Nella missione di Capitán Bado si presentavano in continuazione casi di persone povere e malate che chiedevano aiuto.
Da lì nacque l'idea di una Commissione che potesse andare incontro ai bisogni dei più poveri e ricordare
che la Chiesa, sulle orme di Cristo, privilegia chi come Lazzaro sta ad attendere alla porta del ricco.
Nel corso degli anni, dunque, la Commissione poteva approfondire il ruolo da svolgere all'interno della comunità e crescere nella comprensione di come essere "buoni samaritani" nella società d'oggi.
Attraverso il suo servizio ai più poveri, essa guadagnava la stima di tutta la parrocchia e, soprattutto, diventava un punto di riferimento per coloro che, oltre a trovarsi in condizioni disagiate, dovevano affrontare il dramma di un malattia improvvisa e inaspettata.
Tutto questo, però, non era sufficiente perché i membri potessero dire di aver portato a termine la carità nella Chiesa. Molti di loro, con il tempo, si rendevano conto che per essere pienamente "buoni samaritani" occorreva creare una comunione autentica e che aiutare voleva dire, non solo organizzare ed assistere, ma vivere in prima persona e dare una coscienza nuova, affinché la povertà e la malattia, frutto dell'ignoranza e della mancanza di nozioni adeguate, fossero sconfitte.
La carità, allora, cuore della Chiesa, che riconosce in ogni povero Gesù, diventava promozione della giustizia e formazione, affinché come il Buon Samaritano, non ci fermiamo ai bordi del cammino, ma andiamo in profondità incontro al viandante d'oggi.
Predicare Gesù voleva dire per noi riflettere sul tema della giustizia e aiutare la gente a fare un confronto con il Vangelo che è un annuncio di vita, di amore, di solidarietà.
Il compito che si presentava diventava sempre più impegnativo. Ci veniva richiesto non solo un cammino di riflessione, ma anche un percorso che toccasse prima di tutto la nostra vita, le nostre scelte personali e comunitarie.
I campi diventavano sempre più vasti e diversi. I contadini, che costituiscono la maggioranza della gente a Capitán Bado e in tutto il Paraguay, con la loro necessità di terra e di giustizia, diventavano una delle sfide della nostra missione. Nelle compagnie, negli asentamientos essi erano i primi a chiedersi cosa fare, quale progetto di vita, quale impegno, quale programma, quali costruzioni. Domande che trovavano risposta in quell'unica soluzione che la Chiesa ha dato sin dai suoi inizi, il cambio del cuore[12].
Eravamo chiamati non a formare un partito o a cercare gli strumenti tecnici per uscire da una situazione di sfruttamento, ma ad annunciare la chiamata ad una pienezza di vita, in una situazione di ingiustizia.
I giovani
I primi ad essere interpellati furono i giovani che si costituirono in movimento. Si formarono vari campi di promozione dove partecipavano i delegati dei gruppi. La conoscenza del Paraguay e della sua storia permetteva loro di comprendere il passato e così prendere coscienza della memoria storica del proprio popolo, capire i meccanismi di oppressione fossilizzati nel tempo. Nelle diverse riunioni si focalizzavano i mali da combattere per costruire una società diversa: la menzogna; la corruzione causata dal desiderio di potere e di arricchimento senza la preoccupazione per la sofferenza degli altri; la povertà in cui milioni di persone vivono, senza un'abitazione dignitosa, senza cure mediche, senza educazione.
Molti problemi erano ancora da smascherare: il contrabbando del legname e del bestiame, la prostituzione causata dalla povertà, la coltivazione e il traffico della droga dovuti alla mancanza di alternative di lavoro e alla miseria, furti e omicidi[13]. Ciò che i giovani focalizzavano di più nelle riunioni era che "il problema più grande, come dice il Vangelo, è dentro di noi, cioè nella nostra mentalità, nel nostro modo di pensare, di agire, nelle abitudini che si ricevono nei contesti familiari e sociali. Questa mentalità, trasmessa di generazione in generazione, è fortemente radicata e per questo a volte è difficile da combattere"[14].
Molti capivano di essere chiamati ad una scelta perché cambiare la mentalità significa andare contro corrente, significa affrontare la gente, significa pensare in una forma differente dagli altri. Per questo occorreva da parte loro molta decisione e responsabilità. Il mondo aveva bisogno di gente coraggiosa, di
uomini liberi senza paura, per essere portatori della nuova evangelizzazione. Potevano così affermare: "La Chiesa ha molto bisogno di noi, la Chiesa ci guarda con occhi pieni di speranza, perché da noi dipende il futuro del mondo e della Chiesa"[15].
