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Elezioni in Paraguay
Sono giunti in redazione alcuni commenti all'articolo di prima pagina di "Missione Redemptor hominis" n. 83 sulle prossime elezioni in Paraguay, che vedono in campo un Vescovo. L'autore ha risposto con una lettera che volentieri pubblichiamo per approfondire l'analisi della situazione.
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Ypacaraí, 14 marzo 2008
Carissima Mariangela,
mi soffermo brevemente e in maniera molto schematica sopra tre e-mail che sono pervenute al nostro sito internet e a te indirizzate.
Si tratta delle e-mail degli amici G. ed E. (mi permetto chiamarli amici visto il tono cortese, attento e rispettoso con cui si rivolgono al nostro sito) che pongono alcuni interrogativi circa la posizione che prendo riguardo alla candidatura a Presidente del Paraguay del Vescovo emerito di San Pedro, Mons. Fernando Lugo.
Mi scuso per il tipo di risposta breve e sommaria, e rispondo solo ad alcune questioni:
1. Ho scritto vari articoli sul problema fede-politica sia dal punto di vista teorico sia nel particolare contesto del Paraguay. Ad essi rimando i nostri amici, pregandoti di fare un elenco dei links di riferimento che potranno dare un quadro più preciso ed articolato del mio pensiero (si veda l'elenco completo).
2. Lo stesso vale per la posizione di Mons. Lugo. Puoi anche indicare i links con i relativi decreti della Santa Sede e della Conferenza Episcopale del Paraguay (si veda anche l'ultimo Documento dei Vescovi del 14 marzo 2008 al capitolo "Sobre la relación Iglesia - Estado").
3. In breve, la mia posizione condivide pienamente il Magistero della Chiesa sulla distinzione (che non è separazione) tra l'azione evangelizzatrice della Chiesa e l'attività politica. Quest'ultima è chiamata a dare risposta alle ineludibili esigenze del Vangelo e del giudizio finale (cfr. Mt 25, 31-46) dove è chiaramente indicata l'identificazione di Gesù con i più poveri.
4. Per quanto riguarda l'amico G., ti prego di segnalargli il link dove si trova un mio articolo su Mons. Romero. Spero che non si faccia facile confusione paragonando Mons. Romero con Mons. Lugo. Anche se certe confusioni possono giovare a qualcuno (soprattutto ai tanti nemici di Mons. Romero e dei poveri).
5. Sempre all'amico G., a proposito della sua citazione di Gandhi (anche se vanno tenuti presenti i contesti differenti), anch'io sono completamente d'accordo sulla non-separazione tra fede e politica. Per questo ho spiegato abbondantemente (in analogia ai dogmi cristologici) che si tratta di operare una distinzione e non una separazione.
La distinzione è, a parer mio, fondamento d'una sana laicità, ben lontana dal laicismo (che isola nel privato e nell'intimismo la fede dei credenti, non dando ad essa nessuna dimensione pubblica) o dal clericalismo (che può essere di destra e di sinistra) dove si annulla la responsabilità della politica di dare risposte che impegnano l'intelligenza e la volontà dell'uomo, la sua libertà e responsabilità, e che richiedono la ricerca del consenso e non vengono imposte per autorità.
6. La sana laicità suppone anche la distinzione (che non è separazione) tra la vocazione e la missione dei laici da una parte, e dei sacerdoti e Vescovi dall'altra.
La politica, essendo risposta ad una domanda evangelica ("Dov'è tuo fratello?", cfr. Gn 4, 9), non può essere a sua volta ripetizione della risposta, andando a cercare questa nella Bibbia.
La Sacra Scrittura (checché ne dicano tanti fondamentalisti cattolici) non contiene risposte politiche. Per questo, come ricordava Paolo VI nella Octogesima adveniens (cfr. n. 50), in politica vi possono essere diverse risposte legittime e differenti vie da seguire.
7. Per quanto concerne (mi rivolgo sempre a G.) la teologia della liberazione, io preferisco parlare di teologie della liberazione (al plurale).
