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Una concezione strana della fede


Secondo il quotidiano "Última Hora" del 3 agosto 2007, p. 10, mons. Fernando Lugo, durante il programma di Humberto Rubín, trasmesso da Telefuturo (Paraguay), avrebbe dichiarato che "non metterà la sua fede al di sopra del paese".

Questa dichiarazione, sulla bocca di un cristiano che nella sua vita accettò liberamente di essere membro di un Istituto Missionario (Società del Verbo Divino) e fu consacrato sacerdote e vescovo, lascia attoniti.

Mons. Fernando Lugo mostra di avere un concetto molto strano della fede. In effetti, mettendo il suo paese, la sua patria al di sopra della fede, riduce la fede alla classica funzione di instrumentum regni. In questo senso, la religione fu sempre considerata necessaria per la repubblica, perché difende e rafforza la morale del cittadino. Essa può mettersi al servizio tanto di un progetto conservatore, quanto di uno rivoluzionario, secondo differenti ideologie ed il cambiamento del vento. Ma è sempre il progetto, la politica, ad avere il primato. La fede, di conseguenza, ha valore solo come strumento al servizio di un altro valore. Essa, pertanto, è relativizzata in funzione di questo valore e la si sacrifica qualora ponga ostacoli allo stesso valore che, posto al primo posto di una scala, si considera come assoluto.

Strana concezione della fede quella di mons. Lugo, se veramente fu questo il senso della sua espressione, come si trova nei quotidiani.

Inoltre, questa dichiarazione, sulla bocca di un missionario, suscita interrogativi inquietanti sul concetto di missione che egli ha.

Sono passati quasi novant'anni dalla promulgazione della Lettera apostolica Maximum illud di Benedetto XV. In questa Lettera, che costituisce uno dei documenti fondamentali della teologia missionaria, Benedetto XV avvertiva i missionari sul pericolo di anteporre la propria patria (qualunque fosse) alla patria celeste, la particolarità all'universalità.

Scriveva Benedetto XV: "Considerando dunque che a ciascuno di voi fu detto dal Signore: ‘Dimentica il  tuo popolo e la casa di tuo padre' (Sal 44, 11), ricordatevi che voi non dovete propagare il regno degli uomini ma quello di Gesù Cristo, e non aggiungere cittadini alla patria terrena, ma alla celeste. Di qui si comprende quanto sarebbe deplorevole se vi fossero missionari, i quali, dimentichi della propria dignità, pensassero più alla loro patria terrestre che a quella superna; e fossero preoccupati di dilatarne l'influenza, e di veder sempre e anzitutto celebrato il suo nome e la sua gloria" (Maximum illud, in Enchiridion delle Encicliche 4, 878).

Qualunque realtà, perfino la più sacra e cara, si trasforma in idolo ogni volta che perde la sua relazione con la realtà significata nell'enunciato della fede (cfr. San Tommaso, La Somma Teologica II-II, q. 1 a. 2, ad 2).

"L'idolatria - scrive il biblista Claude Wiéner - non è un'attitudine superata una volta per tutte, ma rinasce sotto forme differenti; appena si cessa di servire il Signore, ci si trasforma in schiavi delle realtà create: denaro, vino, volontà di dominare il prossimo, potere politico, piacere, invidia e odio, peccato, e perfino l'osservanza materiale della legge. Tutto questo conduce alla morte, mentre il frutto dello Spirito è vita. Dietro questi vizi che sono idolatria, si nasconde la non conoscenza del Dio unico, unico anche a meritare fiducia".

Alla luce delle parole citate di un vescovo della Chiesa Cattolica in Paraguay, assumono un alto valore chiarificatore le affermazioni del Nunzio Apostolico, mons. Orlando Antonini, nella sua Omelia pronunciata nella festa di San Lorenzo:

"La fede, contrariamente a quanto si ascolta in questo tempo di relativismo, è l'ideale massimo che si deve anteporre a qualunque altro valore, per quanto degno e nobile sia: fosse pure la patria, il bene comune, la famiglia. Abitualmente, non c'è conflitto tra questi grandi valori; al contrario, la fede è la migliore garanzia e sostegno morale per la patria, per il bene comune, per la famiglia. Tuttavia, supponendo che in un cristiano entrassero in conflitto fede e patria, fede e bene comune, fede e famiglia, non c'è dubbio su quello che si deve fare: scegliere la fede, anche a costo della propria vita, seguendo precisamente l'esempio di San Lorenzo. Cristo dice, in effetti: ‘Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me' (Mt 10, 37). Agire non conformemente allo spirito di queste parole di Cristo è idolatria, per quanto possa essere mascherata di altruismo: 'Chi non è con me è contro di me - disse anche Gesù - e chi non raccoglie con me, disperde' (Mt 12, 30)".

Possono sembrare cose nuove, in questo tempo di sconcertante confusione tra ciò che è fede e ciò che è politica, tempo in cui si è umiliata la funzione dei fedeli laici.

Tuttavia, il Nunzio Apostolico non ha detto niente di nuovo, ma ha riaffermato l'essenziale della nostra fede cristiana.

In un articolo sul senso biblico della patria, scritto da Pierre Grelot nel classico Dizionario di Xavier Léon-Dufour, troviamo questa conclusione: "Non abbiamo quaggiù dimora permanente, e cerchiamo quella del futuro (Eb 13, 14). Quella patria Dio preparava già un tempo ai patriarchi; ed essi, dietro la terra di Canaan, aspiravano già con tutta la loro fede verso questa patria migliore (Eb 11, 14ss). Ogni uomo deve fare come essi e, al di là dell'angolo di terra in cui è radicato con i suoi, discernere la nuova patria dove, con essi, vivrà per sempre".

Ricordiamo che l'amore alla patria celeste ci fa più liberi ed autentici per amare, senza interessi di potere, questa terra dove Dio ci ha posto. È il servizio al quale i missionari ed i vescovi si sono consacrati.

Lasciamo ai laici ciò che appartiene loro! A un popolo al quale già è stato rubato tanto, non rubiamo anche la sua vocazione!


 

E. G.


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