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Cara Francesca

 


Una giovane studentessa affermava, in una lettera scritta molti anni fa, che “non si può dare speranza in un paese in cui l’odio e l’egoismo dominano”. Ci sembra importante e molto attuale la risposta che Emilio Grasso diede a quella ragazza, perché è un interrogativo che anche oggi ci poniamo, soprattutto in questo momento storico in cui il mondo è sempre più invaso da guerre e conflitti.
L’articolo che riportiamo fu pubblicato su “Missione Redemptor hominis” n. 49 (1998) 8.

 

   

 

Caro missionario,

come si fa a diffondere la fiducia in un mondo migliore, come si fa ad aiutare gli altri se anche noi stessi abbiamo bisogno di aiuto?

Il missionario se non sbaglio, porta fede e speranza per un futuro migliore, ma io mi chiedo, com’è possibile fare tutto ciò?

Non si può dare speranza in un paese in cui l’odio e l’egoismo dominano. E poi io volevo sapere, in cosa consiste il suo lavoro?

Aiutare il prossimo è un gesto assai importante ed è una dimostrazione di rispetto verso il prossimo e inoltre può essere considerato anche un atto di fede verso Dio.

È anche vero, però, che fare il missionario significa fare molti sacrifici. È facile rinunciare all’affetto familiare, restando lontani da casa per tanto tempo in un paese in cui probabilmente le persone non ti conoscono e tu non conosci nessuno?

Ti prego di rispondere a queste domande con sincerità per far capire cosa significa veramente essere un missionario di Dio.

Grazie.

Francesca

 

Cara Francesca,

ho letto attentamente e più volte la tua lettera che pone diversi interrogativi. In una sola volta non mi è facile rispondere a tutte le tue domande. Per questo, alla fine, rimarranno dentro di te una serie di questioni da approfondire.

La mia lettera non vuole in nessuna maniera sostituirsi alla tua ricerca, al tuo lavoro, alla tua volontà di continuare ad indagare. Essa vuole soltanto stimolare le tue capacità affinché tu stessa sia in grado di dare una risposta.

Nella tua lettera vi sono domande, ma vi sono anche delle affermazioni.

Tu affermi: “Non si può dare speranza in un paese in cui l’odio e l’egoismo dominano”.

Ora, cara amica, la speranza va annunziata proprio laddove tutto dice il contrario di quello che essa afferma. È proprio laddove vi sono odio ed egoismo che noi dobbiamo portare la speranza.

Cos’è la speranza?

Molte volte noi parliamo ed usiamo certe parole, ma dentro di noi vogliamo dire altre cose.

Se ognuno di noi quando dice una parola intende qualcosa di differente da quello che un altro vuol dire usando la stessa parola, allora si crea una grande confusione tra di noi e non riusciamo mai a capirci. Usiamo tutti le stesse parole, ma ognuno dice cose diverse. E per questo si crea l’impossibilità di comunicare tra di noi. Magari continuiamo pure a stare insieme, ma di fatto ognuno sta con se stesso ed ogni uomo diventa come una casa senza porte e finestre, senza cioè aperture per incontrare l’altro.

È importante, per questo, avere in comune un qualcosa che ci permetta di ritrovare un accordo tra di noi.

Questo qualcosa potrebbe essere un semplice Dizionario.

Apriamo il Dizionario e vediamo quella parola cosa vuol dire. E poi, quando usiamo quella parola, dobbiamo tutti usarla alla stessa maniera. Detto così, avremmo già trovato la soluzione. Se, infatti, apro il Dizionario, alla parola speranza trovo scritto: “Attesa viva e fiduciosa di un bene futuro”.

E qui già potrei darti una prima risposta. In un paese in cui l’odio e l’egoismo dominano – come tu scrivi – vuol dire che non vi sono amore e donazione di sé. Ora, in quel paese portare la speranza vuol dire portare quello che oggi non c’è. Vuol dire, nel caso che tu hai fatto, portare amore e donazione di sé.

Se amore e donazione di sé non ci sono, vuol dire che non sono nel presente di quel paese.

Ma se c’è un’attesa viva e fiduciosa, vuol dire che potrebbero essere nel futuro.

Ora è importante fare attenzione. Io ho usato un verbo al condizionale (potrebbero) e non un indicativo (saranno).

Qui è tutta la sottile differenza tra speranza e illusione.

La speranza ci lancia verso il futuro. Essa annunzia, senza condizioni, un bene futuro. Essa parla al modo indicativo. E l’indicativo è il modo del verbo che esprime la realtà, la certezza.

In un paese ove v’è l’odio noi siamo chiamati ad annunziare l’amore; dove v’è la morte, la vita; dove il deserto, il giardino in fiore.

E dobbiamo annunziarlo senza condizioni, con assoluta certezza.

