web agency
testata
  Home   La Comunità   Approfondimenti   Contatto   Contributi   Español   Nederlands   Français  
Home arrow Notizie dal Paraguay arrow Evangelizzare la vita: la tanto decantata “hora paraguaya”
Menù principale
Home
Chi siamo
Dove operiamo
Le nostre missioni
Notizie dal Paraguay
Scrivici
Archivio Ultime Notizie
Attività
Parrocchia di Ypacaraí
Centro Studi
Pubblicazioni
Vita della missione a Tacuatí
Vita delle missioni in Africa
Focus Belgio/Olanda
Testimoni dal Nord Europa
Canti
Riflessioni
Conoscere la vita consacrata
Comprendere il Diritto Canonico
Animazione missionaria
Appuntamenti
Approfondimenti
Missiologia per tutti
Appunti di Spiritualità
Interviste
Profili missionari e spirituali
Gruppi missionari e parrocchie
Solidarietà e microprogetti
Il giornale "Missione Rh"
Galleria Fotografica
Articoli correlati
Utilità
Links
Cerca nel sito
Mappa del sito
login

Gli articoli che appaiono
su questo sito
possono essere riprodotti
solo integralmente e
citando la fonte
 www.missionerh.it.

 
fotobannnersito4.jpg

| Stampa |

 

EVANGELIZZARE LA VITA:

LA TANTO DECANTATA "HORA PARAGUAYA"


Alcuni giorni fa, ritornando a casa, mi hanno avvisato che un signore, responsabile di uno dei tanti dipartimenti inutili che la burocrazia crea, mi aveva cercato, lasciando il suo numero di telefono.

È mia abitudine, quando è possibile, non posticipare un appuntamento.

Quando uno rimanda un impegno, senza una vera e impellente necessità, alla fine rischia che all'improvviso sorgano nuovi impegni che facilmente fanno dimenticare i precedenti.

Per evangelizzare la cultura di un popolo, si richiede il coraggio di incominciare dalle cose più piccole, affinché - come dice il Vangelo - alla fine dei tempi il Signore possa dire a ognuna delle pecore a noi affidate: "... Sei stata fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone" (Mt 25, 23).

Per tale motivo, ho chiamato subito il signore che mi aveva cercato. Mi ha risposto la segretaria dicendomi che in quel momento era occupato, ma che mi avrebbe richiamato tra un momentino.

Per quel poco che conosco della famosa "hora paraguaya" e di ciò che significano parole come "momentino", gli ho domandato se si trattava di un momentino o di un momentone.

La segretaria ha insistito che il responsabile mi avrebbe ritelefonato subito.

Dopo 23 minuti, mentre stavo andando a visitare un malato, mi hanno avvisato che il signore di cui sto parlando era risuscitato.

Ho preso il telefono e ho ascoltato quello che desiderava e, alla fine, gli ho spiegato la differenza tra un momentino e un momentone, e che qualsiasi discorso inizia sempre con la fedeltà nelle piccole cose.

Gli uomini non sono isole

La puntualità non è qualcosa che appartiene all'idiosincrasia (modo di essere) di un popolo. È piuttosto una delle espressioni di una cultura che si fonda sulla fede, sul credere che Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, e che "con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo" (Gaudium et spes, 22). Per questo ogni uomo merita il nostro rispetto.

Giustificare la mancanza di puntualità in nome della "idiosincrasia paraguaya" è una delle tante stupidità che si ripetono senza comprendere quello che si dice. Ed è anche una posizione razzista che fa del paraguaiano un uomo inferiore agli altri, incapace di vivere rispettando la parola detta, come se egli vivesse solo, soletto, come "un'isola circondata di terra"[1]. Nessun uomo è un'isola - è il titolo di uno dei libri più belli di Thomas Merton - e non essere un'isola vuol dire vivere con gli altri, senza fare del proprio io o della propria libertà l'unico assoluto, di fronte al quale ogni ginocchio dovrebbe piegarsi, perché tutti dovrebbero stare al nostro servizio, come se noi fossimo i signori assoluti del tempo e della vita del mondo intero.

Quando la libertà dell'io si fa assoluta, non esiste più una verità oggettiva che abbia valore per tutti. Ognuno ha la sua ora e la sua verità, e la conseguenza è la dissoluzione di qualsiasi possibilità di vita sociale. Pertanto, si cade in quella che si chiama la dittatura del relativismo, dove mancano i valori assoluti di giudizio, perché ognuno ha la sua libertà, i suoi valori, la sua ora.

