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VISITA AL SEMINARIO MAGGIORE SAN JOSÉ

DI CIUDAD DEL ESTE (PARAGUAY)


I seminaristi del Seminario Maggiore San José


 

Dal 25 al 29 gennaio dell'anno in corso, su invito del Rettore del Seminario Maggiore San José di Ciudad del Este, ho tenuto una serie di incontri con circa settanta seminaristi sul tema: "Fondamenti teologici del processo di inculturazione".

L'erezione di un seminario maggiore rientra nelle competenze di un Ordinario diocesano, in base a quanto prescrive il "Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum Successores" del 22 febbraio 2004.

Al numero 85 di questo Direttorio possiamo leggere: "Il Vescovo insista decisamente e con convinzione sulla necessità del seminario maggiore quale strumento privilegiato per la formazione sacerdotale e si adoperi affinché la diocesi abbia un seminario maggiore proprio, come espressione della pastorale vocazionale della Chiesa particolare e nello stesso tempo come comunità ecclesiale peculiare che forma iI seminaristi durante il corso sull'inculturazione futuri presbiteri ad immagine di Gesù Cristo, buon pastore. L'istituzione del seminario maggiore diocesano è condizionata dalla possibilità della diocesi di offrire una profonda formazione umana, spirituale, culturale e pastorale ai candidati al sacerdozio. A tale scopo il Vescovo cercherà di favorire la formazione dei formatori e dei futuri professori al più alto livello accademico possibile".

Mons. Rogelio Livieres, Vescovo di Ciudad del Este, ha ritenuto opportuno dar vita a questo nuovo Seminario. L'erezione di questa istituzione, dato che già esiste in Paraguay un Seminario Nazionale, è stata fortemente criticata ed osteggiata da varie parti.

Nella maggioranza dei giudizi hanno pesato due fattori:

1.   Mons. Livieres proviene dall'Opus Dei. E questo fatto - per persone che partono da posizioni ideologiche preconcette e che sono incapaci di un'analisi del fenomeno in sé, che richiede l'applicazione, come insegna Edmund Husserl, del concetto di epoché che è uno stato mentale di sospensione del giudizio - ha inciso negativamente.

L'incapacità di una seria analisi fenomenologica - soprattutto in un Paese fortemente polarizzato ove si è cristiani, membri di un partito politico e tifosi di una squadra di calcio non per scelta personale, ma per nascita - ha gravato in maniera negativa, sin dall'inizio, sulla nomina di Mons. Livieres.

Tutto ciò mi ha ricordato l'isolamento e l'ostracismo che circondarono la nomina di Mons. Oscar Arnulfo Romero, essendo la sua formazione spirituale di provenienza dell'Opus Dei.

2.   Mons. Livieres, sin dall'inizio, è entrato in contrasto, con le sue posizioni ed il suo parlare, con certi atteggiamenti tipici di quella che viene chiamata la idiosincrasia paraguaya e che possono essere sintetizzati in cinque parole chiave:

                               I.     Ñembotavy (dal guaraní: inganno, frode, tranello): lo si dice della persona che finge di essere stupida o di quella che di fronte a un fatto criminale mostra di non aver visto o sentito nulla.

                              II.    Mbareté (dal guaraní: forza, energia): lo si dice della persona che fa un uso illecito, per un interesse personale, delle prerogative o dei poteri connessi a un incarico pubblico.

                            III.    Tranquilopá (dal guaraní pa: tutto): nessuno si preoccupa o si responsabilizza.

                             IV.     Vaí vaí (dal guaraní vaí: brutto, cattivo): male-male. Non tanto bene.

                             V.     Opareí (dal guaraní opá: fine, finire e reí: invano, inutile, senza valore): tutto finisce nel nulla. Lo si dice, generalmente, di una causa giudiziaria, una denuncia che si conclude con la prescrizione e senza nessuna conseguenza.

Giudicare il fenomeno per come si presenta

La mia formazione intellettuale, forgiata anche da tante sofferenze conosciute in nome di pregiudizi umani di chi ti giudica e pretende di conoscere i fatti che ti riguardano solo in nome di posizioni ideologiche precostituite, mi ha educato a sospendere il giudizio (epoché) per poter poi giudicare il fenomeno per come si presenta e non per quello che io pretendo sia.

