web agency
testata
  Home   La Comunità   Approfondimenti   Contatto   Contributi   Español   Nederlands   Français  
Home arrow Interviste arrow “OCCORRE UNA PASTORALE PIÙ ESIGENTE E CORAGGIOSA” Intervista a mons. Romano Baisi
Menù principale
Home
Chi siamo
Dove operiamo
Le nostre missioni
Notizie dal Paraguay
Scrivici
Archivio Ultime Notizie
Attività
Parrocchia di Ypacaraí
Centro Studi
Pubblicazioni
Vita della missione a Tacuatí
Vita delle missioni in Africa
Focus Belgio/Olanda
Testimoni dal Nord Europa
Canti
Riflessioni
Conoscere la vita consacrata
Comprendere il Diritto Canonico
Animazione missionaria
Appuntamenti
Approfondimenti
Missiologia per tutti
Appunti di Spiritualità
Interviste
Profili missionari e spirituali
Gruppi missionari e parrocchie
Solidarietà e microprogetti
Il giornale "Missione Rh"
Galleria Fotografica
Articoli correlati
Utilità
Links
Cerca nel sito
Mappa del sito
login

Gli articoli che appaiono
su questo sito
possono essere riprodotti
solo integralmente e
citando la fonte
 www.missionerh.it.

 
gemeenschap-rh-it2.jpg

| Stampa |

 


“OCCORRE UNA PASTORALE PIÙ ESIGENTE E
 
CORAGGIOSA” *


Intervista a mons. Romano Baisi, parroco di San Giorgio - Sassuolo


 

 

Da diversi anni siamo presenti sul territorio di Sassuolo e nella parrocchia di San Giorgio con il nostro Centro di Animazione Missionaria. Con gli amici che ci seguono e ci sostengono, desideriamo aprire un dibattito e una riflessione sulla dimensione missionaria della Chiesa nell’ambito della pastorale ordinaria delle parrocchie. Pensi siano utili per la pastorale l’animazione e la formazione missionaria nelle parrocchie?

Conoscendovi dal 1988, posso affermare che, sul posto, siete abbastanza radicati, conosciuti e apprezzati. Non a caso, avete avuto alcune risposte vocazionali nella nostra stessa parrocchia, come Michele e Mariangela, presenti a Sassuolo proprio in questi giorni. La giornata di animazione missionaria può dare senz’altro un contributo alla pastorale ordinaria. Credo, però, che la cosa più importante sia quella di riuscire a stabilire dei rapporti di conoscenza personale. La gente, oggi, risponde su questa strada. Prediche e discorsi se ne fanno tanti, ma ho notato che anche al nostro Oratorio parrocchiale sono nate esperienze di volontariato proprio laddove vi è stata maggiore conoscenza personale. Come afferma il nostro Vescovo nella sua lettera pastorale “Cinque pani, due pesci e la folla”, la missionarietà è una dimensione essenziale della Chiesa e non può mancare nelle parrocchie e nel loro cammino di formazione. La formazione missionaria è la coscienza missionaria d’impegno per il Vangelo, è impegno per gli altri, è vivere la comunione, quindi, non è altro che educazione cristiana fatta a partire dai più piccoli, dai bambini. 

Secondo il tuo punto di vista, è positivo avere nella parrocchia un gruppo missionario per un cammino di formazione?

Vedi, nella nostra parrocchia, pur con tante iniziative, abbiamo trovato difficoltà a formare dei gruppi missionari. Abbiamo provato più volte a costruire un gruppo missionario parrocchiale che esiste tuttora, s’impegna e lavora sia sul piano formativo che di servizio, c’è sempre, però, la tendenza a privilegiare  la funzione di ponte con persone lontane, a scapito di una missionarietà rivolta all’animazione pastorale ordinaria in loco.

La testimonianza dei missionari ci deve aiutare a guardarci intorno, ad interrogarci sui problemi degli altri e a vivere nella quotidianità con gli altri, con le famiglie e anche con quei battezzati che si sono allontanati dalla vita cristiana; ma c’è ancora molto da fare. Il rapporto con la missione ad gentes dovrebbe portarci a curare di più l’aspetto della dimensione missionaria della comunità parrocchiale. Il problema è che, come in tutte le associazioni, se non c’è un leader, se non c’è un progetto e il contributo di persone che si assumono in prima persona tale impegno, si fa fatica ad andare avanti. Continueremo, tuttavia, a mettercela tutta per formare gli animatori.

