Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la Quaresima 1995, tratta dell'analfabetismo e ritorna su questo "male oscuro che priva un gran numero di poveri di possibilità di progresso, di vittoria
sulla marginalizzazione e di vera liberazione"[1].
In forza di numerose testimonianze provenienti da diversi continenti, come pure dagli incontri avuti in tanti viaggi apostolici, il Papa arriva alla conclusione che "là dove si trova l'analfabetismo regnano più che altrove la fame, le malattie, la mortalità infantile, come pure l'umiliazione, lo sfruttamento e molte sofferenze di ogni genere"[2].
Un diritto di tutti
Già il Concilio Vaticano II aveva visto l'analfabetismo come un tormento dell'umanità, unito a fame e miseria[3], riconoscendo il "diritto di tutti a una cultura umana e civile conforme alla dignità della persona, senza distinzione di stirpe, di sesso, di nazione, di religione o di condizione sociale"[4].
Alla luce di questo diritto il Concilio poneva l'impegno in una lotta contro l'analfabetismo che priva l'uomo del diritto-dovere di "dare una collaborazione veramente umana al bene comune"[5].
L'impegno contro l'analfabetismo, come quello contro altre miserie del nostro tempo, è uno dei campi nei quali si può stabilire una cooperazione su vasta scala alla quale tutti gli uomini, senza esclusione, sono chiamati e in primo luogo quanti portano il nome di Cristo.
Campo, dunque, che favorisce l'ecumenismo, così necessario specialmente nei paesi ove è forte la divisione tra cristiani, poiché permette di meglio conoscere e di stimare gli altri e di appianare la via verso l'unità[6].
Strumento di progresso economico
Dal canto suo Paolo VI vedrà il nesso esistente tra crescita economica, progresso sociale ed educazione di base.
"Si può affermare - scrive Paolo VI nella Populorum progressio - che la crescita economica è legata innanzitutto al progresso sociale ch'essa è in grado di suscitare, e che l'educazione di base è il primo obiettivo d'un piano di sviluppo. La fame d'istruzione non è in realtà meno deprimente della fame di alimenti: un analfabeta è uno spirito sottoalimentato. Saper leggere e scrivere, acquistare una formazione professionale, è riprendere fiducia in se stessi e scoprire che si può progredire insieme con gli altri". In questa luce è lecito affermare che "l'alfabetizzazione è per l'uomo un fattore primordiale d'integrazione sociale così come di arricchimento personale, e per la società uno strumento privilegiato di progresso economico e di sviluppo"[7].
Commemorando la Populorum progressio a venti anni di distanza, Giovanni Paolo II scriveva nell'enciclica Sollicitudo rei socialis: "È importante allora che le stesse Nazioni in via di sviluppo favoriscano l'autoaffermazione di ogni cittadino mediante l'accesso a una maggiore cultura. Tutto quanto potrà favorire l'alfabetizzazione e l'educazione di base, che l'approfondisce e completa, è un diretto contributo al vero sviluppo"[8].
Scandalo per il mondo moderno
Giovanni Paolo II è tornato più volte sul flagello dell'analfabetismo, in particolar modo nei discorsi tenuti nei vari viaggi apostolici e nelle differenti lettere scritte al Direttore Generale dell'UNESCO in occasione della Giornata Internazionale dell'Alfabetizzazione, che questa Agenzia Internazionale dell'ONU per la Scienza e la Cultura celebra sin dal 1967.
Giovanni Paolo II affronta il problema, che include tra le "situazioni particolarmente dolorose di emarginazione"[9], in rapporto a una società che suppone la cultura. In questa luce l'analfabetismo costituisce una specie di schiavitù quotidiana[10]. Unito alla mancanza di cibo, alla malnutrizione, all'elevata mortalità infantile e alla prospettiva di un livello di vita al di sotto di ogni razionale definizione della decenza umana, si ha ciò che chiamiamo povertà assoluta. La persistenza di una tale degradante povertà, è uno scandalo per il mondo moderno[11].
Questo scandalo lede un diritto fondamentale della persona umana. "Chiunque sia privato
- scrive il Papa al Segretario Generale dell'ONU - della possibilità di apprendere a leggere, scrivere e far di conto, si trova leso nel suo diritto fondamentale all'educazione. Costui resta dunque in situazione di svantaggio nei suoi rapporti con la società. L'analfabetismo costituisce una grande povertà; è spesso sinonimo di emarginazione per uomini e donne che non possono beneficiare di una fetta notevole del patrimonio culturale dell'umanità, né sono in grado di sviluppare pienamente le loro capacità personali e la loro qualifica professionale"[12].
Qui Giovanni Paolo II sembra che tenga maggiormente presente la definizione di alfabetizzazione come alfabeto minore o strumentale.
