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Home arrow Islam e Cristianesimo arrow È giunto il momento di chiedersi: cosa succederà dopo l'Isis?
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È GIUNTO IL MOMENTO DI CHIEDERSI:

COSA SUCCEDERÀ DOPO L'ISIS?


 

 

L'Isis o Daesh, inteso come l'autoproclamato Stato islamico che esercita il potere statuale su alcune importanti aree dell'Iraq e della Siria, è in netta difficoltà sul proprio terreno. L'unione delle forze anti califfato sta avendo la meglio sulla battaglia iniziata alcuni anni fa. Le truppe dello Stato islamico perdono ogni giorno posizioni e la coalizione internazionale, composta da arabi, curdi, occidentali, persiani e russi, avanza giorno dopo giorno guadagnando, metro dopo metro, tutto ciò che i seguaci dello Abū Bakr al-Baghdādī riuscirono a conquistare mentre imperversava il caos in una Siria travolta da una guerra civile tanto atipica da essere unica nel suo genere.

I grandi strateghi di battaglie militari, i generali delle truppe sul campo, i capi politici che presero l'impegno di sconfiggere l'Isis e riportare quei territori sotto l'egida dei legittimi Stati nazionali cui appartenevano iniziano ora a parlare di vittoria e di raggiungimento dell'obiettivo prefissato entro poche settimane. Ormai Mosul, grande città irachena occupata interamente dall'Isis dal 2014, è stata liberata quasi del tutto e la enorme potenza di fuoco dell'alleanza internazionale, che spara senza avere alcun coordinamento capace di evitare stragi di innocenti, si sta già riposizionando verso la capitale dello Stato islamico, quella Raqqa dove tutto ebbe inizio oltre 6 anni fa. Già, ancora oggi sentiamo raccontare di tante stragi di innocenti uccisi da bombardamenti sbagliati o da voluti cannoneggiamenti. Ancora oggi non abbiamo capito che non esistono guerre senza morti, senza errori, senza vittime tra gli innocenti, senza stragi di bambini o malati.

Non vi è dubbio. Dal punto di vista prettamente militare l'azione delle forze che mirano a sollevare l'Isis da ogni sovranità territoriale su quelle lande e su quelle città martoriate da oltre un lustro è un successo. Persino il ripetersi degli attentati dei lupi solitari dell'Isis in Europa è, per molti, la cartina di tornasole di come il califfato sia in nettissima difficoltà sul proprio campo militare. L'Isis indietreggia, arranca, perde terreno e anche tanti seguaci che, abbandonata l'idea di farsi saltare in aria o di resistere fino alla morte, cercano di fuggire come i topi della famosa nave che affonda lentamente dentro le acque di un profondo oceano. La potenza di fuoco, le strane e inusuali alleanze sul terreno di battaglia, le strategie improvvisate di chi fino a poco tempo fa, invece che combattere l'Isis, forniva loro armi e quell'acqua indispensabile per galleggiare, le esigenze delle geopolitica del momento hanno remato nello stesso verso. Sconfiggere l'Isis sul terreno e riconquistare quei territori era ed è l'obiettivo primario. Si badi bene, anche noi, uomini di quell'occidente di tutti i giorni che deve combattere contro la minaccia terroristica nelle proprie città e nei propri paesi, siamo convinti di questo. Anche noi, occidentali abituati a valutare semplicisticamente tra chi perde e chi vince, siamo persuasi che, espugnata finalmente Raqqa, la minaccia del terrorismo fondamentalista di matrice islamista si sgonfierà pian piano fino a scomparire improvvisamente dai nostri più nascosti incubi.

Poco importava, e poco importa oggi, se tutte le forze in campo avessero agito o agiscano ognuna per il proprio conto, se nella battaglia ognuno avesse scelto o scelga gli obiettivi secondo i propri calcoli, se ognuno degli eserciti schierati cercasse di agire o agisca sul campo avendo come secondo e terzo obiettivo qualcosa che non era condiviso e, per di più avversato, dagli altri compagni di battaglia. La guerra all'Isis, quella vera fatta a partire dalla decisione di attaccare la città di Mosul per renderla libera, non è stata e non è ancora adesso una guerra lineare, una guerra con chiari e univoci obiettivi, una guerra legittimata da una chiara risoluzione dell'Onu che ponesse paletti, garantisse coordinamento e individuasse una strategia chiara di uscita una volta che il risultato finale dei cannoni fosse arrivato. No, non è stato così e non lo è ancora adesso. Ognuno ha combattuto e combatte l'Isis a modo suo, perseguendo interessi propri e secondo personalissime visioni del futuro. Tutti i partecipanti al conflitto combattono più per raggiungere, una volta guadagnata la vittoria finale, il proprio personale obiettivo che il bene comune di chi deve e vuole vivere su quella storica terra.

