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UNA MALATTIA INFANTILE




 Nel secondo giorno della 48a Settimana Nazionale della Conferenza dei Religiosi del Paraguay, è stata presentata una proposta per la quale "la stessa gerarchia ecclesiastica non deve più dare la comunione ai corrotti". L'autore di questa proposta "ha aggiunto che alcuni sacerdoti sanno chi sono i corrotti e danno loro la comunione lo stesso" [cfr. "ABC Color" (12 luglio 2007) 10].

È risaputo che il problema della corruzione è un vero flagello che colpisce il Paraguay.

Il medesimo giorno, leggiamo nell'editoriale del quotidiano "Última Hora": "La Reale Accademia Spagnola definisce la corruzione come l'uso di incarichi o funzioni per i propri interessi economici, principalmente nelle organizzazioni pubbliche. In Paraguay per queste pratiche criminali esistono centinaia di precedenti, ma fino adesso ai responsabili di tali fatti è andata sempre molto bene, poiché, nonostante le prove, riescono sempre ad evitare il carcere, avvalendosi con sfrontatezza di un sistema di protezione e complicità con attori politici ed anche magistrati".

Ora, chiedere alla Chiesa quello che è di competenza dello Stato è una proposta che continua a perpetuare la confusione tra istituzioni differenti e denota il disprezzo per il principio di laicità.

 Benedetto XVI ha scritto nell'Enciclica Deus caritas est: "Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino. Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr. Mt 22, 21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l'autonomia delle realtà temporali" (n. 28).

Ricordiamo anche che il principio di presunzione di innocenza, al quale ogni persona in Paraguay ha diritto (art. 17 § 1 della Costituzione), non autorizza nessuno a dichiarare colpevole qualunque cittadino senza che sia stato condannato in un giudizio definitivo.

Chi ha il diritto di dichiarare pubblicamente che qualcuno è o non è corrotto?


Chiediamo il certificato penale a tutti coloro che si presentano per ricevere la comunione?

Pertanto, la proposta appare demagogica e ridicola.

Tuttavia, quello che risulta veramente superficiale è la mancanza di un'analisi sociologica che evidenzi la vastità, a diversi livelli, del fenomeno della corruzione.

Continuare a parlare di un piccolo vertice di corrotti che si è appropriato del potere, mentre il popolo buono e onesto patisce ingiustizia, non permette di penetrare in un fenomeno tanto diffuso e allo stesso tempo antico.

È impossibile perpetuare la conquista e la conservazione del potere senza che le masse popolari diano il loro consenso.

Al contrario, sarebbe interessante analizzare come l'ideologia dei gruppi di potere è giunta ad essere l'ideologia dei gruppi dominati e, in questo contesto, esaminare come i religiosi, in forza della loro identità carismatica e fedeltà creativa, possano dare un esempio differente, che costituisca allo stesso tempo un annuncio profetico e un modello di vita dei valori del Regno.

A prescindere da altre considerazioni, vincolate al problema del principio di laicità e della distinzione tra Chiesa e Stato, mi sembra che questa proposta si inserisca nella tipologia delle soluzioni facili, troppo facili e, per questo, infantili.

Non aveva ragione Lenin quando diceva che l'estremismo è una malattia infantile?


                                                                                                           E. G.

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13/07/07
  
 
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