In questo caso si denota il leggere-scrivere-far di conto (o come dicono gli inglesi le tre r, dalla pronuncia dell'iniziale delle tre parole reading, writing, reckoning) come abilità appunto strumentale.
L'alfabeto maggiore
Accanto a questa prima nozione di alfabeto minore si è sviluppata la nozione di alfabeto maggiore o funzionale. In questo caso si denota anche la capacità di inserirsi socialmente con un'attività produttiva. Quest'ultima accezione tradisce un significato soprattutto economico, ma può venir rettificata per includervi altri più ricchi significati sul piano umano; in ogni caso resta nell'orbita di una prospettiva funzionalistica, per cui fine fondamentale dell'educazione è quello di inserire le giovani generazioni nel corpo sociale, in modo che ne condividano i valori e possano contribuire al loro sviluppo[13].
Il problema dell'analfabetismo, oggi, si pone in stretto rapporto con quello dello sviluppo. Dove i modi di produzione sono ancora arcaici, e la società è fortemente tradizionale, mancano spesso gli incentivi al bisogno di leggere e l'alfabetizzazione è sterile perché, in difetto di occasioni di esercizio, le capacità appena apprese vengono dimenticate e subentra il fenomeno dell'analfabetismo di ritorno e del semi-analfabetismo. È importante perciò che l'adulto abbia la possibilità e lo stimolo di continuare a istruirsi, utilizzando e sviluppando le nozioni acquisite.
Ben a ragione sottolineava in proposito l'UNESCO che "coloro che vivono nel bisogno, preoccupati per il domani, senza nulla da perdere e senza speranza per il futuro, è poco probabile che siano motivati all'istruzione. Che cosa dovrebbe indurli a dedicare centinaia di ore - quante ce ne vogliono per imparare a padroneggiare l'alfabeto - sottraendole alla dura lotta per la vita? Per farlo la gente deve essere motivata e questo può avvenire solo se intravede la possibilità di migliorare le sue condizioni di vita. Quindi la lotta all'analfabetismo è anche e contemporaneamente lotta per lo sviluppo, la giustizia, una maggior uguaglianza, il rispetto delle culture, il riconoscimento della dignità umana di tutti, il diritto di ognuno ad avere un ruolo economico, sociale e politico nella società e ai benefici che ne derivano. Proprio questo la rende difficile, ma anche essenziale e degna di essere combattuta"[14].
L'UNESCO, nel 1962, in questa ottica di rapporto tra analfabetismo e sottosviluppo
(perché povertà e analfabetismo non solo vanno di pari passo, ma si rafforzano a vicenda), mettendo l'accento sulla promozione dell'individuo e sulla correlativa partecipazione allo sviluppo del proprio paese, dava una definizione più ampia e più articolata del termine in questione: alfabeto, che viene chiamato, come già detto, maggiore o funzionale.
Per l'UNESCO, in questo senso, alfabetizzata è "una persona che ha acquisito le conoscenze e le competenze indispensabili all'esercizio di tutte le attività dove l'alfabetizzazione è necessaria per giocare efficacemente un ruolo nel suo gruppo e nella sua comunità, ed i cui risultati raggiunti nella lettura, nella scrittura e nell'aritmetica sono tali che gli permettono di continuare a mettere queste attitudini al servizio del suo proprio sviluppo e dello sviluppo della sua comunità, e di partecipare attivamente alla vita del proprio paese"[15].
A questa nozione di alfabeto maggiore si riferisce Giovanni Paolo II nella sua allocuzione nella sede dell'UNESCO di Parigi laddove afferma che analfabetismo "significa la mancanza di ogni istruzione, anche la più elementare, mancanza dolorosa non solo dal punto di vista della cultura elementare degli individui e degli ambienti, ma anche dal punto di vista del progresso socio-economico. Ci sono degli indici inquietanti di ritardo in questo ambito, legati ad una distribuzione dei beni spesso radicalmente ineguale e ingiusta: pensiamo alle situazioni nelle quali esistono, accanto ad una oligarchia plutocratica poco numerosa, moltitudini di cittadini affamati che vivono nella miseria. Questo ritardo può essere eliminato non per la via di lotte sanguinarie per il potere, ma soprattutto per la via dell'alfabetizzazione sistematica attraverso la diffusione e la popolarizzazione dell'istruzione. Uno sforzo così orientato è necessario se si desidera operare per i cambiamenti che s'impongono nell'ambito socio-economico. L'uomo che ‘è più' grazie anche a ciò che ‘ha' e a ciò che ‘possiede', deve saper possedere, vale a dire disporre e amministrare i mezzi che possiede, per il suo bene proprio e per il bene comune. Per questo fine l'istruzione è indispensabile"[16].
