A proposito d'una intervista via skype
Nel sito internet IlParoliere è apparsa, il 6 agosto 2008, un'intervista da me rilasciata via Skype al giornalista Angelo M. D'Addesio.
Poiché sono passati più di settanta giorni da quella intervista e non mi è stata data la possibilità di poter rileggere il testo, mi è parso opportuno rivedere lo stesso (che è fedele a quanto da me affermato), per chiarire alcuni passaggi che, a causa di varie interruzioni avvenute durante la comunicazione, possono apparire non chiari.
Naturalmente, dal 26 maggio ad oggi, la situazione è cambiata in alcuni punti. La Santa Sede è definitivamente intervenuta e subito dopo anche la Conferenza Episcopale del Paraguay.
Il problema delle nomine e l'incertezza dei programmi vanno già creando un crescente clima di sfiducia, come si può constatare da diversi articoli di stampa e dai commentari (blog) che ne seguono.
La mia posizione non è cambiata. Non si tratta di ottimismo o pessimismo, posizioni che non mi appartengono e dalle quali per natura sempre sono stato lontano, preferendo un sano realismo che non confonde la speranza cristiana con le facili illusioni che poi conducono alla disillusione.
L'affaire Lugo, per concludere, è quella facile scorciatoia che avrebbe fatto comodo a tutti. Ma la vita politica, ed ancor meno le vie dell'evangelizzazione, non s'improvvisa e le soluzioni non cadono dal cielo, come non cadono improvvisi dal cielo i Salvatori della Patria.
La vita, anche e soprattutto quella politica, cambia nella quotidianità della fedeltà alle piccole cose. L'illusione, alimentata per troppo tempo, per interessi precisi, del mito del cambiamento creato dall'Obispo de los pobres, non mi ha mai convinto e continua a non convincermi. I primi che pagheranno il prezzo più duro saranno proprio i più poveri. E con essi la credibilità della Chiesa. È bene non giudicare con una vista troppo corta.
Attualmente, le classi superiori stanno già riposizionandosi ed adattandosi con facilità ai "tempi nuovi", che poi nuovi non sono.
La forte mancanza d'un pensiero critico e la profonda inserzione in un pensiero mitico possono illudere per un tempo.
Poi, quando mancherà il fiato per suonare il piffero magico, ci ritroveremo al punto di partenza.
Emilio Grasso
09/08/08
*****************
L'affaire Lugo
D. Lo scorso mese Mons. Fernando Lugo, uno dei Vescovi più importanti del Sud America, è diventato Presidente del Paraguay. Lei ha parlato di un "tradimento della missione". Pensa che questa opinione sia condivisa dal popolo e dalla Chiesa paraguaiana?
R. Io farei una distinzione fra la Santa Sede e la Conferenza dei Vescovi paraguaiani e, poi, un'altra distinzione fra clero e popolo. A me sembra che chi ha colto il problema è stata la Santa Sede; i Vescovi si sono adeguati al documento della Santa Sede in un momento successivo. Il popolo ha un'ansia di cambiamento - parola troppo inflazionata - di cui parlano tutti. Mons. Lugo si è trovato al centro di una situazione ed è diventato il leader di questo cambiamento. Il fatto che lo ha portato all'attenzione è rappresentato da una sentenza della Corte Suprema di Giustizia che permetteva al Presidente della Repubblica di sospendere la sua attività presidenziale per assumere la presidenza del partito, il partito Colorado. Nel frattempo il Presidente della Repubblica avrebbe abdicato alle sue funzioni costituzionali per, poi, immediatamente riassumerle.
Questo è un atto incostituzionale che, unito al dominio politico del Partito Colorado per circa 60 anni, ha creato un movimento di rivolta morale. Mons. Lugo fu il principale protagonista di una marcia cittadina per la difesa della Costituzione cui aderirono in moltissimi, circa 40.000 persone. Era in quel momento Vescovo emerito di San Pedro. I partiti di opposizione si unirono e formarono, allora, la Concertazione Nazionale che avrebbe dovuto scegliere un candidato per le elezioni presidenziali del 2008. Mons. Lugo era uno dei membri di questo grande accordo che, però, cessò di esistere quando egli si alleò con il Partito Liberale Radicale Autentico ed altri partiti minori, concordando, al di fuori dei patti già stabiliti, che Mons. Lugo sarebbe stato il candidato alla Presidenza e un liberale alla vice-Presidenza.
Dopo un'ammonizione canonica della Santa Sede, Mons. Lugo fu sospeso a divinis.