Il discorso della formazione è essenziale in tutti i campi. Recentemente, il Card. Ruini, nella sua prolusione all’assemblea dei Vescovi, affermava, a proposito dell’iniziazione cristiana, che negli ultimi quattro decenni, la trasmissione della fede alle nuove generazioni ha incontrato crescenti difficoltà per le spinte e le tendenze verso la secolarizzazione e la conseguente scristianizzazione. Sono cause e analisi ben note, proseguiva il Cardinale, che invitano a rimboccarsi le maniche, convinti che a questa debolezza cognitiva, che caratterizza la condizione giovanile, si accompagna, abbastanza spesso, un’insospettata disponibilità ad ascoltare e ad accogliere; è, dunque, quanto mai importante e necessario cogliere tutte le occasioni per una proposta di fede chiara, ripetuta e convinta. Lo abbiamo visto anche nel nostro Vicariato con il corso di teologia, il bisogno di formazione c’è; spesso, abbiamo paura o non abbiamo la capacità di rispondere alle domande e alle attese più profonde della gente. E in questa formazione, se è cristiana, come si fa a non mettervi dentro il discorso missionario? 

Trentacinque anni fa, mons. Baroni dette una svolta energica al suo episcopato e a tutta la diocesi con la scelta storica di inviare la nostra Chiesa di Reggio Emilia in missione nel Sud del mondo. Da molti è stata considerata una scelta profetica per i tempi di allora ed anche per quelli di oggi. Cosa pensi in proposito?

La considero anche oggi una scelta importantissima, anche se, nei primi tempi, è stata molto sofferta e contrastata per tante difficoltà incontrate, interne ed esterne. Io ero già prete quando mons. Baroni fece questa scelta. è condivisa dalla stragrande maggioranza della diocesi e ha portato grande frutto. Tanti giovani sono partiti volontari per un periodo di uno/due anni in missione e poi, al loro rientro, alcuni sono entrati in seminario ed oggi sono sacerdoti. Le missioni sono state uno stimolo forte per vocazioni di diverso genere. 

Il discorso missionario, quindi, ha un rapporto importante in riferimento soprattutto ai giovani?

In verità, i giovani sono risorse e problemi anche nel discorso pastorale della Chiesa. Da una parte vediamo un campo ricco e prezioso, ma, dall’altra, vi è tanta dispersione e disorientamento. Andando a benedire le case mi ha impressionato il fatto che il maggior numero di risposte negative verso la Chiesa è venuto dai giovani: “La Chiesa, la religione? Queste cose non mi interessano più; non credo più a niente”. Eppure, se riusciamo ad intessere  con loro un discorso personale, possiamo dare loro molto e tanto possono dare loro a noi. La missione, in questo senso, è molto importante perché i giovani, per loro natura, sono più sensibili a discorsi impegnativi. Oggi, ci preoccupiamo tanto di piani e strategie, ma forse si tratta di andare in mezzo a loro più decisi, con una grande convinzione di fede, con un impegno forte e maggiore radicalità. Da quando sono entrato in seminario, ho visto che ogni vocazione è sempre nata da contesti di forte esperienza d’impegno umano e cristiano. Questo vuol dire che nel cuore dell’uomo c’è una disponibilità, c’è un’apertura. Spesso, non riusciamo a dare tutto questo, perché valorizziamo troppo le banalità. Occorre una pastorale più coraggiosa, più esigente; bisogna annunciare il Vangelo con più forza e serenità e non mancheranno le risposte. Il Card. Ratzinger fa una bella riflessione quando dice che la Chiesa ha bisogno di un profondo esame di coscienza che porti con sé “una ablatio che lasci di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa”. Bisogna ritornare ai discorsi di fondo, semplici ed essenziali che vanno al cuore dei problemi dell’uomo. è il problema dei santi, disarmati di tutto, ma ricchi della loro fede semplice e del coraggio degli apostoli. Con più coraggio e libertà avremmo maggiori risposte. Poco tempo fa, una ragazza di sedici anni, delusa e sconsolata, mi diceva: “La Chiesa non mi ha dato proprio niente”. Questo ci deve interrogare profondamente, per evitare che questi stessi giovani vadano a cercare risposte da altre parti, in altri gruppi, in altre esperienze religiose o finire nel nichilismo di tante esperienze di vita. Sarebbe grave se ci preoccupassimo troppo di accontentare la gente col rischio di camminare a rimorchio del mondo.

A volte, mi sembra che, con un falso pudore, abbiamo paura d’invadere troppo la loro vita e ci rifugiamo dietro alla solita espressione “siamo troppo condizionati”. Forse, occorre semplicemente osare di più, avere più coraggio: il coraggio e la semplicità dei santi.

 



* in "Missione Redemptor hominis" n. 67 (2003) 7.

 

 
< Prec.   Pros. >
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
web agency