L'analfabetismo, infatti, costituisce come una barriera invisibile all'apertura al mondo della cultura sia profana che religiosa[17]. E parlando ai Vescovi del Nord-Est del Brasile, con forza il Papa ripete che "non esiste possibilità né scelta di sviluppo, di integrazione sociale (e pertanto di vittoria sull'emarginazione) né di autentica liberazione, se non si inizia ad eliminare l'analfabetismo, a dare istruzione, educazione di base, cultura. La storia antica e recente di molti popoli conferma la verità di questa convinzione"[18].
Nell'ottica dell'alfabeto maggiore, scopo dell'alfabetizzazione sarà quello di "far divenire più uomo ogni uomo, in se stesso e con gli altri, ma anche per gli altri: affinché possa conseguire il suo totale ed armonioso sviluppo, spirituale, culturale e materiale, e apprenda a possedere questa sua fondamentale ricchezza, ad integrarla continuamente e a disporne per il bene proprio e quello comune"[19].
Alfabetizzazione e sviluppo integrale
L'alfabetizzazione va dunque sempre coniugata a una visione integrale dell'uomo.
Nel suo Messaggio del 1999 al Direttore Generale dell'UNESCO, Giovanni Paolo II afferma che "dando ad ogni essere umano i mezzi per accedere ad una cultura generale, l'UNESCO gli offre così la possibilità di condurre un'esistenza degna, di prendere in carico il suo futuro e di esercitare la sua parte di responsabilità in seno alla società. La lotta contro l'analfabetismo è il cammino obbligato dello sviluppo delle persone e dei popoli, che ricevono così degli strumenti di riflessione e d'analisi, e che possono difendersi più facilmente contro i discorsi settari, integristi e totalitari"[20].
In questo senso il rapporto tra alfabeto minore e alfabeto maggiore è strettamente collegato e ineludibile. Soprattutto nelle società cosiddette tradizionali "gli analfabeti sono le
vittime della grande distanza fra le proprie tradizioni e le nuove regole alle quali devono adattarsi"[21]. Lo sottolinea con efficacia Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata dell'Alfabetizzazione del 1987: "La scrittura e la lettura restano, per l'uomo, degli strumenti privilegiati per l'educazione alla riflessione e al dominio di sé, come per lo sviluppo delle facoltà intellettuali proprie ad arricchire le comunicazioni di tutti gli ordini tra gli uomini e le donne"[22].
L'alfabeto minore permetterà di partecipare alla cultura e alla vita di tutta la società dando ugualmente una possibilità migliore di accedere alle realtà spirituali, espresse esse stesse nei libri santi[23].
Il processo di alfabetizzazione mette "i giovani in grado di accedere a una conoscenza che libera l'uomo, di ricercare la verità nelle sue diverse dimensioni per viverla, di costruire la loro personalità conformemente alla dignità e alla grandezza proprie dell'uomo secondo l'etica personale e sociale che garantiscono questa dignità, la partecipazione comunitaria e l'apertura ai valori spirituali"[24].
L'alfabetizzazione, perciò, non può in nessuna maniera surrogare o manipolare la libertà dell'interlocutore.
Poiché, come solennemente ricorda il Concilio Vaticano II, "la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e indotto da convinzioni personali, e non per un cieco impulso interno o per mera coazione esterna"[25].
Una rivoluzione pacifica
Ora l'alfabetizzazione, sia come alfabeto minore che come alfabeto maggiore, non è chiamata a togliere questa libertà all'uomo, ma solo a rinforzarla ponendolo sempre più in grado di consentire a un'opzione o a un'altra, dandogli gli strumenti per comprendere sempre più e sempre meglio qual è la posta in gioco facendo una scelta o un'altra. Poiché, come afferma san Bernardo di Chiaravalle, definito da dom Mabillon "ultimo dei padri, ma non certo inferiore ai primi"[26], "dove c'è volontà, c'è libertà. Tale è ciò che ritengo sia definito libero arbitrio"[27], allora possiamo concludere che l'alfabetizzazione non è chiamata in nessuna maniera a sostituire la volontà del singolo, ma questa volontà, ancor rafforzata, è messa in grado di fare una scelta, in una direzione o nell'altra.
La conoscenza rompe sempre di più gli equilibri acquisiti, ripone in continua discussione tutte le forme di potere consolidato, non permette il riposo di chi si considera già arrivato.
L'alfabetizzazione è, dunque, un pericolo che si corre quando si danno all'altro tutti gli strumenti che lo abilitano ad acquisire una conoscenza sempre maggiore. Infatti, essi possono essere usati per edificare, ma anche per distruggere.