D. Come considera, dunque, alla luce di tutto ciò la posizione di Mons. Lugo?
R. Mons. Lugo è stato eletto democraticamente dalla maggioranza del popolo, riconosciuto dagli avversari politici Ovelar ed Oviedo. Non esiste, secondo me, un conflitto Chiesa-Stato. Ci sono problemi giuridici perché la Costituzione non prevede l'elezione di un Vescovo, ma nessuno ha impugnato tale questione, né la Chiesa né i partiti politici. Esiste un problema interno alla Chiesa. Se un prete ottiene il permesso dai superiori gerarchici di fare politica e viene eletto, allora tutto è regolare dal punto di vista del diritto canonico. C'è, invece, un Vescovo che resta tale, pur sospeso a divinis, il quale assume anche una carica politica.
D. Lei ha parlato di distinzione fra sana laicità e laicismo. Come si può allargare il discorso alla Chiesa, parlando di sacerdoti a servizio del popolo, ma anche di sacerdoti che, abbracciando la Teologia della Liberazione, vanno oltre la loro missione sacerdotale. Come si concilia il tutto?
R. Riprendo le parole di sana laicità: né clericalismo né laicismo. La sana laicità non è la separazione fra Stato e Chiesa, ma la distinzione fra Stato e Chiesa. Sul piano religioso, il dogma cristologico afferma: "L'umanità non è la divinità, la divinità non è l'umanità; esse sono distinte ma non separate, perché sono nella stessa persona". Ecco, è logico che la Chiesa eserciti una funzione per il bene dei cittadini credenti, ma anche a servizio di tutto il mondo. All'interno di questa laicità, c'è la difesa dell'ordine pubblico, la costruzione dello Stato, la difesa della giustizia, senza la quale lo Stato diventa una banda di ladroni, dove non c'è possibilità di vita comune. Ma esiste anche una differenza fra laico e sacerdote, dove quest'ultimo è estraneo alla vita politica. La politica è una risposta alle esigenze del Vangelo che chiede giustizia, equità, dignità, speranza. È quello che diceva La Pira quando parlava di costruzione della polis, dove ogni legittima domanda ha una sua risposta e solo il laico può realizzare questo. Ci possono essere diverse risposte alla domanda evangelica di giustizia, che hanno un risvolto politico, come, ad esempio, comprimere o elevare la spesa pubblica. Ma ciò non compete al sacerdote. Sana laicità non vuol dire che la Chiesa debba disinteressarsi dei giovani, degli emarginati, ma essa non deve identificarsi con nessun partito e nessuna risposta "terrena". Il nostro compito è differente.
D. Si è parlato di socialismo del XXI secolo, anche in Paraguay, dopo molti altri paesi del continente. Lei ha contestato Mons. Lugo per aver promosso questo tipo di socialismo. È veramente così impossibile?
R. Quando si parla di socialismo del XXI secolo, bisogna definire cosa contenga questa ideologia e soprattutto domandarsi se Mons. Lugo abbia un programma. Parlare, infatti, di socialismo in Ecuador è diverso che parlarne in Paraguay. La Concertazione Nazionale, ideata prima, si è poi spaccata su temi decisivi, come la riforma agraria, creandosi un conflitto interno con i liberali, perché si scontra il diritto di tutti ad avere la terra con il diritto alla proprietà privata. Dove si trova il punto di equilibrio? Non vorrei fare analogie con l'Italia, ma come per l'Unione di Prodi, quando si va da un estremo all'altro, allora si entra in contraddizione. Bisogna mettersi d'accordo non solo contro la corruzione del governo, la mancanza di senso dello Stato, contro l'arricchimento personale, le leggi ad personam, ma occorre anche avere un proprio programma. Ricorderà, anche in Italia, la polemica sul "partito degli onesti". Chi vuole il partito dei ladri? Credo comportino dei rischi questa eterogeneità e la mancanza di un programma organico.
D. Tutto ciò attiene alla politica, ma converrà che, umanamente, il desiderio di cambiamento dei Guaranì, dei campesinos doveva pur trovare uno sbocco politico...
