Questo è un tema realmente delicato; non vogliamo affrontare l'umiliazione e la costrizione dei ragazzi che vivono così, però intendiamo dare l'allarme, soprattutto tra i cittadini, affinché si capisca che tutti ci dobbiamo impegnare per realizzare un cambiamento. Vi sono dei ragazzi per le strade perché con il loro lavoro e con la loro presenza ottengono dei risultati, perché ricevono denaro. Invece dovrebbero dedicarsi allo studio. In generale, non hanno accesso all'educazione scolare, non vivono come ragazzi, non hanno la possibilità di essere bambini. Crediamo che lo Stato non abbia una politica adeguata perché questo diventi realtà. Attraverso il nostro programma stiamo assistendo 4.000 bambini, in vari luoghi del paese, e ci rendiamo conto che molti di loro non vanno a scuola perché non hanno soldi per comprare i sussidi scolastici e l'uniforme, non hanno neppure la possibilità di spendere per il trasporto in bus; per questo il tema della scuola gratuita è un'utopia. L'educazione non è gratuita, perché, per mancanza di soldi, i ragazzi non frequentano la scuola.
Ø Nell'articolo citato si sottolinea la verità dello slogan della campagna di raccolta fondi della fondazione Dequení: "Dare non è la stessa cosa che aiutare". Può approfondire il suo pensiero su questo punto?
Molte volte, quando diamo qualcosa, pensiamo di aiutare. Prendiamo, come simbolo, il momento in cui si offrono gli spiccioli ai semafori, come uno schema che si deve abolire e cambiare con la consegna di un libro, perché crediamo che, invece di dare spiccioli, dobbiamo dare educazione. Solo così aiutiamo.
Però è difficile; perciò, quando incontriamo dei bambini che ci chiedono l'elemosina, per lo più vogliamo scaricarci la coscienza e crediamo di risolvere il problema regalando alcuni spiccioli. Io so che questi ragazzi non sono i responsabili, ma le vittime; non stanno lì perché lo vogliono, ma perché li portano lì. Se le cose cambiano veramente, ci devono essere meno bambini per le strade e molti di più nella scuola o a giocare nel loro cortile, per quanto povero sia. I bambini devono vivere come bambini.
Ø Qual è, a suo parere, la strategia capace di prospettare un futuro migliore per tanti bambini che girovagano per le vie di Asunción?
Dopo l'intervista che ho rilasciato, alcuni amici mi hanno chiamato per domandare che cosa potevano fare. Io faccio notare che la prima cosa è prendere coscienza e, soprattutto, fare in modo che la classe politica si renda conto che, se non ci decidiamo seriamente ed effettivamente a investire nell'educazione, il futuro sarà sempre più problematico. Oggi i semi che stiamo spargendo, che sono questi ragazzi, hanno un futuro molto poco felice. Secondo me, questo è un problema endemico e deve essere risolto attraverso un processo. L'unica soluzione arriverà, però, dallo Stato, che deve investire in un progetto reale affinché i bambini frequentino la scuola, ricevano educazione e non vadano a lavorare per la strada.
Riguardo alla famiglia, il problema è molto complesso, perché, in generale, la realtà è che non si tratta di famiglie vere e proprie. La maggior parte di esse ha come capofamiglia la madre dei ragazzi, una donna che generalmente è madre di figli che hanno padri differenti. Si tratta di famiglie la cui complessità non favorisce la soluzione di questi problemi. Per questo parlavo di un processo, la cui prima tappa è che i bambini frequentino la scuola, perché dalla scuola si può cominciare a lavorare per una migliore educazione nella famiglia, per quanto costituita da madre e figlio. Solo così ci sarà un futuro anche per le famiglie che questi bambini formeranno.
(a cura di Maria Laura Rossi)
È una fondazione che offre programmi per bambini e bambine insieme alle loro famiglie e comunità, perché possano liberarsi dalla loro povertà estrema. Nacque nel 1985 dall’impegno di giovani del Movimento Apostolico di Schoenstatt in Paraguay.
Cfr. C. Medina Carmagnola, Darles monedas los perpetúa en las calles, in “ABC Color” (2 agosto 2009) 47.