A Capitán Bado non sono mancati questi giovani coraggiosi che hanno intrapreso un cammino e hanno compreso che "oggi, bisogna ritornare a dimostrare, con i fatti, che annunziare il Vangelo agli uomini significa dar loro la coscienza che sono figli di Dio, persone libere e quindi capaci di scegliere tra il bene e il male"[16], anche se per arrivare a questa meta, la strada è lunga e a volte difficile e solo coloro che amano la lotta possono arrivare alla vittoria[17].
Alcuni di questi giovani credendo nell'impossibile sono diventati una testimonianza per tanti giovani di Bado che vivono ogni giorno nell'ingiustizia, nella vendetta, nella violenza e che fanno difficoltà a sognare qualcosa di diverso dalle piste fangose del loro paese[18].
La scelta decisa, infatti, di Gladys, Mary e Aline è diventata un'esortazione per tutti a cambiare la vita, a lasciare da parte l'ambizione, l'ingiustizia, la violenza e la disonestà[19]. Con loro inizia una nuova avventura: "Oggi la nostra gioia è grande perché anche noi, frutto di un cammino lungo e sofferto, possiamo iniziare ad esplorare nuove vie che il Signore ci indica"[20].
Il difficile cammino del risveglio delle coscienze
"Nessuna legge o istituzione può rimpiazzare la vigilanza della coscienza"[21].
Dopo anni di missione la Chiesa di Capitán Bado stava crescendo. Avevano preso corpo e si strutturavano in maniera quasi autonoma vari gruppi come il "Pro Mantenimiento". Questo gruppo nacque "affinché la struttura della chiesa di Capitán Bado fosse mantenuta pulita, ordinata e accogliente e così le celebrazioni liturgiche prendessero un significato particolare di fedeltà al Signore"[22].
Si trattava di persone semplici, come tante in Paraguay, che da anni lottavano quotidianamente per la loro sussistenza. Quanti facevano parte del gruppo, anche se vivevano in condizioni di assoluta miseria, inconciliabili con la dignità che Dio ha conferito a tutti i suoi figli in uguale misura, con gioia e molta speranza lavoravano nella consapevolezza che la Chiesa è un dono e che appartiene a Cristo e al suo mistero. In essa trovavano forza e coraggio per continuare a lottare contro la povertà e l'ingiustizia che da anni subivano da parte di quanti li sfruttavano senza rispetto delle loro persone[23].
Attraverso il dono di una tovaglia che racchiudeva il sacrificio, la lotta, la speranza, i membri di questo gruppo permisero a tanta gente di Capitán Bado di poter celebrare in maniera del tutto speciale, con la Chiesa universale, il Giubileo. Infatti, attraverso le parole del Card. Ruini, si sentiva accolta e amata: "Grazie di cuore per il dono della bellissima tovaglia d'altare lavorata a mano dal popolo di Capitán Bado: oltre alla bellezza, ha un grande significato simbolico... parlerò di questo dono e del suo significato al Santo Padre"[24].
La violenza
La situazione del Paese sostanzialmente rimaneva la stessa, senza un autentico cambio strutturale, nonostante le libertà politiche e la libertà di espressione.
Anche i delitti denunciati, con prove alla mano, si risolvevano nell'impunità. Molto spesso le alte gerarchie militari erano anche i capi della mafia della droga e del contrabbando[25].
Eravamo a contatto quotidianamente con la morte, la vendetta, la tortura. La paura generava paura, a un omicidio veniva risposto con un altro omicidio per vendetta: una catena infernale difficile da spezzare[26].
Capitán Bado, oltre ad attraversare una crisi economica comune al resto del Paese, presentava le caratteristiche tipiche di una zona di frontiera, dove la violenza, l'impunità si mescolavano alla presenza di traffici illeciti come la coltivazione e il commercio della droga. In poco tempo questa zona era diventata anche un crocevia importante per molti capi mafiosi, sicuri dell'anonimato garantito a piene mani dalle autorità del luogo. La narcomafia comprava coscienze e ripartiva prebende.
La nostra Comunità di fronte a questa situazione denunciava i fatti di violenza e, molte persone, rompendo il circolo della paura, rivelarono nomi mettendo a repentaglio la propria vita per manifestare
alle autorità il loro anelito di giustizia.
I mezzi di comunicazione nazionali ed internazionali, svolgendo un lodevole impegno, si trasformarono in casse di risonanza per dare spazio al grido di un popolo che reclamava giustizia, lavoro e sicurezza.
Giunsero manifestazioni di solidarietà da varie parti dell'Europa e dell'Africa. Dall'Italia il Comune di Sassuolo (Modena) espresse solidarietà alla battaglia in difesa dei diritti umani della popolazione di Capitán Bado, portata avanti con la pubblicazione di coraggiosi articoli dal giornalista paraguaiano Candido Figueredo[27].
