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Una riflessione storico-teologica

sul tema fede e politica

nel contesto del
Paraguay*
(3)


 
 
di Emilio Grasso







Povertà di soluzioni e totalità d’amore
 
In un processo di nuova evangelizzazione va evidenziato che il Vangelo non è la soluzione ai nostri problemi. L’annunzio si colloca su un’altra linea d’orizzonte. Dio, è questa la concezione del teologo russo Solov’ëv, salva amando, mentre l’Anticristo vuole salvare cercando di fare del bene, di dare la soluzione ai problemi. Il peccato della falsificazione della salvezza consiste nel sostituire la persona che salva nell’amore con le cose che placano la paura della morte. Far sparire le difficoltà è spesso l’illusione di chi crede che la difficoltà, e non la mancanza di amore, sia causa dell’infelicità[1].

Nel discorso pronunciato in occasione della IV Giornata Mondiale della Gioventù, Giovanni Paolo II ricordava che il servizio non è un semplice sentimento umanitario e che la comunità dei discepoli di Cristo non è un’agenzia di volontariato e di aiuto sociale. Un servizio di questo tipo si ridurrebbe all’orizzonte dello “spirito di questo mondo”. Si tratta, al contrario, di molto di più. La radicalità, la qualità e il fine diGiovanni Paolo II e i giovani questo servizio s’inquadrano nel mistero della Redenzione dell’uomo che non si attua con il criterio del potere, della forza, del denaro, ma chiede ad ognuno la totale disponibilità a seguire Cristo
[2].

Bisogna operare un ritorno al primato delle scelte dell’uomo, al primato della sua libertà sul fatalismo di meccanismi e strutture che determinano la vita. Questa riaffermazione del primato del “regno dello spirito di libertà” sul “regno della necessità e del destino (fatumanánké)” interessa per differenti motivi tutti i popoli.
 
Si tratta, infatti, di affermare o riaffermare il primato della persona sulle strutture, sulle leggi, sulla natura, sulla società, sulle tradizioni, sulle consuetudini.

Il concetto di persona – va ricordato – è un contributo al pensiero umano che la fede ha reso possibile ed effettuato
[3].

Al di fuori della fede in un Dio personale anche l’uomo muore. Su questo terreno il dialogo con le religioni, le culture e lo stesso dialogo politico trovano i loro limiti. In proposito, la già citata Nota dottrinale così si esprime: “
La Chiesa è consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona. Su questo principio l’impegno dei cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona. È il rispetto della persona, peraltro, a rendere possibile la partecipazione democratica. Come insegna il Concilio Vaticano II, la tutela dei diritti della persona umana è condizione perché i cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica”[4].

L’inculturazione del Vangelo ha bisogno anche di operare provocando rotture mediante processi creativi culturali.

V’è una incompatibilità della fede con le differenti logiche intramondane che non è facilmente eludibile.
 
Di fronte alle conseguenze tragiche dell’emarginazione dei deboli, la Chiesa confessa la sua povertà nell’indicare soluzioni politiche, ma non rinunzia a proclamare la Verità della scelta degli ultimi come lo scandalo su cui ognuno, nella sua libertà e responsabilità, è chiamato a confrontarsi.
 
Il fatto che la Chiesa si professi povera di soluzioni non vuol dire che rinunzi ad indicare l’orizzonte escatologico verso cui è in marcia.
 
Questo orizzonte è Cristo, éschaton già nel tempo eppur non ancora realizzato. Alla pienezza del suo Atto manca il compimento del nostro.

Tensione tra fede e impegno politico

Qualsiasi soluzione sarà sempre parziale e provvisoria. Essa va sottoposta alla critica del Vangelo che chiama tutti ad andare sempre oltre ogni realizzazione.

Nessuna soluzione riuscirà mai a dare ragione in maniera esaustiva alla questione cristologica. Va liberato sin dall’inizio il campo dall’illusione che la politica generi salvezza.

Proprio perché essa si fonda sulla ricerca d’un punto di consenso tra le varie libertà in gioco e perché la nostra libertà è storicamente una libertà ferita dal peccato, dobbiamo costruire le risposte senza pericolose fughe in avanti ove, non essendo acquisito il consenso sul problema e sulla risposta, si producono nuove e più tragiche forme di oppressione.
 
La politica è impegno d’incarnazione nel tempo di valori che di per sé trascendono sempre ogni possibile realizzazione. È costruzione della città degli uomini, città sempre precaria, caduca, suscettibile di perfezionamento e quindi di critica e di giudizio. È campo nel quale le strade non sempre sono uniche, chiare, asfaltate, sicure. È arte di mediazione e anche di compromessi.