Perché con assoluta certezza? Perché se noi annunziamo le incertezze, i dubbi, i tentennamenti, i forse, i ma, le probabilità, noi rimaniamo sempre fermi allo stesso posto e nulla si muove.

Avere la forza di passare dal condizionale all’indicativo. Qui è tutto il problema. Qui è il mistero di due libertà che s’incontrano. La libertà di chi annunzia, la libertà di chi ascolta.

Le illusioni

Ora per essere uomini che annunziano con decisione, che chiamano alla decisione, noi non possiamo annunziare le illusioni, creare illusioni, pretendere che ci si muova sulle illusioni.

Le illusioni – è sempre il nostro Dizionario che risponde – sono: “Ingannevoli rappresentazioni della mente che immagina o interpreta la realtà secondo i propri desideri o le proprie speranze”.

Le illusioni sono io stesso che le creo, cercando di piegare la realtà verso quei lati che più mi fanno comodo, che più mi danno soddisfazione.

La speranza, al contrario, non dipende da ciò che io voglio in quel momento. Essa dipende dalla fedeltà alla parola ascoltata.

Se l’illusione dipende da me, è un frutto da me stesso creato; la speranza, al contrario, dipende da una parola che mi viene donata.

Ora non c’è speranza senza ascolto d’una parola che ti viene donata. E non si crede in questa parola, non ci si consegna ad essa, se non la si ama. E non la si ama se essa non entra in rapporto con la nostra libertà interiore. La si ama se tocca il più profondo del nostro profondo.

Amarla, crederla, sperarla non è possibile se noi, nel profondo della nostra libertà, non vogliamo. Senza la nostra personale libertà, senza il nostro sì libero e non sostituito dalla responsabilità di nessun altro, nulla ha valore. Questa libertà è il dono più grande che abbiamo ricevuto. Siamo noi, è ognuno di noi che deve rispondere in prima persona. E nessun altro per noi.

E con questo accenno una risposta anche a tutte le altre questioni che tu hai posto.

Ti scrivo telegraficamente, perché ormai già ti ho dato le chiavi per arrivare alle risposte.

Alcune risposte

  1. Non si può dare speranza e tanto meno aiutare gli altri se noi, per primi, non abbiamo sperimentato che siamo stati amati e che la speranza annunziata già comincia a realizzarsi nella nostra vita. In altre parole noi spargiamo solo illusioni se il futuro che ci fu annunziato noi non l’abbiamo sperimentato come presente nella nostra vita.
    Chi vuole aiutare gli altri e parlare agli altri senza prima essere lui cambiato nel suo cuore e nella sua vita crea solo illusioni momentanee e procura un gran mare di guai. Non si va dagli altri per caricarli dei nostri problemi. Si va perché siamo liberi tanto di andare, quanto di restare.

  2. Si portano fede e speranza solo se vivono in noi. Se vivono in noi sapremo trovare le vie per comunicare e per annunziare. Fede e speranza non sono delle formulette o delle compresse da somministrare secondo indicazioni precise che stanno in qualche formulario. Esse sono delle forze che ci muovono e che ci permettono, con grande libertà, di amare gli uomini che incontriamo, nelle diversità dei tempi e delle condizioni in cui vivono. Ed amarli vuol dire innanzitutto guardarli come Dio li guarda.

  3. Se io, di natura molto pigro, debbo fermarmi su quello che lascio non mi muoverei mai. Tutto sarebbe per me sacrificio penoso ed impossibile. Ma se penso a quello che incontrerò, allora ogni lavoro diventa dolce.

 

È la speranza che ci guida. Lo sguardo rivolto in avanti, anche se dobbiamo mantenere sempre i piedi ben piantati in terra. Altrimenti scambiamo le nostre illusioni per speranza.

Mi hai chiesto di risponderti con sincerità. Potrei dirti che ho cercato d’esserlo. Se poi lo sono stato lo vedremo più avanti, quando queste parole diventeranno mia carne, mio sangue. Lo vedremo quando queste parole, questa carne, questo sangue diventeranno popolo che scopre la profonda dignità del suo volto. Popolo che scopre quante possibilità di vita, di amore, di gioia, di canto, di giustizia, di libertà, di giardino in fiore gli sono state date. E queste possibilità le realizza liberando e sprigionando energie profonde che vivevano soffocate in lui. Sì, una parola è speranza e non illusione se può indicare ormai vuoto, e vuoto per sempre, il sepolcro ove erano nascoste le nostre paure, i nostri egoismi, il nostro vivere piegato su noi stessi. Se noi siamo capaci di questo allora tutto, poi, diventa comprensibile.

Ciao, cara amica, e grazie della tua lettera che mi ha riportato sui banchi di scuola.


   



15/12/2015


 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis