LA QUESTIONE DEL FINANZIAMENTO DELLA CHIESA (1):
SENZA PANE NON V'È EUCARISTIA [*]
Il Documento di Aparecida, al n. 175, in relazione alla comunità parrocchiale, afferma: "Seguendo l'esempio della prima comunità cristiana (cfr. At 2, 46-47), la comunità parrocchiale si riunisce per spezzare il pane della Parola e dell'Eucaristia, perseverando nella catechesi, nella vita sacramentale e nella pratica della carità. Nella celebrazione eucaristica essa rinnova la sua vita in Cristo. L'Eucaristia, nella quale si rivitalizza la comunità dei discepoli, è per la parrocchia una scuola di vita cristiana".
Uno dei più grandi teologi del XX secolo, Henri de Lubac, coniò una frase famosa per sottolineare questo nesso di mutua immanenza tra Chiesa ed Eucaristia: "La Chiesa fa l'Eucaristia e l'Eucaristia fa la Chiesa".
L'Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana, "prolunga e rende presente il mistero del Figlio di Dio fatto uomo" (Documento di Aparecida, 176). Tuttavia, affinché il Figlio di Dio si faccia uomo, è necessaria la collaborazione dell'uomo.
Ha scritto Giovanni Paolo II nell'Enciclica Ecclesia de Eucharistia: "In certo senso, Maria ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l'Eucaristia fosse istituita, per il fatto stesso di aver offerto il suo grembo verginale per l'incarnazione del Verbo di Dio. ... Maria concepì nell'annunciazione il Figlio divino nella verità anche fisica del Corpo e del Sangue, anticipando in sé ciò che in qualche misura si realizza sacramentalmente in ogni credente che riceve, nel segno del pane e del vino, il Corpo e il Sangue del Signore. C'è pertanto un'analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell'Angelo, e l'amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il Corpo del Signore. A Maria fu chiesto di credere che colui che ella concepiva per opera dello Spirito Santo era il Figlio di Dio (cfr. Lc 1, 30-35). In continuità con la fede della Vergine, nel Mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l'intero suo essere umano-divino nei segni del pane e del vino" (n. 55).
Il frutto del lavoro dell'uomo e l'Eucaristia
Nell'Introduzione al Messale Romano, parlando della preparazione dei doni, l'Institutio Generalis rileva che "quantunque i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla Liturgia, tuttavia il rito della presentazione di questi doni conserva il suo valore e il suo significato spirituale. Si possono anche fare offerte in denaro, o presentare altri doni per i poveri o per la Chiesa, portati dai fedeli o raccolti in chiesa" (n. 73).
Nell'invocazione del celebrante che presenta le offerte: "Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo... questo vino, frutto della vite e del lavoro dell'uomo...", sta tutto il senso eucaristico, e pertanto ecclesiale, del finanziamento della Chiesa.
In questo punto esiste un'analogia tra il fiat di Maria alle parole dell'Angelo ("Avvenga per me secondo la tua parola"), con il quale Maria dona il suo corpo al Signore, affinché la Parola possa arrivare a farsi uomo, e il dono da parte dell'uomo del frutto del suo lavoro, con il quale egli, incorporando in questa realtà tutta la sua opera, la sua fatica, la sua vita, permette che il pane e il vino siano presenti sull'altare e che, per l'azione di Dio unito alla sua Sposa, la Santa Madre Chiesa, si trasformino in Corpo e Sangue di Cristo.
Come senza il fiat di Maria la Parola di Dio non poteva incarnarsi, così senza il pane e il vino non possiamo avere l'Eucaristia, il Dio fatto Uomo in mezzo a noi.
L'Eucaristia è un dono di Dio che appartiene a tutta la Chiesa, ma arriva ad essere la nostra Eucaristia, la mia Eucaristia, nella comunione con tutto il Corpo della Chiesa, nella misura in cui io metto sull'altare il mio pane ed il mio vino, frutto del mio lavoro e della mia partecipazione all'edificazione del Corpo del Signore.
Senza questa partecipazione personale e libera, l'Eucaristia, oltre a non essere possibile, sarebbe qualcosa che non mi appartiene. Essa, per essere mia nel noi della fede della Chiesa, ha bisogno del mio contributo, del mio lavoro, della mia fatica.
Pertanto, esiste una stretta relazione tra la colletta-offerta e l'Eucaristia.
Bisogna collocare la colletta nel quadro del senso eucaristico e non fuori di esso. Appartiene all'edificazione della Chiesa-Eucaristia, della Chiesa-Comunione, della Chiesa-Popolo di Dio.
Difendere l'offerta della vedova
All'interno di tale quadro, si capisce perché la Chiesa trova nell'offerta della vedova (cfr. Mc 12, 41-44) e nella conversione di Zaccheo (cfr. Lc 19, 1-10) le fonti del suo fondamentale e principale sostentamento.
Il tanto proclamato autofinanziamento della Chiesa perde tutto il suo senso evangelico, se non trova le sue basi in queste fonti e nella centralità del mistero eucaristico.
In relazione al racconto dell'offerta della vedova, La Biblia Latinoamericana ci offre il seguente commento: "Questa donna fu l'unica, tra tanti fedeli, ad avere dato a Dio ciò che si merita. È la personificazione degli innumerevoli poveri che non hanno praticamente niente e che, tuttavia, s'ingegnano per dare qualcosa del poco o niente che possiedono. Il testo si potrebbe tradurre: ‘Ella ha dato tutto quello che aveva, tutta la sua vita' come il 'suo sostentamento'. Solo il povero può dare quanto aveva per vivere".
Da tutto ciò risulta la sacralità del denaro donato alla Chiesa, che deve essere amministrato e difeso con la passione che accompagna gli innamorati del Signore.
Non dovremmo mai dimenticare che l'offerta della vedova non può, per nessuna ragione, essere mal utilizzata o rubata.
Se l'Eucaristia è il pane e il vino, frutti del lavoro dell'uomo, che arrivano ad essere Corpo e Sangue di Cristo, allora, dobbiamo difendere la Santissima Eucaristia e, allo stesso tempo, dobbiamo difendere questa fatica, sudore e sangue dell'uomo, senza i quali ci mancherebbe l'Eucaristia, fonte e culmine della nostra vita.
Ai Pastori del gregge del Signore è affidata la difesa dell'Eucaristia e la difesa del popolo di Dio, che manifesta il suo amore nell'offerta della vedova.
A questo riguardo - ascoltando l'omelia di Benedetto XVI pronunciata all'inaugurazione dell'anno sacerdotale - si pone ad ogni Pastore la terribile domanda: "Come dimenticare, in proposito, che nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si tramutano in 'ladri delle pecore'?".
E siamo ladri delle pecore non solo se rubiamo personalmente, ma anche se, per la nostra vigliaccheria e per il nostro ñembotavy[1], permettiamo il furto o la malversazione dell'offerta della vedova.
Emilio Grasso
[*] Va tenuto presente che questo articolo è una traduzione dallo spagnolo, ed è stato scritto nel contesto del Paraguay.
[1] Dal guaraní: inganno, frode, tranello. Si dice della persona che finge di essere stupida o di quella che di fronte a un fatto criminale mostra di non aver visto o sentito nulla.
29/09/09
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