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  Laicità e cittadinanza: come Al-Azhar potrebbe influenzare i Paesi arabo-islamici

 

Dal convegno tenuto al Cairo, le proposte per stessi diritti per cristiani e musulmani e per uno Stato non preda di una religione. Ma occorre influenzare le costituzioni dei diversi Paesi della regione e soprattutto la Carta dei diritti umani della Lega araba e dell'Organizzazione della Conferenza islamica. Il tutto, a poco più di un mese dalla visita di Papa Francesco in Egitto.

   

Milano Alla fine di febbraio si è svolto all'università Al-Azhar al Cairo un congresso di rilevanza internazionale. Esso ha coinvolto il mondo politico-culturale ed i rappresentanti delle fedi religiose islamica e cristiana di oltre cinquanta Stati del mondo arabo musulmano.

La coraggiosa iniziativa promossa dall'imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyeb ha voluto porre apertamente sul tavolo della discussione due temi delicatissimi per i governi politici del mondo arabo e musulmano: la "necessità" della laicità dello Stato, ovvero l'indipendenza dello Stato dalla legge religiosa islamica, e il primato del principio di cittadinanza, che significa la piena eguaglianza dei diritti di ogni persona membro di uno Stato, indipendentemente dalla appartenenza ad una determinata fede religiosa, dunque senza discriminazione alcuna per le cosiddette "minoranze religiose" diverse dall'islam.

Le rivoluzionarie conclusioni di questa conferenza avranno molto probabilmente eco assai rilevante nel tempo, anche alla luce dell'imminente viaggio di Papa Francesco in Egitto.

I due temi centrali scaturiti dal congresso laicità dello Stato e cittadinanza, ossia piena eguaglianza di ogni cittadino a prescindere dalla fede che pratica sono tra loro strettamente intrecciati. Essi non possono essere risolti separatamente, e toccano il nervo scoperto del sistema politico del mondo arabo, ovvero il rapporto di subordinazione della legge civile alla legge religiosa, la shari'a, negli ordinamenti costituzionali e addirittura nelle Carte dei diritti umani della Lega Araba e dell'Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), le due istituzioni politiche internazionali che riuniscono i Paesi arabi e di fede islamica.

Per evitare che le coraggiose proposte riformatrici scaturite dal congresso di Al-Azhar restino semplici dichiarazioni di principio, ed incidano invece in concreto sul tessuto politico-culturale del pensiero musulmano, sarebbe probabilmente molto utile partire nell'immediato futuro con una ridiscussione della Carta dei diritti umani della Lega Araba del 2004 e dalla Dichiarazione sui diritti umani dell'Islam dell'OCI, al fine di promuovere la realizzazione di Stati "costituzionalmente" laici, non teocratici o comunque dipendenti dalla formula della "religione ufficiale di Stato".

Per quanto riguarda il primo punto sollevato nelle conclusioni del convegno di Al-Azhar la laicità dello Stato si consideri che ad oggi, in queste due Carte dei diritti umani, si afferma sempre il primato della fede religiosa islamica quale fondamento etico, giuridico normativo della sovranità degli Stati arabi e di fede musulmana. La Dichiarazione dei diritti umani dell'OCI ha un'impostazione radicalmente teocentrica e confessionalista dello Stato, affermando nel preambolo che tutti i diritti e doveri dell'uomo sono comandamenti divini vincolanti contenuti nel libro della rivelazione di Dio; che tutti i diritti e le libertà della Dichiarazione sono subordinati alle disposizioni della shari'a (articoli 24 e 25); che ogni individuo possa esprimere il suo pensiero purché non sia in contrasto con i principi della legge islamica (articolo 22); che l'islam è la religione naturale dell'uomo e che i reati e le pene previsti da ogni Stato aderente alla Dichiarazione debbono essere in modo esclusivo quelle già previste dalla shari'a (articoli 10 e 19).

Anche la Carta dei diritti umani della Lega Araba, pur smorzando la visione confessionalista dell'OCI, purtroppo non elimina gli equivoci relativi all'origine religiosa islamica delle leggi dello Stato: infatti la Carta ha recepito il preambolo della Dichiarazione dell'OCI che definisce i diritti come derivati dalla shari'a, ma soprattutto non prevede in modo assoluto che gli Stati della Lega Araba si impegnino a recepire nei propri ordinamenti politici quei principi innovativi comunque introdotti in materia di diritti umani. È dunque un manifesto di principio più che un trattato che vincoli gli Stati arabi sui diritti umani.

Il ruolo di moral suasion sugli Stati nazionali da parte dei trattati ed accordi internazionali in materia di promozione dei diritti umani è unanimemente riconosciuto nella storia recente: la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'ONU, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la Carta UE di Nizza hanno contribuito alla promozione dei diritti umani anche all'interno dei singoli ordinamenti politici degli Stati nazionali.

Purtroppo così non è ad oggi per il mondo arabo e musulmano: le Carte dei diritti umani della Lega Araba e dell'OCI non sono in grado di favorire uno sforzo condiviso per promuovere una visione laica dello Stato di diritto, restando sclerotizzate su una visione confessionalista dei regimi politici. Il risultato è che la maggior parte delle Costituzioni degli Stati arabi e musulmani ad oggi riconosce che l'islam è la religione di stato e che la shari'a è la fonte principale del sistema delle leggi dello Stato.

Fatte salve rare eccezioni, come l'Albania in Europa, il Kazakistan e l'Azerbaijan in Asia, la Turchia, la laicità dello Stato è una chimera nei Paesi musulmani: anche in diverse Costituzioni di recentissima adozione nei Paesi attraversati dalla stagione della Primavera araba la shari'a è esplicitamente citata come fonte del diritto, o comunque l'islam resta religione di Stato. Ciò accade in Bahrein, in Irak, ma anche in Paesi ben più aperti alle riforme come la Tunisia e l'Egitto.

Resta ad oggi irrisolta la questione ben descritta dallo studioso Maurice Borrmans, secondo cui l'islam deve risolvere il problema della sua pretesa di essere insieme religione e società politica o Stato: din, dunya e dawla. La protezione dei diritti delle persone, per il solo fatto di essere cittadini del medesimo Stato in un regime di piena eguaglianza deve necessariamente fare i conti in primo luogo con il riconoscimento, nelle Carte dei diritti umani dei Paesi arabi e musulmani, della laicità dei valori che fondano gli Stati, entro cui le religioni possano esprimersi liberamente con pieno rispetto delle reciproche diversità.

Luca Galantini


© AsiaNews.it - 28 marzo 2017
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.it




05/04/2017

 
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