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La missiologia per tutti/4
 
Diventare come Dio?



Il Cardinale di Bologna Carlo Caffarra affermava qualche tempo fa che "è finito il tempo in cui si poteva essere cristiani senza aver mai deciso di diventarlo".

Sono parole che ci fanno riflettere, perché la mancanza di questa "decisione" rende il cristianesimo sale senza sapore e la missione del tutto assente dall'orizzonte di chi non ha la convinzione necessaria per intraprenderla.

Nessuno, infatti, può dare ciò che non ha. Il cristiano che ricchezza e che dono ha da portare?

Nell'intervento precedente abbiamo accennato all'origine non originata di tutto, al Padre. Addentriamoci ancora nel mistero da cui scaturisce la missione della Chiesa, perché questo ci rende più consapevoli di chi siamo.

Il decreto del Concilio Vaticano II sull'attività missionaria della Chiesa Ad gentes al n. 2 afferma: "La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine. Questo piano scaturisce dall'amore nella sua fonte, cioè dalla carità di Dio Padre. Questi essendo il principio senza principio da cui il Figlio è generato e lo Spirito Santo attraverso il Figlio procede, per la sua immensa e misericordiosa benevolenza liberatrice ci crea ed inoltre per grazia ci chiama a partecipare alla sua vita e alla sua gloria; egli per pura generosità ha effuso e continua ad effondere la sua divina bontà, in modo che, come di tutti è il creatore, così possa essere anche ‘tutto in tutti', procurando insieme la sua gloria e la nostra felicità".

Tante volte noi cristiani agiamo e viviamo senza pensare che siamo noi i protagonisti di questa storia che parla di "felicità".

"L'amore nella sua fonte", "principio senza principio" è il Padre. Quando si parla di un padre si parla implicitamente di uno o più figli. Non si potrebbe dire ad una persona che è padre se non ci fosse da qualche parte un figlio. Lo stesso vale per i figli. Se vengono chiamati tali è perché da qualche parte vi è un padre.

Nella Trinità le relazioni (o missioni) sono dell'amore più perfetto. Sant'Agostino ci spiega che si dice nella Scrittura che il Figlio è dal Padre "non perché l'uno sia superiore e l'altro inferiore, ma perché l'uno è Padre e l'altro è Figlio, l'uno genitore e l'altro generato, l'uno dal quale è colui che è mandato, l'altro che è da colui che manda"
[1]. Ecco la distinzione, che non è, però, "differenza" di natura, di dignità.

Se la nostra vita e la nostra missione cristiane devono essere modellate sull'esempio di quelle trinitarie, vuol dire che tra noi non vi è mai un essere inferiore e uno superiore solo perché uno occupa una posizione ed un altro una differente, uno è sacerdote e uno è laico, uno invia e l'altro è inviato, ecc. Grande è la dignità delle persone all'interno della Chiesa, ma ognuno è se stesso: il Padre è completamente differente dal Figlio; il Padre genera il Figlio e il Figlio è generato; il Padre non è il Figlio e il Figlio non è il Padre (sono differenti). Il Padre non deve fare il Figlio e il Figlio non deve fare il Padre. Ciascuno ha la sua identità. Il Figlio riconosce che è il Padre che dà la vita, il principio senza principio. La grandezza del Figlio sta nella sua capacità di ricevere questa vita.

Affinché vi sia il legame d'amore, ciascuno deve conservare la sua identità. Se non vi è identità personale non si può vivere l'amore. In una fusione in cui non vi fosse più distinzione non vi sarebbe più la possibilità dell'amore reciproco.

In virtù della relazione tra le Persone della Trinità, che si indica con il termine tecnico di "circuminsessione", tutto quello che è nel Padre si trova nel Figlio per il legame d'amore, il legame dello Spirito Santo, ma senza perdita di identità.

L'unità di Dio è così perfetta che le tre Persone si compenetrano e dimorano l'una nell'altra. Ecco come la Chiesa descrive questa circuminsessione, questa immanenza di uno nell'altro: "Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nella Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio"
[2]. Questa verità si trova nella Sacra Scrittura. Afferma Gesù: "Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?" (Gv 14, 10). E  san Paolo spiega che lo Spirito Santo è in Dio, come lo spirito dell'uomo è nell'uomo (cfr. 1Cor 2, 10-11).

Da questo principio noi dobbiamo trarre delle conseguenze pratiche. Per esempio, in una comunità di vita consacrata, come nel caso di chi scrive, le relazioni tra le persone devono tendere a questo modello. Ciò significa che ognuno di noi in comunità ha una propria identità, ma deve cercare di creare quell'unità per la quale il bene di una persona è il bene di tutti, il tempo di uno è il tempo di tutti, la speranza e la gioia di uno sono quelle di tutti, il dolore di uno appartiene a tutti, perché uno solo è l'amore che ci unisce. Tutto si condivide e tutto si partecipa. Non esistono ricchi e poveri, chi solo dà e chi solo riceve.

E una comunità di vita consacrata deve mostrare au maximum d'urgence ciò che si deve creare in tutte le famiglie e in tutte le relazioni umane chiamate a vivere già come un anticipo del cielo, seppur tenendo ben bene i piedi per terra e sapendo che stiamo pur sempre camminando nel tempo del già e non ancora.

Ecco perché il decreto Ad gentes, sempre al n. 2, continua dicendo che Dio non ha voluto salvarci individualmente, ma chiamandoci a formare una comunità: "Piacque a Dio chiamare gli uomini a questa partecipazione della sua stessa vita non tanto in modo individuale e quasi senza alcun legame gli uni con gli altri, ma di riunirli in un popolo, nel quale i suoi figli dispersi si raccogliessero nell'unità".

Una comunità di consacrati è quel luogo dove questo legame viene vissuto e testimoniato affinché sempre più persone possano percepire la bellezza di Dio, fonte della felicità come abbiamo detto, e si compia il suo disegno di chiamare a sé tutti gli uomini per essere Lui "tutto in tutti".

Nelle chiese italiane spesso risuona tra i fedeli un canto, a volte un po' stancamente, che ricorda che "Dio si è fatto come noi per farci come lui". Se davvero sperimentassimo cosa questo significa, potremmo essere come quell'uomo, di cui parla sant'Agostino, che è capace di cantare al Signore un canto rinnovato perché il suo cuore rinato è nuovo
[3] come quella Bellezza, tanto antica e sempre nuova[4], che ha riscoperto.

                                                                                            Mariangela Mammi 


 


2/11/07

[1] Agostino, La Trinità, IV, 20, 27.

[2] Concilio di Firenze, in H. Denzinger, Enchiridion (1995), n. 1331.

[3] Cfr. Agostino, Discorso 34, 1.

[4] Cfr. Agostino, Le Confessioni, X, 27, 38.

 
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