambiamento della vita, con un'attenzione speciale alle tematiche quali la dignità del corpo e l'educazione all'amore.
ü È nel 1991, Eccellenza, che ci ha accolti nella sua diocesi. In quasi vent'anni di cammino comune, quali sono gli aspetti della presenza della Comunità Redemptor hominis che secondo lei hanno contribuito maggiormente all'edificazione della Chiesa che è a Mbalmayo?
Ti ringrazio per avermi offerto l'opportunità di esprimere la mia soddisfazione per la presenza dinamica della Comunità Redemptor hominis a Mbalmayo, che contribuisce in modo specifico ed esemplare all'approfondimento della fede. Senza essere esaustivo, ricordo che la Comunità assume da tempo diverse responsabilità come quella della pastorale degli studenti della città; la partecipazione alla commissione diocesana "Giustizia e pace" in cui si fanno presenti le situazioni delle persone più emarginate; la formazione dei laici, con un'insistenza sull'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa. Soprattutto, è di utile stimolo la direzione della parrocchia "Beata Anuarite", situata nel rione popolare multietnico della nostra città che considero, per più di un motivo, come la parrocchia pilota.
Apprezzo particolarmente, in questa parrocchia, la presenza nei suoi quartieri delle Comunità Ecclesiali Viventi (CEV) che, come le comunità della chiesa primitiva, intendono costruire la loro vita di fede attorno alla Parola di Dio, all'Eucarestia e alla testimonianza cristiana, particolarmente in ciò che riguarda l'amore fraterno e la condivisione. Parola di Dio, Eucarestia, testimonianza nella trama del vissuto quotidiano: è questo lo schema classico delle CEV che propongo a tutte le nostre parrocchie affinché possano avanzare al largo con Gesù Cristo.
Per quest'apostolato multiforme, esprimo la mia sincera riconoscenza a te, al vostro fondatore, Padre Emilio Grasso, e a tutti i membri della famiglia Redemptor hominis. Che il Signore vi benedica e vi sostenga nella vostra bella opzione preferenziale per i poveri.
ü Eccellenza, la ringraziamo ancora per la sua accoglienza e disponibilità, rinnovandole l'augurio di un felice giubileo episcopale.
(A cura di Franco Paladini)
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Mons. Adalbert Ndzana è nato il 17 luglio 1939 a Zoatoubsi (diocesi di Obala). È stato ordinato sacerdote a Efok il 15 agosto 1969, dopo gli studi filosofici e teologici seguiti a Roma, al Collegio pontificio di Propaganda Fide. Nominato, nel novembre 1984, Vescovo Coadiutore di Mbalmayo, accanto a Mons. Paul Etoga, è stato ordinato Vescovo il 20 gennaio 1985. In seno alla Conferenza Episcopale Nazionale del Camerun, presiede attualmente la Commissione per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso.
I venticinque anni del suo ministero a Mbalmayo sono stati marcati dalla costante preoccupazione per l'avvenire delle famiglie e dei giovani. Mons. Adalbert Ndzana ha, inoltre, avuto un'attenzione speciale per la formazione permanente dei suoi preti. In questo stesso periodo, numerose parrocchie sono state erette, senza tralasciare le diverse opere create (collegi, dispensari, ospedali) e il santuario "Maria, Regina della pace", costruito sull'alta collina che domina la città di Mbalmayo.
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15/12/2010
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