Questo rischio è il rischio dell'amore. È il rischio di Dio. Solo chi rifiuta il progetto di Dio rifiuta il rischio della libertà, il rischio d'essere ucciso da colui a cui si sono dati gli strumenti della conoscenza. Non v'è nulla di più rivoluzionario della parola, nulla più della penna, nulla più del libro, nulla più del conoscere. Quella che Giovanni Paolo II chiama "la pacifica, costruttiva, feconda, efficace e liberatrice rivoluzione del libro e della penna"[28].
Il cammino di questa rivoluzione va percorso, ma bisogna sapere che è un cammino
ambiguo. L'ambiguità si risolve solo nell'opzione fondamentale dell'uomo la cui libertà è stata liberata e si è liberata dalla schiavitù dell'ignoranza. Ed è per lasciare al singolo tutto il peso della sua responsabilità e la libertà della sua scelta che le campagne di alfabetizzazione debbono evitare i rischi di uno sfruttamento per scopi politici[29]. Per Giovanni Paolo II "l'alfabetizzazione deve avere come unico fine la cultura e lo sviluppo integrale dell'uomo da alfabetizzare. Questo principio dovrebbe essere sufficiente a scongiurare qualsiasi processo di alfabetizzazione che, per i suoi metodi e i suoi obiettivi più o meno velati, tendesse a coscientizzare (rendere cosciente, sensibilizzare) la persona da alfabetizzare, se a questo termine si dà il senso di condizionarlo ad una determinata ideologia o schema mentale di tipo socio-politico, diminuendo la sua libertà di discernimento e di opzioni personali. Un'altra cosa è il coscientizzare inteso come il risveglio della coscienza della propria dignità di persona umana con i suoi diritti e i suoi doveri. Un'alfabetizzazione che venisse a condurre in modo ingannevole l'alfabetizzando a un assoggettamento ideologico non sarebbe un processo di liberazione, ma di una nuova schiavitù, tanto più grave quanto vestita delle sembianze di liberazione"[30].
Il mistero della libertà dell'uomo
Il processo di alfabetizzazione è perciò chiamato a potenziare la libertà di opzione personale, a rendere sempre più libera, come libertà di scelta, questa opzione. Quale sarà poi l'opzione personale sempre più liberata non appartiene più al campo dell'alfabetizzazione. Appartiene al mistero di questa libertà liberata dell'uomo.
La lotta contro il flagello dell'analfabetismo, unita alla lotta contro tutti gli altri flagelli che ostacolano il pieno sviluppo della libertà dell'uomo, non può perciò essere di certo l'ultima e tanto meno l'unica parola della missione della Chiesa.
E se è condizione necessaria allo sviluppo, da sola non è di certo condizione sufficiente.
Lo dimostrano i paesi dove ci si è illusi che le massicce campagne di alfabetizzazione, che pure molte volte hanno ottenuto risultati sorprendenti, potessero risolvere i problemi del sottosviluppo. Altri fattori tecnico-economico-socio-politici entrano in gioco, ma il principale resta pur sempre la libertà dell'uomo che non è determinata a un bene prestabilito e che può sempre rimettere in discussione parametri di sviluppo acquisiti.
Il crollo di tutte le ideologie del progresso e in particolare di quella marxista, che segna in gran parte la crisi della modernità, ci chiama a un'analisi più approfondita della realtà dell'uomo. Realtà non riducibile alla sola categoria del conoscere.
V'è un mistero della libertà dell'uomo che sfugge a ogni progettualità e può contraddire ogni conoscere. V'è un mistero d'una frattura profonda all'interno dell'uomo tra il conoscere e il volere, ma anche il mistero di un rifiuto radicale di quel che si è conosciuto, proprio in quanto tale.
Liberati per amare
L'alfabetizzazione porta al conoscere, ma il conoscere da solo, per sé, non libera, non porta allo sviluppo[31] senza un prezzo personale e sociale da pagare. Ed è forse qui il nodo
della questione: il cercare di capire quale sia il prezzo da pagare e vedere chi voglia pagarlo. E se veramente lo voglia pagare. Perché non esiste storicamente possibilità alcuna di liberazione e libertà senza un corrispettivo da pagare. Ed è proprio questo corrispettivo che permetterà all'uomo di gustare e difendere il dono della libertà come un qualcosa che gli appartiene, completamente sua, solamente e inalienabilmente sua.
Poi questa libertà sempre più piena, questo conoscere sempre più profondo, potrà portare a pienezza di vita o abisso di morte nella misura in cui saprà farsi libertà per gli altri, libertà per amare, libertà per consegnarsi nella sfida e nell'avventura di un amore che si dona senza sapere cosa l'attenda, al di là della sua donazione fino alla morte. Perché l'amore è vero amore non quando calcola e si offre secondo una legge di marketing, ma quando gratuitamente dona in abbondanza quello che gratuitamente ha ricevuto e lasciato fruttificare.