Per coloro che non conoscono la "idiosincrasia paraguaya", mi permetto di citare il classico trattato di paraguaiologia di Helio Vera, En busca del hueso perdido (Alla ricerca dell'osso perduto). Egli stesso, parlando dell'"hora paraguaya", scrive con ironia: "Il tempo proprio si esprime, tra l'altro, nella celebre 'hora paraguaya', che può essere un'ora prima o una dopo. O forse due. Ma non sarà mai l'ora indicata, anche per la riunione più importante, confermata da un biglietto con tanti stemmi e lettere dorate. Il linguaggio popolare si prende gioco della puntualità. Un ñe'enga (detto) molto conosciuto dice precisamente: stiamo sull'ora, he'i relo'ári oguapy va'ekue (stiamo sull'ora, dice chi sta seduto su un orologio). ... Nessuno ha il diritto di indignarsi di fronte all''hora paraguaya'. Che qualcuno arrivi tardi a una riunione, o il giorno dopo, non rappresenta un gesto deliberato di scortesia. Né un insulto. Neanche una dimenticanza involontaria. Si tratta semplicemente del fatto che gli orari inesorabili non appartengono alla nostra cultura".

Inoltre, Aníbal Romero Sanabria, nel suo Más paraguayo que la mandioca (Più paraguaiano che la manioca), parla della "hora paraguaya" come del quarto peccato capitale del paraguaiano. Scrive in proposito: "la 'hora paraguaya' (le h. 8.00 non sono le h. 8.00, sono le h. 8.30 o magari le h. 9.00). Non c'è molto da dire, addirittura negli atti ufficiali si stabilisce un'ora prima 'perché già sappiamo che poi vengono più tardi'. In tal modo, nessun imprenditore potrà fare la sua agenda, nessuna amministrazione del tempo potrà essere strutturata. Spero che con il Mercosur, l'ora sia l'ora!!!".

Speriamo! Mai dobbiamo perdere la speranza, che è una virtù teologale. Questo, però, non ci dispensa dall'evangelizzare l'uomo paraguaiano nella sua cultura, avendo il coraggio di "raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità che sono in contrasto con la parola di Dio e col disegno della salvezza" (Evangelii nuntiandi, 19).

Benedetto XVI e l'ora italiana

A coloro che ti guardano dall'alto in basso come per dirti: "Poverino!... Tu non conosci la 'idiosincrasia paraguaya'. Che cosa puoi comprendere della nostra cultura?"; e dopo, ipocritamente, incominciano a cantare: "Bienvenido, hermano extranjero..."[2], voglio solo ricordare che la mancanza di puntualità è qualcosa che appartiene non solo ai paraguaiani (per favore, smettiamola con il razzismo!...), ma a tutti gli esseri umani.

Appartiene anche agli italiani e, in maniera del tutto speciale, ai romani. Io, che sono romano, conosco bene questa brutta abitudine.

Finisco con un piccolo aneddoto che l'agenzia di stampa Reuters pubblicò il 25 aprile 2005 alle ore 14,30: "Benedetto XVI, giunto con qualche minuto di ritardo per la prima udienza con i connazionali, si è scusato e poi ha scherzato in tedesco: 'Forse mi sono già italianizzato!'".

È solo un aneddoto. Ma sarebbe bene trarre da questo piccolo fatto una grande lezione e non fare come certi ragazzini che assolutizzano le loro mancanze, non sanno accettare alcuna osservazione, non sanno chiedere scusa, si infuriano e non ti rivolgono più la parola. O, magari, corrono piagnucolando da papà che, per far vedere che conta qualcosa, va a lamentarsi infuriato dalla prima persona che passa.

Fino a quando sono ragazzini, non esiste nessun problema.

Sarebbe grave se questi mocciosetti arrivassero ad assumere una qualsiasi responsabilità seria, soprattutto nel campo dell'educazione. Allora si porrebbe veramente il problema della possibilità dello sviluppo di una dittatura del relativismo.

Se si manca di fedeltà e cambiamento nelle piccole cose, è inutile sperare che questi avvengano nelle grandi.

E la cultura del opareí (tutto finisce nel nulla) continuerà a dominare, anche se si cambia il colore della camicia che s'indossa[3].

Emilio Grasso



[1] Si fa riferimento all'espressione del più grande scrittore paraguaiano, Augusto Roa Bastos, che parla del Paraguay come di una "isla rodeada de tierra".
[2]
Trattasi delle prime parole d'una delle più note canzoni paraguaiane dal titolo: "Benvenuto, fratello straniero".
[3]
Si allude qui al fenomeno del trasformismo politico e del correre dietro all'ultimo vincitore politico.

02/09/09

 
< Prec.   Pros. >
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
web agency