Giovanni GiolittiIn una lettera alla figlia, Giovanni Giolitti, uno dei maggiori politici italiani dell’inizio del secolo passato, così si esprimeva: “Mettiti in capo questo: che gli uomini sono quello che sono, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, con i loro vizi, i loro difetti, le loro passioni, le loro debolezze; e il governo deve essere adatto agli uomini come sono. Certo il governo deve mirare a correggere, a migliorare, ma anch’esso è composto di uomini, e l’uomo perfetto non esiste. Un governo è il portatore di secoli di storia e la peggiore di tutte le costituzioni sarebbe quella che venisse studiata in base a principi astratti e non fosse adatta in tutto e per tutto alle condizioni attuali del paese. Il sarto che ha da vestire un gobbo se non tiene conto della gobba non riesce”
[5].

Dobbiamo porre sempre in evidenza che la dialettica tra giustizia e libertà può trovare di volta in volta accentuazioni o compressioni d’uno degli elementi in gioco. L’equilibrio va sempre ricercato con nuovi tentativi storici e ponderati correttivi. La soppressione d’un elemento riduce la politica a “fede religiosa” che uccide la vita dei “non credenti”.

La politica, infatti, è casa comune di tutti e non può trasformarsi in guerra di religione tra appartenenti a diverse fedi.

Essa si nutre del dubbio e dell’ascolto dell’altro. Essa non demonizza nessuno. Usare categorie religiose nel parlare di fenomeni economici e politici è fuorviante ed indica che si vuole evitare lo sforzo e la fatica della ricerca, dello studio, del rischio di scendere tra gli uomini per conquistare il consenso.

In politica non si può intervenire senza preparazione specifica. Senza la conoscenza della storia, dell’economia, delle scienze finanziarie, della sociologia, di tutto ciò che ci aiuta a comprendere l’uomo e a servirlo nel tempo.

I credenti, non v’è dubbio, devono fare una certa azione politica. Non come Chiesa, ma come uomini che hanno ricevuto il messaggio d’amore e che sanno che debbono servire i fratelli anche nel costruire strutture più umane. Ma, e questa sarà la nostra contraddizione, il nostro drammatico vivere, pur sapendo che dobbiamo farla, sappiamo anche che non sarà la politica a salvarci e a salvare il mondo.

Chi ci salva è Cristo e non le nostre opere. Guai se non agiamo e pur guai se crediamo che queste opere ci salvano! E soprattutto guai se ci sottraiamo aCittadini del Paraguay questa tensione tra fede ed opere, tra preghiera ed azione, tra eterno e tempo, tra Chiesa e mondo, tra Regno e Chiesa!

Dobbiamo non sottrarci, ma assumere in noi stessi questa tensione e continuamente depositarla là dove tutto è ricapitolato, sanato, compreso, ricomposto, unito, salvato: nel calice del sangue di Cristo, calice di nuova e definitiva alleanza, sangue che ci purifica, rinnova, redime, affratella, unisce, riconcilia, c’immette nella vita stessa di Dio e ci divinizza.

E qui interviene un’altra distinzione fondamentale, non una separazione, sulla quale siamo chiamati a riflettere: “Non spetta ai pastori della Chiesa intervenire direttamente nell’azione politica e nell’organizzazione della vita sociale. Questo compito fa parte della vocazione dei fedeli laici, i quali operano di propria iniziativa insieme con i loro concittadini. L’azione sociale può implicare una pluralità di vie concrete; comunque avrà sempre come fine il bene comune e sarà conforme al messaggio evangelico e all’insegnamento della Chiesa. Compete ai fedeli laici animare, con impegno cristiano, le realtà temporali, e, in esse, mostrare di essere testimoni e operatori di pace e di giustizia”
[6].

Un intervento continuo del clero e dei religiosi in un campo proprio dei laici denota una situazione di supplenza che può assumere forme di patologia cronica, autentiche invasioni di sfere di competenze non proprie che, a lungo andare, lasciano il laicato in una situazione di irresponsabilità e di infantilismo, bisognoso di paternalismi protettivi.

E non è questa la missione della Chiesa.





*Articolo pubblicato in E. Grasso, La Misión de los laicos en la Iglesia. Pautas para un compromiso en la política, Centro de Estudios Redemptor hominis (Cuadernos de Pastoral 6), Capitán Bado 2004 (2a ed.), 53-70, e in "Universitas" 6 (2004) 9-21.





[1] Cfr. G. Piovesana - M. Tenace, L’Anticristo con la traduzione del saggio di Solov’ëv, Lipa, Roma 1995, 91-92.

[2]
Cfr. Giovanni Paolo II, L’omelia della Messa per i giovani ed i fedeli della Galizia al Monte del Gozo (20 agosto 1989), in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XII/2, Libreria Editrice Vaticana 1991, 302-303.

[3]
Cfr. J. Werbick, Personne, in Dictionnaire de Théologie. Sous la direction de P. Eicher, Éd. du Cerf, Paris 1988, 536.

[4]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale…, 3.

[5]
Cfr. E. Gentile, Giolitti Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani, LV, Istituto della Enciclopedia Italiana, Catanzaro 2000, 173.

[6]
Catechismo della Chiesa Cattolica, 2442.

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02/04/07
 
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