In un libro che ho pubblicato in Paraguay dal titolo Firmeza y decisión. Fe y política en la perspectiva de los excluidos de la sociedad, esaminando un intervento dell'allora Card. Ratzinger del maggio 1996 (successivo alle due Istruzioni della Congregazione per la Dottrina della Fede di cui parla l'amico G.), mi permettevo dire, poiché il Card. Ratzinger parlava di teologia della liberazione, quanto segue (si tratta della nota 30 che traduco per maggior comodità degli amici): "Ritengo che sarebbe più corretto parlare di teologie della liberazione più che di teologia della liberazione. Infatti, sotto un unico nome sono entrate varie espressioni teologiche facenti capo a diversi teologi, scuole di pensiero, comunità ecclesiali. Lo stesso Giovanni Paolo II, scrivendo all'episcopato del Brasile, affermava che nella misura in cui si impegna nel trovare quelle risposte giuste - colme di comprensione per una ricca esperienza della Chiesa in questo Paese, tanto efficaci e costruttive quanto possibile e allo stesso tempo consone e coerenti con gli insegnamenti del Vangelo, della Tradizione viva e del perenne magistero della Chiesa - siamo convinti, noi e loro Signori, che la teologia della liberazione è non solo opportuna, ma utile e necessaria. Essa deve costituire una nuova tappa - in stretta connessione con le precedenti - di quella riflessione teologica iniziata con la Tradizione apostolica e continuata con i grandi Padri e Dottori, con il magistero ordinario e straordinario e, nell'epoca più recente, con il ricco patrimonio della dottrina sociale della Chiesa, espressa in documenti che vanno dalla Rerum Novarum alla Laborem Exercens. ... Per svolgere questo ruolo è più che necessaria un'azione saggia e coraggiosa dei pastori, e cioè dei Vescovi. Dio vi aiuti a vegliare incessantemente affinché quella corretta e necessaria teologia della liberazione si sviluppi in Brasile e in America Latina, in modo omogeneo e non eterogeneo riguardo la teologia di tutti i tempi, in piena fedeltà alla dottrina della Chiesa, attenta a un amore preferenziale non escludente né esclusivo nei confronti dei poveri, Giovanni Paolo II, Lettera alla Conferenza Episcopale Brasiliana (12 aprile 1986), in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/1, Libreria Editrice Vaticana 1986, 1011-1012".
Per quanto, poi, concerne l'utilizzo delle categorie marxiste, anche questo l'ho ampiamente trattato. Sostanzialmente, nei limiti del mio pensiero, condivido pienamente un passaggio di un intervento del Card. Ratzinger, Relativismo problema della fede, che si può trovare in "Il Regno-documenti" 42 (1997) 51.
8. Naturalmente sono solo alcune indicazioni che andrebbero sviluppate e meglio documentate. Resta il fatto che il marxismo ha sostanzialmente fallito nella praxis. Basti pensare alla Cina dove vivono forme d'un capitalismo selvaggio ed inumano (che ricordano le belle e commoventi pagine che scrive Marx sulle conseguenze dei primordi della rivoluzione industriale).
9. Oggi, e anche Mons. Lugo lo fa quando si esprime fuori del Paraguay, si parla di socialismo del XXI secolo (cfr. articolo).
Stranamente i discorsi di Mons. Lugo cambiano quando è in Paraguay. Ad esempio, se si rivolge ai dirigenti dell'Unione dei Produttori (cfr. "La Nación", 13 marzo 2008, 7), afferma che la sua "non è una ideologia di sinistra" e che lui fa "una politica di centro". E per dissipare i timori dei grandi produttori, accompagnato sempre dal candidato vice-presidente, sostiene che "mai il Partido Liberal Radical Auténtico appoggerebbe una candidatura di sinistra" (cfr. "Última Hora", 13 marzo 2008, 3).
10. Concordo con l'amico E. quando ricorda il "miracolo economico italiano" che ci ha permesso di passare dal paese ove "Cristo si fermava ad Eboli" a uno dei paesi che entrarono nel G6.
La differenza tra Mons. Lugo e De Gasperi, presidente della ricostruzione del paese, è fondamentale in due punti:
I. De Gasper i è l'erede e l'araldo d'una sana laicità che difese con grandi sofferenze e in varie occasioni di fronte a quello che è stato chiamato "il partito romano"; all'ingerenza dei Comitati Civici di Gedda; all'operazione Sturzo dove si volevano imbarcare monarchici e neo-fascisti nelle liste per le elezioni comunali di Roma.
E questo De Gasperi ha potuto farlo perché, nonostante i pesanti condizionamenti del tempo, era un laico.