R. Non solo è logica, ma sacrosanta, l'ansia e la possibilità di una speranza. È qualcosa di insito nell'uomo. Vedo in Paraguay una situazione che non può continuare, squilibri stomachevoli ed ostentazioni odiose di ricchezza e potere. Bisogna vedere, però, in che direzione va questo cambiamento. Le classi dominanti, che hanno sfruttato il bene pubblico, difficilmente lo cederanno su un piatto d'oro. Leggevo un articolo di giornale: "È bene che Lugo dica di non rubare, ma bisogna vedere se non ruberanno i suoi alleati di coalizione". La corruzione ha penetrato, fino ad ora, gli uomini del Paraguay: basti pensare alla caminera, la polizia paraguaiana, che ti ferma e chiede facilmente una coima per risolvere problemi il più delle volte inesistenti. Questo è significativo di come l'uomo sia stato ormai pervaso, dal più piccolo al più grande, da questo spirito di corruzione. Il pericolo è che gli uomini siano sempre gli stessi e che cambi solo il colore della maglietta che indossano. Ne è l'esempio un uomo che ha avuto un infarto cardiaco in Palazzo di Giustizia e per 45 minuti nessuno lo ha curato; anche gli infermieri che erano lì sono restati inerti. È chiaro che non è la legge a poter cambiare questa mentalità, il vero cambiamento non lo si fa dall'alto. Chi fra i bolscevichi sognava il cambiamento, credeva in un mondo nuovo: il risultato si è visto. È l'uomo che cambia le istituzioni, ma se non cambia l'uomo... In questo Paraguay, dopo decenni e decenni di politiche clientelari, se avviene un'operazione senza che prima si sia formata una nuova classe dirigente, autentica espressione di una diversa mentalità, tutto rimane come prima. Si cambia qualcosa - come ci insegna il Gattopardo - per non cambiare nulla.
D. Lei ha parlato di assenza di programmi. Che cosa c'è di estrema urgenza nel programma del Paraguay?
R. Prima di questo faccio una premessa. È ministro dell'economia in pectore Dionisio Borda, già ministro con l'attuale Presidente Nicanor Duarte Frutos, il quale è, per intenderci, un tecnico, come poteva esserlo nel caso italiano Andreatta, che ha fatto una politica di contenimento della spesa pubblica ed è stato costretto a dimettersi, dopo due anni, per le numerose pressioni politiche e popolari. Adesso, Mons. Lugo lo rinomina. Riuscirà a resistere a quelle stesse pressioni di chi, invece, invita all'aumento della spesa pubblica? Può un Presidente eletto dalla sinistra, con progetti di spesa pubblica, nominare un ministro che predilige il contenimento della spesa? Ancora, il ministro dell'industria è uno dei più grandi imprenditori farmaceutici del Paese. Quante contraddizioni e contrasti porteranno queste nomine? Esiste già uno scontro sull'occupazione delle terre, contestata dal direttivo del Partito Liberale. Si fa presto a dire che tutto si risolverà con la riforma agraria, ma ora cosa fare? Si continuano a nominare esponenti della vecchia dirigenza. Molte nomine del sottogoverno provengono da affiliati del Partito Colorado. È vero, la politica è anche mediazione, ma tale arte non è propria di un Vescovo. Non si possono, inoltre, coprire queste mancanze con il paravento della Chiesa. Sarà, tra l'altro, nominato anche un sacerdote redentorista come ministro degli Affari Sociali. E la Chiesa stessa pagherà lo scotto di questa situazione, perché è stato eletto Presidente della Repubblica un Vescovo che, pur sospeso a divinis, era espressione d'un movimento politico. C'è, al tempo stesso, una sconfitta dei laici, un fallimento per la mancanza di una generazione di laici. Serve essenzialmente questo in Paraguay: costruire una generazione di gente onesta, laica, che sappia impegnarsi in politica.
Per me, di tutte le questioni, la più grave è stata la sconfitta della laicità (non parlo di laicismo) e la sottovalutazione del ruolo proprio dei laici.
D. Lei è a contatto con il popolo paraguaiano da anni. In che modo il popolo vive la religione, il suo rapporto con la Chiesa e con la religione stessa e, quindi, i risvolti morali nel Paese?
R. Il Paraguay è stato coinvolto da una prima evangelizzazione imposta, in cui l'uomo era inconsapevole e senza libertà. Adesso c'è un'ansia di rinnovamento, quasi un bisogno impellente. C'è una grande speranza nella Chiesa che è considerata una forza e che si è costruita una grande credibilità sul piano sociale. C'è una religiosità fatalista per cui tutto viene dall'alto. È anche un po' la mentalità campesina del caudillo, del leader, che è deresponsabilizzante, secondo la quale è sempre l'altro che deve provvedere. Manca quella razionalità per cui è l'uomo che deve trovare la soluzione ai suoi problemi e non chiederla sempre a chi è sopra di lui. Nella visione religiosa, Dio crea il mondo e lo affida all'uomo, dandogli la cura dei suoi fratelli. Questo deve, dunque, sgombrare il campo dalla logica secondo cui il problema posto all'uomo ritorna a Dio, ritorna al Superiore. Adesso, invece, esiste un'esasperazione clericale al punto tale che è diventata insopportabile l'immagine di Mons. Lugo, il nuovo Presidente, con il suo linguaggio intriso di omelie e populismo. Oggi, in Paraguay, il rischio è di non distinguere fra il Vangelo e la Carta Costituzionale, fra il religioso ed il politico. Esiste una commistione che necessita, invece, di distinzione.