Dall'Italia veniva realizzata l'iniziativa di una raccolta di firme attraverso delle cartoline in sostegno dell'attività di questo giornalista che per primo aveva avuto il coraggio, lì sul posto, di denunciare, attraverso i suoi articoli, i crimini che avvenivano, ricevendo immediatamente minacce di morte[28].
La gente di Capitán Bado scriveva una storia, "la storia meravigliosa di tanti giovani che escono dalle scuole e con i loro cartelli, con la loro solidarietà, con la forza della loro giovinezza dicono che non si può accettare che dei ragazzi continuino a pagare con la loro vita il peccato di adulti corrotti e di autorità incompetenti"[29].
In quell'occasione moriva Ilario. Da Emilio giungeva per la mamma Celestina e per tutta la gente di Capitán Bado una lettera d'incoraggiamento che fu letta durante i funerali tra la commozione di tutti i presenti: "E noi ci ricordiamo di te continuando il nostro impegno affinché nasca una Capitán Bado che sia come un giardino in festa, dove un ragazzo può camminare tranquillo e chiedere un passaggio senza andare incontro ad una morte assurda"[30].
La pastorale dell'intelligenza
Questi anni di dure lotte ci convincevano che le soluzioni non venivano magicamente e unicamente dall'alto, che il risveglio delle coscienze "richiede tempi lunghi, pazienza, fatica, rischio di fallire e dover sempre ricominciare da capo"[31].
Occorreva approfondire una pastorale che desse le motivazioni profonde dell'agire, per formare uomini capaci di navigare sicuri, alimentati dalla fede, speranza e carità che avrebbero toccato terre nuove, attraverso una nuova cultura che cambia gli stili di vita. Questa pastorale esigeva risposte che non fossero preconfezionate, ma frutto della fatica quotidiana dell'uscire dai nostri schemi, esigeva una risposta povera, umile, sofferta e personale.
L'opzione per questa pastorale dell'intelligenza e della formazione, in tutti i suoi aspetti, era il risultato di un'esperienza che ci aveva chiaramente dimostrato che una pastorale a breve termine è un fallimento dell'intelligenza e che qualsiasi denuncia si spegne come fuoco nell'acqua se non s'irrobustisce con il nutrimento solido della riflessione, della creazione di una mentalità differente, della ricerca delle ragioni, cioè della presa di coscienza e della responsabilità.
In ogni azione, infatti, "la grande tentazione consiste sempre nel voler calare i progetti e le rivoluzioni dall'alto, senza attendere il maturare delle coscienze"[32].
La scuola popolare
Quando nel 1999 iniziammo quest'esperienza, volevamo sviluppare, in maniera più organica, quella che chiamavamo Pastoral de la inteligencia: vale a dire lo forzo continuo per valorizzare la comprensione della fede partendo dallo studio.
Il primo corso che si preparò fu quello del guaraní-spagnolo. In Paraguay, infatti, la realtà del bilinguismo è un problema che crea emarginazione nelle persone. Lo spagnolo, è per circa il 60% della popolazione, una lingua straniera, studiata male, parlata peggio. Il contadino, che non conosce lo spagnolo, resta senza informazione, perché le leggi, i giornali, i mezzi di comunicazione sono in spagnolo. Capire e parlare solo il guaraní significa vivere in un isolamento completo.
Per conoscere lo spagnolo è anche importante capire la struttura del guaraní.
La mancanza di conoscenza della struttura della propria lingua porta con sé la creazione di un ampio
strato di persone che ingrossano sempre più le fila degli analfabeti funzionali.
Il secondo anno abbiamo visto che il problema non si limitava alla lingua, ma toccava anche chi leggeva correttamente, scriveva e parlava lo spagnolo. Tra questi la maggioranza non capiva ciò che leggeva. Sono gli analfabeti funzionali, che in tutto il Paraguay raggiungono un milione, su una popolazione economicamente attiva di un milione e mezzo di persone.
In questa seconda tappa la scuola popolare si definiva sempre di più come lo strumento per svegliare nelle persone il gusto del conoscere e incontrare, attraverso lo studio, la verità che ogni uomo cerca.
Quasi tutti i trenta centri abitati che formano il territorio della missione di Capitán Bado, hanno un maestro, ma le condizioni in cui sono impartite le lezioni e la preparazione degli insegnanti non fanno che radicalizzare una situazione d'ignoranza, dove il libro diventa un pezzo da museo e la cultura un'ambizione di pochi che vivono nella "grande capitale". In molti luoghi le lezioni si danno all'aperto e i banchi sono dei semplici tronchi di albero. Ci si pone la domanda su quale tipo di cultura sia possibile in questa struttura e quanti siano i bambini che in realtà possono usufruire di una vera educazione.