Don Sturzo (lo ricordo all'amico G. per quanto scrive nella sua prima e-mail) dovette dimettersi da segretario del Partito Popolare e poi emigrare all'estero. Come sacerdote fu costretto ad una scelta. Murri, anni prima, fece una scelta differente e il suo bacino elettorale si svuotò.
II. De Gasperi (l'amico E. cita gli anni '48-'50) fece una precisa scelta di programma politico. La fece in politica estera (ed oggi tutti, anche i post-comunisti, debbono dargli ragione) e in politica economica. Furono quelle scelte, in un contesto di paese vinto e distrutto dalla guerra, che portarono l'Italia ad entrare tra i paesi più sviluppati del mondo.
11. Ora, a prescindere da qualsiasi discorso attinente alla relazione fede-politica, la domanda che ci si pone per appoggiare un candidato concerne i programmi politici e le forze sociali che lo sostengono.
Su questi due argomenti cito uno dei grandi sostenitori della candidatura di Mons. Lugo, il gesuita P. Francisco de Paula Oliva, sulla cui strana concezione di democrazia rimando ad un mio articolo.
Bene! Alle pp. 27-28 della rivista "Popoli" n. 3 (2008) si legge:
"Il cambiamento che molti paraguaiani desiderano esigerebbe tuttavia alcune condizioni che sembrano non sussistere. La prima sarebbe l'esistenza di una vera opposizione. Nonostante le attuali alleanze, questa opposizione, storicamente rappresentata dal Partido azul (o Partido liberal), è molto debole perché i suoi membri, più che il cambiamento, cercano di ottenere una poltrona nel prossimo governo. In due anni di trattative per costruire una vera forza alternativa all'Anr[1], il tema su cui ci si è concentrati (e scontrati) di più è stata la futura distribuzione degli incarichi. Si può dire che questi politici si sono appassionati all'idea dell'alternanza dimenticandosi di pensare a un programma alternativo da presentare alle elezioni. Lo stesso Fernando Lugo non ha saputo elaborare un programma veramente alternativo e non ha saputo scegliere, con fermezza, le forze migliori del Paese per arrivare al governo".
A proposito di questa assenza di programmi ti riporto un passaggio de "La Nación" del 13 marzo 2008 a p. 21, in un articolo dal titolo Difficile situazione elettorale: "Noi paraguaiani siamo particolari. Desideriamo, ora, un cambiamento sconosciuto. Abbiamo resistito ai cambiamenti in modo irrazionale e ora vogliamo tuffarci con la testa in una pentola vuota, senza nemmeno guardare dove andiamo a sbattere. Non è possibile fare un'analisi di ciò che succederà, senza tener conto di tutti i fattori. Non si può paragonare un disastro come quello che abbiamo con qualcosa di completamente sconosciuto che può essere una sciagura peggiore. Né si può accusare nessuno di non voler il cambiamento perché vuole sapere che tipo di cambiamento si propone".
L'unica cosa che Mons. Lugo propone, e su cui è facile illudere un popolo che vive da sessant'anni con lo stesso partito al governo ed in condizioni insopportabili di corruzione a tutti i livelli, è il cambiamento. È questa la parola-chiave magica. Ma con chi si farà questo cambiamento? Quale classe dirigente si è preparata, nel silenzio, nello studio della realtà, nella fatica della quotidianità? E, soprattutto, perché in un paese a stragrande maggioranza cattolica dove tutti passano per le nostre parrocchie, le nostre catechesi, le nostre scuole e le nostre università, noi non siamo riusciti a far passare concetti basilari come quelli di bene comune e legalità, rispetto del patto contratto e della parola data? Non sarebbe meglio che, anziché cercare la scorciatoia della conquista del potere con politici impresentabili, si avesse l'onestà di riconoscere le nostre mancanze e la povertà di risposte?
Due volte il P. Oliva dice che Mons. Lugo non ha saputo.
Non ha saputo - mi domando - o non ha potuto?
Io direi che non ha potuto, poiché le condizioni oggettive materiali del paese non permettono scelte come quelle che Mons. Lugo (che tra l'altro ha rotto il fronte dell'opposizione con un non-rispetto di patti sottoscritti) dichiara voler portare avanti. Potrà anche vincere. Ma poi non potrà governare.