Su questo i Vescovi mi appaiono, al di là di dichiarazioni rituali, in forte ritardo culturale e teologico.
D. È un po' il contrario di ciò che spesso accade in Italia, dove la Chiesa rivendica il diritto di intervenire...?
R. Penso che in Italia l'intervento della Chiesa sia giusto, quando si affermano valori irrinunciabili comuni nei quali il cristiano si deve ritrovare: il valore della vita, dei giovani, della giustizia, della legalità... Tutto ciò rientra nella problematica inerente alla Chiesa; ma le soluzioni, in concreto, devono essere definite in altra sede. Queste decisioni vanno prese da chi ne è competente. Che la Chiesa è esperta in umanità, non vuol dire che è esperta in economia, scienza delle finanze, politica...
D. Chiudo chiedendole uno spaccato del suo Paraguay, considerato da sempre un "Paese ai confini", perfino nel Sud America stesso e, quindi, se possibile anche le prospettive future del Paese.
R. Il più grande scrittore paraguaiano, Augusto Roa Bastos, ha parlato del Paraguay come di "un'isola circondata di terra"; cioè, il Paraguay per ragioni storiche ha avuto una vita caratterizzata da pochissimi contatti. Dopo l'indipendenza, il dittatore José Gaspar Rodríguez de Francia fece "chiudere" il Paraguay che rimase tagliato fuori da ogni contatto culturale. Basti pensare, andando indietro nella storia, alle stesse comunità dei Guaranì sotto la guida dei Gesuiti, i quali hanno salvato valori e vite umane, però è venuto a mancare il fondamento dell'uomo che è la libertà della scelta. Il primo grado di libertà è questo. Naturalmente la storia non si giudica al di fuori dei suoi contesti e tempi. Adesso, tutto ciò lo si riscontra in una povertà culturale e in uno sfruttamento di altri Paesi, in accordo con classi dominanti all'interno, da cui provengono valori che sono sottoprodotti "globali" che servono ancora di più a schiavizzare la mentalità e la cultura del Paese. Non ho soluzioni, ma a me sembra che sia necessaria una ripresa religiosa e culturale. Qui siamo tutti cattolici apostolici romani e, quindi, è doveroso capire quale sia la missione da intraprendere, quale sia la direzione verso cui indirizzarsi. È fondamentale capire che Dio stesso ha affidato questa terra all'uomo, affinché egli prenda finalmente in mano la situazione e abbandoni il fatalismo e l'affidarsi al potere. Dietro ogni cultura c'è sempre una visione di Dio ed è così anche in Paraguay, dove va lanciata una sfida di evangelizzazione e, quindi, anche di responsabilizzazione, dove il campesino, il più povero, i più giovani scoprano un Dio che si fida dell'uomo, che preferisce morire piuttosto che privare l'uomo della sua libertà; un Dio che fallisce, ma vince alla fine sulla croce. Questo è il vero cambiamento.
D. Riscatto culturale che presuppone anche un riscatto economico e sociale...
R. Certamente, non può esistere un riscatto economico senza un progetto culturale e, a sua volta, questo porta ad un progetto, un programma politico. Parafrasando Giovanni Paolo II: "Una fede che non si fa cultura, è una fede che muore", si può dire che prima avviene il cambiamento culturale, poi il cambiamento economico. Io, nel mio piccolo, nell'esperienza infinitesimale che vivo, posso affermare che v'è una grande sete di ascolto di qualcosa di nuovo e c'è il coraggio, sebbene con tante resistenze, ed un'apertura alla verità: questo è l'aspetto che amo del Paraguay, della mia vita spesa qui, ovvero l'aspetto che ricalca le parole di san Giovanni: "La verità vi fa liberi". Vi è una immensa sete di verità, perché, quando un uomo scopre questo desiderio di verità e di libertà, credo che sia capace di fare cose notevoli. È un segnale di grande speranza per il Paese.
Articoli correlati
26/05/08
|