La Russia è entrata nello scontro per cercare di uscire dall'isolazionismo internazionale e crearsi nuovi spazi strategici su cui poi basare il proprio appetito di ex grande super potenza che non ha mai abbandonato quel sogno della "grande madre Russia" che fu radice di tante sofferenze. Gli Stati Uniti hanno compulsivamente aperto e chiuso un rubinetto cercando di far uscire ogni volta l'acqua calda e fredda di un miscelatore impazzito che, una volta schiuso, non si riesce più a dosare per il meglio. Memori dello sfacelo della guerra in Iraq e consapevoli del rischio di mandare proprie truppe sul campo, gli USA prima si sono scaraventati al finanziamento di tutti coloro che si opponevano ai regimi dittatoriali dell'area sperando che, assieme ai tiranni, la spinta idealista delle "Primavere Arabe" potessero arginare anche la spinta fondamentalista dell'Isis divenuto ormai de facto uno stato territoriale.

Poi, quando ci si è ricordati che in Medio Oriente nulla è così attendibile, sicuro e chiaro come sembra, si sono resi conto che ciò che spendevano in armi e in dotazioni andava sistematicamente a ingrandire le stesse truppe del Califfato che si credeva di colpire senza mettere a rischio la vita dei soldati americani. Hanno quindi cercato di selezionare meglio chi sostenere puntando sui curdi e sugli iracheni che, memori di altre promesse disattese, hanno preteso, questa volta, chiare rassicurazioni su ciò che sarebbe stato il loro "dopo guerra". Gli Stati Europei, come la Francia e il Belgio, hanno iniziato a bombardare le posizioni dello Stato islamico solo dopo essere stati sfregiati da innumerevoli e strazianti attentati sul proprio territorio nazionale, quasi a voler colpire più per sete di vendetta personale che per la convinzione di fare la cosa giusta per il popolo siriano e iracheno oppresso e violentato. L'Iran e chi è suo stretto alleato in libano, Hezbollah, hanno combattuto l'Isis con motivazioni, convinzioni e fattori stimolanti del tutto peculiari che fanno parte di un disegno più profondo, addirittura originario, di ciò che si vuole instaurare in Medio Oriente e dentro l'Islam. Una sorta di resa dei conti dentro l'Islam che porti la giusta riparazione per quei torti subiti e faccia prevalere quella verità che, per gli Sciiti, si è fermata a Kerbala nel 680 d.c. I paesi arabi a maggioranza sunnita, tra cui i paesi del Golfo e la Turchia, hanno in un primo tempo stimolato sottobanco l'esistenza in quella ben definita area di un Isis forte e determinato per poi capire che si erano spinti troppo oltre e quindi cercare di riportare la barra del timone a dritta e rischiararsi per non finire anch'essi sconfitti o destabilizzati da coloro che avevano in precedenza foraggiato.

Insomma, ognuno dei partecipanti alla guerra all'Isis ha proprie ragioni, proprie motivazioni, propri interessi e, soprattutto, una diversa visione di cosa deve e può succedere domani in quel territorio attualmente oggetto di una lunga guerra di liberazione. Non vi è dubbio che ora che è in costante e perdurante difficoltà oggettiva sul campo, tutti si augurano in tempi brevi la disfatta definitiva di questo sedicente e autoproclamato Califfato. Solo un anno fa non era assolutamente così e i fiancheggiatori occulti non si contavano neanche più. Tuttavia, dato ormai per certo che questo è, dal punto di vista militare, un dato incerto solo sul quando e non sul se, la domanda che dovremmo tutti iniziare a porci è un'altra.

Cosa succederà dopo la sconfitta dell'Isis? Cosa si prevede di fare dopo che il Califfato sarà sconfitto totalmente e nessuno avrà più la forza di alzare dai tetti quella bandiera nera che ha seminato morte, dolore e distruzione, grazie anche alla complicità di molti, in mezzo mondo? I vincitori cosa faranno e, soprattutto, quale nuovo obiettivo vorranno raggiungere dopo aver esaurito questa fase? Cosa ne sarà dell'ideologia dell'Isis e del suo potenziale distruttivo? Quali schemi vogliamo usare per evitare che tutto questo si ripeta e che l'Isis, cambiando pelle, tra qualche mese o anno si ripresenti sotto altra forma?