In questa situazione iniziare una scuola popolare, che si propone come fine creare uno strato di cultura nelle persone più emarginate, diventava una sfida.
Rispondere a questa sfida significava prima di tutto chiarire il significato che davamo al termine cultura e su quali binari cercavamo di camminare, in questa esperienza con ormai tre anni di vita.
In un mondo dove ci vengono richieste sempre di più le ragioni e le motivazioni del nostro credere, la cultura diventa lo strumento che ci permette di capire il fine a cui siamo stati chiamati.
Per questo la fede cristiana deve essere approfondita, affinché il fossato che esiste tra fede e cultura, scavato e alimentato nelle varie epoche, si trasformi sempre di più in un sentiero in cui poter dialogare e creare la civiltà dell'amore.
Un'esigenza permanente di autocritica
È questo, come abbiamo detto, un viaggio che si sta per concludere, non per dire Addio ai nostri lettori, ma per incominciare su altri sentieri, che la storia ci sta indicando, che noi stessi abbiamo voluto e che l'evoluzione del discorso sulla missione di Capitán Bado richiede.
Occorre anche individuare in questo lungo periodo gli errori commessi e questi non sono mai generici, ma in relazione ai volti conosciuti.
Risvegliare le coscienze voleva dire creare un laicato che impegnandosi nella costruzione della "città", potesse svolgere con responsabilità e creatività il suo ruolo. Sono mancati in questi anni gli orientamenti
e i percorsi necessari affinché questo si verificasse. Ciò ha fatto sì che molto spesso il lavoro portato avanti sia stato più di guida e supplenza che di accompagnamento, privando la comunità cristiana della ricchezza e dei colori di tutti i carismi, per permettere così la crescita e la realizzazione di un progetto comune. "Quando è l'altro che soffre non tocca a noi decidere quello che deve fare. Non tocca a noi prendere il suo posto e costringerlo poi, con la scusa del suo bene, a fargli fare il cammino che non può e non vuole percorrere... Tanti eroi che denunciano e si agitano hanno poi, mal che gli vada, l'aereo pronto che li accoglie, il ritorno a casa, la protezione delle Ambasciate e degli Organismi Internazionali. Ed il povero cristo che resta deve farsi carico, da solo, delle conseguenze che si abbattono su di lui. E non fa più notizia"[33].
È questo il punto, soprattutto, che dobbiamo avere il coraggio di fare nostro e mettere al centro del nostro lavoro nei prossimi anni. Questa indicazione affonda le sue radici nell'esperienza, nella sofferenza, nel deserto che genera umiltà e affidamento a Dio che ama più di quanto noi crediamo di amare.
Non abbiamo creduto, con fermezza, che nel cuore di ognuno vi è quella vocazione speciale che lo rende irrepetibile davanti a Dio ed unico nel dare la risposta.
Oggi la missione qui a Capitán Bado ha concluso un periodo.
In accordo con il Vescovo di Concepción, Giancarlo rimarrà solo nella direzione della parrocchia. A lui nel deserto e nell'umiltà, nell'ascolto di Dio e del popolo, spetterà il compito di continuare il duro ed arduo cammino del risveglio delle coscienze. Potrà far tesoro degli errori compiuti e allo stesso tempo iniziare una nuova fase nella vita della Comunità cristiana. Ristrutturando le attività con coraggio e grande impulso, potrà iniziare un nuovo cammino nell'evangelizzazione, ricordando sempre che Dio ci ama e mai ci abbandona.
Conclusione
Qualsiasi percorso non ha la pretesa di riassumere vent'anni di storia; è solo qualche pennellata che permette d'intravedere un panorama molto più ampio e complesso. Il nostro viaggio iniziato anni fa, non è ancora terminato, un viaggio che si è andato sempre più approfondendo dentro e fuori di noi e che ci porta a dire che "in missione, al calar del sole, quando si vede l'inanità di tanti sforzi ed il crollare di tante nostre speranze; quando le enormi distanze ed un lavoro immenso che ci divora lasciano nel nostro cuore un grande vuoto e ci interrogano sul senso della nostra presenza inutile, è necessario ritornare alle fonti del nostro agire, alla rifondazione del nostro essere che dà senso a ciò che facciamo"[34]. È quella fonte che dà il coraggio e l'entusiasmo di continuare il viaggio intrapreso senza stanchezza e con la sicurezza di poter camminare sulle orme di Gesù Risorto.