Se Mons. Lugo avesse studiato un poco più o meglio il vecchio Marx non avrebbe creato illusioni nel popolo. Ma forse i suoi studi si fermano a quelli che Marx chiama "socialisti prescientifici" o solo a qualche utopia, che sfugge le condizioni oggettive e concrete in cui un paese si trova.
Purtroppo, oltre un populismo demagogico e discorsi-fotocopia che ripetono sempre cose arcinote qui in Paraguay, non si riesce ad andare. V'è, tra l'altro, una crisi di riflessione teologica spaventosa.
12. E per concludere: G. scrive (mi si permetta di dire: ingenuamente) quanto segue: "Forse il progetto di Dio per quest'uomo è proprio questo... forse la casalinga ministro è un modo di dare voce a chi in America Latina voce ne ha davvero poca o non ne ha".
All'estero, e ci dovrebbe spiegare perché, Mons. Lugo scimmiotta Lenin (cfr. articolo).
All'interno le cose cambiano. "La Nación" del 12 marzo 2008, a p. 7, riporta che, se sarà eletto Presidente, Mons. Lugo nominerà come ministro degli esteri Carlos Mateo Balmelli, che è stato il principale avversario politico nelle elezioni per la vice-presidenza dell'altro candidato, Federico Franco, da lui soprannominato Federico Fraude, perché accusato di brogli elettorali.
Il gran merito di Mateo Balmelli, la sua grande competenza, è che fu vice-ministro degli esteri nel 1999, durante uno dei governi più corrotti del Paraguay, quello di Luis Ángel González Macchi.
Classico esempio di come Mons. Lugo abbia ben studiato il famoso Manuale Cencelli.
Quanto alla casalinga, il nome più accreditato è quello di Dionisio Borda (cfr. "Última Hora", 10 marzo 2008, 2), un tecnico rispettato e di valore che, però, fu già ministro dell'economia nei primi due anni del governo di Nicanor Duarte Frutos.
Oltre che il Manuale Cencelli, Mons. Lugo deve aver ben appreso la lezione del Gattopardo: "Cambiare qualcosa, giocando con la rivoluzione, per non cambiare niente".
E questo dimostra come si giochi con le parole, con la gente e soprattutto con i poveri.
Sarebbe interessante, ma qui mi fermo, sapere perché Mons. Lugo quando si dimise (e perché si dimise) ci venne a raccontare come motivi le storielle della mamma anziana o delle gambe malate che non gli permettevano di muoversi.
E sarebbe giusto che ci dicessero in che stato prese e lasciò la diocesi.
Intervistato nel programma televisivo "El Veredicto", ha affermato, come prova di capacità e di credibilità per essere nominato Presidente della Repubblica, "che la sua esperienza come Vescovo lo abilita sufficientemente nell'amministrazione" dello Stato (cfr. "La Nación", 14 marzo 2008, 41).
Sarebbe interessante che fossero resi pubblici i rapporti di chi ha ereditato la diocesi.
Ma la nostra ipocrisia ecclesiale (che chiamiamo carità) non ci permette certi discorsi.
Ma ancor più importante sarebbe spiegare la differenza tra l'amministrazione dello Stato e la cura del gregge che il Signore ti affida. Ed anche la differenza tra la Costituzione (legge fondamentale dello Stato) ed il Vangelo, la Tradizione e il Magistero della Chiesa.
13. Ti ho dato alcuni minimi elementi di risposta che puoi utilizzare come vuoi, inviando questa lettera ai due cari amici.
Ad essi anche il mio saluto più caro e un grazie sincero per il tono e l'amabilità del loro scrivere.
Adesso, però, tieni presente che la parrocchia è grande e preferisco (questa è la mia vocazione) andare a casa d'una giovane morta di AIDS o di Hernán che è morto come un cane, accoltellato da quello che credeva fosse il suo migliore amico.
E ci vado con nel cuore il breve messaggio che mi hanno inviato le Carmelitane di un convento italiano: "Il Signore vi benedica per il vostro articolo chiarissimo e coraggioso!... E' motivo di gioia anche sapere, come abbiamo appreso dalla lettera, che il nostro micro messaggio accompagnerà don Emilio e ‘andrà in missione' con lui".
Buon lavoro!

Emilio
[1] Trattasi del Partito colorado ininterrottamente al potere da più di sessant'anni.
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