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"SONO AMICO DI PLATONE,

MA PIÙ ANCORA SONO AMICO DELLA VERITÀ"



Nell'edizione di martedì 29 gennaio 2008 di "ABC Color", alla pagina 7, "l'avvocato  José María Sosa Taboada, professore di filosofia ed affiliato al partito Democratico Cristiano, ha definito ‘ignorante' il Vescovo dell'Alto Paraná e Canindeyú, Monsignor Rogelio Livieres Plano, per aver detto che l'entrata in politica di Fernando Lugo è ‘una spina conficcata nel corpo della Chiesa Cattolica'".

L'articolo mi ha interessato per il tipo di argomentazione che presenta il professor Sosa Taboada.

Specifico di non essere un professore di filosofia e in alcun modo all'altezza di competere con chi ha titoli non solo in questo campo, ma è pure un esperto in diritto.

Le mie sono sole alcune semplici osservazioni sul metodo di argomentazione del professore ed avvocato Sosa Taboada.

1. La filosofia è per sua definizione amore alla sapienza ed un avvocato avrebbe il dovere di cercare, in un processo, tutti gli elementi per arrivare ad un giudizio giusto.

Ora, l'affermazione fatta dal Vescovo Mons. Rogelio Livieres Plano, secondo cui "l'entrata in politica di Fernando Lugo è una spina conficcata nel corpo della Chiesa Cattolica", può essere vera o falsa - e dal punto di vista filosofico e giuridico bisogna portare argomenti in un senso o in un altro -. Tuttavia, argomentare, dicendo che questo "può causare un danno tremendo alla candidatura di Monsignor (sic) Fernando Lugo", è una motivazione che non ha senso filosofico e neppure giuridico.

Un professore di filosofia dovrebbe attenersi alla massima di Aristotele: "Sono amico di Platone, ma più ancora sono amico della verità".

Un filosofo e un giurista onesto è chiamato a cercare la verità, non l'interesse personale o comunitario di qualsiasi soggetto. Questa è veramente un'assurdità e se si sottomette la verità ad un interesse particolare, non si comprende più dove sia il tanto sognato e decantato cambiamento.

Il minimo che dovrebbe conoscere un affiliato ad un partito che si ispira a principi democratico-cristiani è che "è la verità che ci fa liberi" e non la machiavellica ragione di Stato
.

2. L'avvocato Sosa Taboada cita il paragrafo 2 del can. 287 del Codice di Diritto Canonico.

Il paragrafo in questione afferma testualmente che i chierici "non abbiano parte attiva nei partiti politici e nella guida di associazioni sindacali, a meno che, a giudizio dell'autorità ecclesiastica competente, non lo richiedano la difesa dei diritti della Chiesa o la promozione del bene comune".

Ora, senza entrare nella questione di sapere se esistano realmente in questo momento storico del paese le condizioni richieste dall'art. 287 § 2, la citazione del canone implica che il giudizio non appartiene ad ogni singolo chierico, bensì tale giudizio sull'intervento o no nel campo politico è sottomesso all'autorità ecclesiastica competente.

Questo lo dice lo stesso avvocato Sosa Taboada che riconosce che "il canone chiede che il religioso abbia l'approvazione del suo superiore, in questo caso del Papa".

La questione giuridica, da un punto di vista del diritto canonico e non  del diritto costituzionale del Paraguay (bisogna distinguere molto bene le due questioni), è pertanto risolta. I canoni 333-334 del Codice di Diritto Canonico (repetita iuvant: Codice di Diritto Canonico) parlano molto chiaro.

E mi sembra che l'autorità ecclesiastica competente si sia già pronunciata.

3. In mancanza di argomenti giuridici, il prof. Sosa Taboada passa al discorso della coscienza per affermare che: "‘In caso di conflitto tra la legge e la coscienza, bisogna seguire la legge della coscienza. Questo è il caso di Monsignor Lugo', sottolineò".

Su questo punto, niente di nuovo sotto il sole. Senza rifare tutta la storia del primato della coscienza, sarebbe sufficiente leggere la bella citazione del Card. Newman al n. 1778 del Catechismo della Chiesa Cattolica: "La coscienza morale è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto. In tutto quello che dice e fa, l'uomo ha il dovere di seguire fedelmente ciò che sa essere giusto e retto. È attraverso il giudizio della propria coscienza che l'uomo percepisce e riconosce i precetti della Legge divina: La coscienza è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza... Essa è la messaggera di colui che, nel mondo della natura come in quello della grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo".

La Chiesa insegna che dobbiamo seguire la nostra coscienza anche quando formula giudizi erronei.

Questo è chiaramente affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica ai numeri 1790-1792, così come si afferma il dovere di formare rettamente la nostra coscienza.

Che Mons. Lugo agisca secondo coscienza è un giudizio che non mi appartiene. La questione che egli pone è un'altra.

Ciò che mi infastidisce è che questo avvocato e professore di filosofia si arroghi il diritto di definire "ignorante o persona di malafede" un Vescovo che è rimasto fedele al sacramento ricevuto, alla parola pronunciata e all'anello della fedeltà che tante e tante persone umili si inginocchiano per baciare, riconoscendo in lui "in maniera eminente e visibile chi fa le veci dello stesso Cristo Maestro, Pastore e Sacerdote, ed agisce in suo nome" (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1558).

E questo, sarebbe bene non dimenticarlo, lo fecero anche con Mons. Lugo.
                                         
                               ****************

Ripeto ancora una volta quello che ho sempre affermato: la questione  dell'impugnazione o dell'eleggibilità o ineleggibilità di Mons. Lugo non è questione che appartiene alla Chiesa, bensì allo Stato.

Distinguere diritto canonico e diritto costituzionale è di massima importanza.

Alla Chiesa appartiene essere fedele, fino alla morte, insegnando con la sua vita la differenza tra l'uomo fedele e la canna al vento.

Che ognuno segua la sua coscienza!

Ma, per favore, non giudichiamo definendo "di malafede ed ignorante" chi rimane fedele al sacramento ricevuto.

Rispettare tutti non vuol dire che chi si presenta, come ieri nella mia parrocchia, dopo cinquanta o sessant'anni per rinnovare la promessa antica di amore e fedeltà alla stessa persona amata, sin da quando erano due ragazzi, si debba vergognare di fronte a chi ha scoperto una seconda donna.

Senza questa chiarezza, non so come possiamo continuare domani a parlare di fedeltà alla parola data. O, come canne al vento, cambiamo di posizione ogni volta che cambia il vento.

E se questo si chiama cambiamento!...

                                                                                                                            Emilio Grasso
 

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