Oggi tutti combattono contro qualcuno, in guerra è sempre stato così. I soldati sul campo non si pongono tante domande sul domani. Per loro è chiaro solo l'obiettivo del momento, ossia espugnare l'Isis dalle città occupate e guadagnare la vittoria, e ognuno spera poi possa avverarsi il suo personale sogno. Tuttavia, domani, sconfitto quel qualcuno, che cosa si vuole proporre per quel territorio, per quella gente così martoriata da anni di guerra, privazioni e torture? Chi, tra i vincitori, prevarrà, detterà le nuove regole e porrà sul tavolo la scelta migliore?

Da ciò che si vede, da come è stata condotta finora la guerra all'Isis e dalla irrefrenabile voglia di voler scendere in campo solo ora che la battaglia sembra volgere verso un solo chiaro esito c'è da preoccuparsi. Il rischio è che sul campo si passi in automatico e senza tregua dal lottare per sconfiggere l'Isis a una lotta, ancora più intestina e frastagliata, tra chi ha preso parte alla battaglia contro il Califfato e ora vuole passare all'incasso.

Cosa succederà quando i curdi cominceranno a chiedere la giusta "paga" per la loro fattiva partecipazione a quella lotta armata contro il Califfato ? Cosa succederà quando l'Iran e gli iracheni, paese a maggioranza sciita, pretenderanno anch'essi di passare alla cassa per ritirare il premio partita? Quale posizione assumerà la Turchia che, da fiancheggiatore occulto dei fondamentalisti, tanto che fino a pochi mesi fa compravano da loro persino il petrolio, è passato ad arma di punta della lotta al terrorismo solo perché vuole giocare ogni carta in suo possesso per evitare che ai curdi venga concessa l'opportunità di avere un proprio Stato indipendente sui territori che furono della Siria e dell'Iraq confinante? Cosa pretenderanno la Siria di Assad e il suo alleato di ferro russo quando bisognerà decidere che fine far fare ai territori siriani strappati all'Isis e ora oggetto delle bramosie di molti?

Tante domande che oggi nessuno si pone apertamente, ma che ognuno dei partecipanti alla lotta cerca di tradurre sul terreno della battaglia in termini di maggior guadagno momentaneo possibile. Ecco che nel frenetico bombardamento di tutto ciò che si ritiene obiettivo sensibile non ci si risparmia e si accetta ogni effetto collaterale e ogni strage di innocenti. La guerra continua a provocare la morte di uomini, donne, bambini e anziani innocenti che fuggono disperati alla ricerca di quel minimo di sicurezza e protezione che possa risparmiarli dalla morte.

Il problema del dopo Isis non è solo un problema di geopolitica regionale o di imperio delle forze militari di uno Stato piuttosto che di un altro. No, vi è dell'altro. C'è il problema del ritorno dei profughi, quello della protezione di chi sarà etichettato come "perdente" anche se non ha mai voluto combattere, quello della difesa delle minoranze religiose (tra cui spesso non ci ricordiamo dell'esistenza di quella cristiana), quello della ricostruzione economica e sociale di intere aree, quella del rapporto demografico tra sunniti e sciiti in aree vaste e determinanti per ogni futura e auspicabile pace duratura. Oltre a tutto questo bisogna capire che cosa ne sarà realmente dell'Isis. Non di ciò che tutti noi oggi definiamo Stato islamico ma della sua ideologia, della sua forza sociale, della sua base rivoluzionaria, del suo credo sanguinario e fondamentalista. Non illudiamoci che raggiunto il centro abitato di Raqqa e svaniti i manipoli dello Stato islamico il terrorismo, che abbiamo imparato a conoscere nelle nostre strade e di cui abbiamo tanta paura, evapori all'improvviso e cessi per noi ogni minaccia.

Vincere una guerra con i carri armati e, soprattutto, con i bombardamenti aerei non ha mai portato in Medio Oriente (termine che lo ricordiamo venne coniato alla fine del 1800 dagli americani che volevano dare all'area un carattere più regionale) alla sconfitta definitiva delle idee e delle teorie fondamentaliste e basate sull'uso del terrorismo e della tortura come strumenti per raggiungere determinati fini. Ogni volta questi movimenti si sono ritirati poco prima della sconfitta definitiva scombinandosi e confondendosi con la gente comune per poi riprendere vigore dopo essersi mescolati ben bene sul territorio. È successo in Iraq dove l'invasione degli Stati Uniti voluta da Bush ha sì sconfitto il regime di Saddam Hussein, ma non ha impedito a quelle forze paramilitari sunnite di infoltire, prima, la lotta armata delle autobombe e, poi, i ranghi dell'Isis. È successo in Afghanistan dove la guerra ai Talebani sembrava essere stata vinta tranne poi accorgersi che era solo una grande illusione. È così dal tempo dell'Impero ottomano e non ci sono elementi oggi per dire che se non si sta attenti e non si ragionerà in modo oculato e, soprattutto, ponderato si ripeta ciò che la storia ci racconta.

