VIENE IL MATTINO, MA ANCHE LA NOTTE
Al di là di qualsiasi manipolazione, errore dottrinale, differenti visioni programmatiche, ideologie o fede religiosa, dobbiamo sempre coltivare il massimo rispetto nei confronti di uomini che manifestano per cambiare una situazione di ingiustizia, di corruzione e di mancanza di libertà sostanziale e di speranza di vita.
Laddove vi sono uomini che affermano l'irrefrenabile esigenza della “lotta per la vita e per la dignità e l'integrità della persona umana che non trova risposta tra gli idoli del lucro e dell'efficenza, nell'insensibilità davanti alla sofferenza altrui e nella corruzione delle classi dirigenti" (cfr. Síntesis de las aportaciones recibidas para la V Conferencia General del Episcopado Latinoamericano, 344), è necessario che la Chiesa, a tutti i livelli, si interroghi e scopra in questa lotta per la vita i segni della presenza del Regno di Dio.
La missione della Chiesa, Madre e Maestra di vita, consiste nel saper leggere, nei faticosi ed a volte tortuosi movimenti di lotta degli uomini, il giungere del mattino ed anche della notte negli avvenimenti del mondo.
Se alla storia degli uomini manca la lettura profetica della Chiesa, la Chiesa tradisce gli uomini ed il mondo perde l'orientamento nel suo cammino.
La storia è un alternarsi di mattini e notti. Essa non ha una direzione verso un progresso evolutivo. La libertà dell'uomo ripropone sempre la lotta tra il bene e il male, la pace e la guerra, la giustizia e l'ingiustizia, la vita e la morte.
Impressiona la profezia di Isaia:
“Mi gridano da Seir:
‘Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?’.
La sentinella risponde: ‘Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!’” (Is 21, 11-12).
Gli avvenimenti di queste ore in Paraguay richiedono una lettura profetico-interpretativa.
Ci sono differenti elementi che devono essere decifrati alla luce delle categorie di mattino e di notte del profeta Isaia.
Un primo elemento è il crescente malessere del popolo che la politica, corrotta e clientelare del partito di governo non riesce più a contenere. Questo malessere non trova risposta nella classe politica del governo e neppure dell’opposizione.
La Chiesa dovrebbe interrogarsi sull'incapacità dimostrata di formare un laicato preparato che agisca nel proprio campo di azione che è la politica.
Su questo punto si vive un silenzio assordante che mostra l'urgenza di porre la questione della relazione tra ragione ed avvenimenti umani.
Se il fatto che il popolo si sta svegliando, scoprendo una possibilità di cambiamento, è un segno del mattino che viene, la riconosciuta impreparazione politica e sociale del laicato porta con sé il segno di una nuova notte.
Non preparato ad una costruzione coraggiosa e durevole di istituzioni democratiche migliori, il popolo continua a pensare con la mentalità tradizionale del cacique (capo tribù) di un tempo o del nuovo caudillo o leader carismatico che viene a risolvere tutto magicamente, creando, in realtà, una nuova dipendenza infantile e viscerale, invece di intervenire con creatività e costanza (cfr. Síntesis de las aportaciones recibidas para la V Conferencia General del Episcopado Latinoamericano, 280).
In questo senso la manifestazione del 29 marzo pone urgenti interrogativi al processo democratico del paese, se si considera l'inquietante titolo di “Última Hora”: “Lugo salva la sua marcia con l'aiuto dell'oviedismo" (30 marzo 2007, p. 1).
Tutti abbiamo diritto, in democrazia, di cambiare opinione. La democrazia ha bisogno di questi mutamenti che la verificano con libere elezioni. Sarebbe importante, tuttavia, spiegare come e perché ieri l'oviedismo era il pericolo per la democrazia (e nel marzo paraguaiano contro Oviedo vari giovani morirono), ed oggi l'oviedismo salva la democrazia.
Queste alleanze possono annunciare l'arrivo di una nuova notte?
Esiste un altro elemento preoccupante. Tutti ricordano Mons. Lugo l’8 dicembre 2006 benedire migliaia di persone a Caacupé. Ieri, le mani alzate al cielo. Oggi, saluta il popolo con il pugno alzato.
Come le mani alzate al cielo o giunte in atteggiamento di preghiera hanno la loro storia, così anche il pugno alzato ha la sua.
Alla fine del 1918 gli spartachisti tedeschi, il movimento fondato da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, adottarono un nuovo simbolo per salutarsi, il pugno alzato che deriva da un antico saluto dei gladiatori. Le dita rappresentano le divisioni sempre presenti nel movimento operaio, che, una volta superate con le lotte, arrivano ad essere uno strumento potente come un pugno. Fino alla Guerra Civile di Spagna il saluto si faceva con il pugno alzato vicino alla tempia, per indicare che si avevano le idee comuniste in testa. Dopo la Guerra di Spagna, il saluto si fa con il pugno alzato e distante dalla testa.
Mattino, notte, mattino... Mai dobbiamo disperare. La speranza è virtù teologale.
Ma la speranza è un'altra cosa dall’illusione che si alimenta di simboli e parole che non si sottomettono al giudizio della ragione.
Chi ha vissuto ed analizzato i tragici miti del secolo XX: nazionalismo, fascismo, nazismo, imperialismo, comunismo (o socialismo reale) con la loro catena di distruzione e di morte, non può tacere laddove vede che il “nunca más” può ritornare.
È il mattino che viene o è una nuova e più tragica notte?
Non si può giocare con la speranza dei poveri.
Ad essi bisogna dire la verità. Non esiste futuro senza il cambiamento duro, faticoso, difficile del cuore dell'uomo.
Il populismo, il leader supremo, il messia salvatore preparano notti oscure.
In Venezuela la nuova formula del giuramento è la seguente: “Giuro per Cristo, il più grande socialista della storia, per tutti i dolori, per tutti gli amori, per tutte le speranze, che compirò i doveri supremi di questa meravigliosa costituzione, a costo della mia vita. Patria, socialismo o morte" [cit. in L. Larivera, Venezuela: «Il socialismo del XXI secolo», in “La Civiltà Cattolica” 158/I (2007) 510].
Ma Gesù non fu il più grande socialista della storia. Non mischiamo categorie che appartengono a campi differenti!
La politica, contro qualsiasi fondamentalismo di destra o di sinistra, richiede categorie razionali e la fatica di ottenere il consenso del popolo attorno ad un programma, un progetto, un insieme di uomini che costituiscono una classe dirigente. Non è improvvisazione o ripetizione di slogan. Si può conquistare il Palazzo d’Inverno, ma la domanda che si pose già Lenin sul “che fare?” non riguarda solo la presa del potere. La domanda fondamentale è sul che fare una volta conquistato il potere. Che cosa fare, con gli stessi uomini che non hanno conquistato istituzioni e acquistato comportamenti democratici, ma li hanno ottenuti per mezzo di nuovi caudillos dai quali nuovamente dipenderanno in modo infantile e viscerale?
Stiamo assistendo a rapidi cambiamenti di magliette, simboli e bandiere, affinché nulla cambi e tutto continui come prima?
La domanda è più che legittima e i sacerdoti, che Gramsci definiva gli intellettuali del popolo contadino, dovrebbero costituire una coscienza critica, in nome della "memoria sovversiva" dell'avvenimento salvifico, della storia e delle lotte
degli uomini per liberarsi delle catene di differenti poteri che opprimono sempre, però, in nome del popolo e della sua liberazione.
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