Ciò che succederà dopo la vittoria finale sta condizionando oggi le scelte degli eserciti in campo e nessuno sta realmente pensando a come portare sollievo alle popolazioni colpite da questi lunghissimi anni di guerra. Si rischia di voler enfatizzare una vittoria che sarà tale solo mediaticamente, ma che sul terreno si sostanzierà in ulteriori sacrifici, sofferenze, battaglie ed esodi. Il pericolo concreto è quello di vedere, una volta sconfitto sul campo l'Isis, lo scatenarsi cruento delle bramosie di parte dei tanti vincitori che, non avendo coordinato nulla sul campo, si sentiranno ognuno artefice primario di quel risultato.

Guardate cosa è successo ad Aleppo. Qualcuno di noi ne sa più qualcosa di ciò che succede ad Aleppo? No, di Aleppo e dei suoi abitanti si parla sempre meno. Vinta la battaglia per riconquistare la città e spezzato l'assedio, ormai il destino di quella popolazione non interessa più nessuno. Eppure ad Aleppo si muore ancora, si soffre ancora, si cova ancora oggi rabbia e sete di vendetta. Oggi le Tv del mondo intero mandano i propri cronisti a Mosul e poi, dopo aver riconquistato la città, verranno mandati a Raqqa e poi da qualche altro posto. Intanto le vittime della guerra continuano a soffrire, i profughi continuano a cercare riparo altrove, gli sfollati non sanno quando potranno tornare e cosa troveranno.

Le armi, i cannoni, il sordo rumore roboante degli aerei da combattimento, il sibilo delle bombe che cadono si sentono da troppo tempo. Il rischio concreto che ci si abitui a questi suoni e non a quelli del dialogo, della trattativa, della mediazione e dell'impegno all'incontro è altissimo. La comunità internazionale e quel suo sistema incentrato dal secondo dopoguerra ad oggi sull'Onu non riescono a funzionare come dovrebbero e ad essere funzionali alle reali esigenze di coloro che devono sopportare i danni e gli effetti delle guerre e dei conflitti. Occorre rimettere in piedi un sistema internazionale che non solo sappia cogliere le nuove sfide di un mondo troppo diverso da quell'eredità della Guerra Fredda che ancora oggi regola il funzionamento degli istituti guida della politica mondiale, ma che sappia far proprie le esigenze di chi soffre gli effetti di conflitti non più convenzionali e che trova difficoltà persino a fuggire da quei contesti di morte.

Le armi, la minaccia del nucleare, la potenza dei muscoli di un sempre più sofisticato e tecnologico apparato militare non dovrebbero essere più l'unico deterrente utilizzabile per raggiungere fragili e solo temporanee tregue. Il continuo fluttuare e rigenerarsi di movimenti fondamentalisti, terroristici e sanguinari richiede lo sforzo di una comunità internazionale che, abbandonando vecchi schemi pro globalizzazione, inizi a lavorare sui concetti di equità, rispetto e giustizia. Gli strumenti per far questo non sono i carri armati, i bazooka o i caccia bombardieri intelligenti, sono la capacità di dialogo, di persuasione, di mediazione e di incontrare le diversità non per sottomettere la più debole o quella ritenuta meno "civilizzata". Il compito della comunità internazionale non è più quello di ragionare in termini di diritto dei soli Stati e delle rispettive popolazioni, ma di iniziare a pensare all'esigenza di spiegare il mondo attraverso l'imprescindibilità della difesa della dignità umana che discende dall'essere ormai cittadini di un mondo globalizzato. Mondo dove ognuno di noi vive in una comunità ma che è, di fatto, in contatto diretto e in tempo reale con tutti e tutto. Questa è la vera sfida e ciò che succederà dopo la sconfitta dell'Isis sul terreno è il primo banco di prova per vedere se si è pronti ad affrontare la sfida consci che il mondo ha bisogno di nuovi schemi per poter garantire ai posteri un futuro di pace e di concordia. Insomma, ritornano anche qui le parole pressanti di Papa Francesco: gettare le basi per costruire ponti su cui far poi passare le idee e non alzare muri su cui far poggiare le canne dei fucili di precisione di cecchini portatori di morte.

Damiano Serpi


© Il Sismografo - 27 marzo 2017
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.it




29/03/2017

 
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