È con questa mentalità che mi sono avvicinato al Seminario San José, un luogo di formazione con certi parametri culturali e con un determinato stile di vita che non appartengono alla mia storia personale e al mio bagaglio culturale.

Ma, per ritornare a Husserl, mi sono avvicinato con quella empatia (capacità intellettiva di una persona di sperimentare i sentimenti di un altro individuo) senza la quale il fenomeno in sé scompare dietro una nostra costruzione del tutto soggettiva.

Ciò che mi ha impressionato in questi incontri con i seminaristi e con i formatori è la grande serietà con cui viene portato avanti l'impegno assunto.I seminaristi con Emilio

La puntualità e fedeltà agli orari, il silenzio e l'attenzione con cui venivano seguite le conversazioni che tenevo, l'intelligenza di tante domande poste, l'apertura all'ascolto di un discorso che in alcuni aspetti poteva essere anche provocatorio, la correttezza dei rapporti e la serena allegria dei volti, la profonda devozione nella partecipazione alla preghiera comune, la solennità delle celebrazioni liturgiche e la disponibilità ai cambi d'orario, tutto questo, onestamente, mi ha profondamente e favorevolmente impressionato.

Come suol dirsi, se un dito ti mostra una stella, è la stella che devi guardare, anziché fermare la tua attenzione al dito che te la indica.

Certamente vi sono degli aspetti che possono essere criticati e non condivisi. È indubbio che vi sono vari elementi, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche, che andrebbero liberati da residui barocchi che appesantiscono inutilmente il rito e fanno perdere le note di sobrietà ed essenzialità.

Vi sono delle distinzioni, come direbbe Congar, tra Tradizione e tradizioni che sicuramente, ben spiegate e intelligentemente applicate, arricchirebbero la realtà del Seminario San José e gli risparmierebbero alcune critiche che possono danneggiare una esperienza che ritengo sostanzialmente valida.

Chiamare tutti alla pienezza della vita

Nei miei incontri sul tema dei "fondamenti teologici del processo di inculturazione", ho posto in evidenza che mai possiamo dimenticare che la ragione di esistere della Chiesa risiede nell'essere Sposa viva del Signore vivente. La Chiesa non è chiamata a conservare quel che è morto, ma a convocare tutti alla pienezza della vita.

Sin dalle sue origini, il cristianesimo ha dovuto assumere la particolarità di una determinata cultura. Per questo, il suo incontro con le culture, oggi come ieri, è sempre contemporaneamente anche uno shock di due culture. Tutto il problema consiste nel sapere se l'estraneità del messaggio cristiano proviene dal paradosso evangelico stesso oppure dal veicolo culturale privilegiato al quale esso si trova storicamente associato[1].

La grande fedeltà affettiva ed effettiva che ho incontrato nei confronti del Successore di Pietro mi sembra un elemento fondamentale di garanzia affinché i sacerdoti che usciranno dal Seminario San José possano, senza inginocchiarsi di fronte allo spirito del mondo, coniugare la fedeltà a Cristo Signore con la fedeltà fino alla morte a quegli uomini in mezzo ai quali saranno inviati per annunziare e testimoniare il Vangelo della salvezza.

Infatti, è nel primato della Cattedra di Pietro, che presiede alla carità di tutte le Chiese, che il processo dell'inculturazione incontra l'accordo della compatibilità tra le differenti forme di inculturazione del messaggio cristiano, e l'ineludibilità del paradosso evangelico.

Mi è sembrato giusto, pur con tutti i limiti della mia capacità di comprensione, dare una testimonianza pubblica di ciò che ho visto.

Nei giorni passati nel Seminario San José de Ciudad del Este, il mio pensiero è corso ai tanti congressi, discussioni e pubblicazioni che ci investono da tutti i lati sulla crisi del sacerdozio e delle vocazioni.Mons. Rogelio Livieres

Vedendo tutti quei ragazzi, soprattutto quando li osservavo con profonda empatia durante le celebrazioni liturgiche, pur essendo la mia cultura ed esperienza molto lontane dalla loro, mi sono tornate alla memoria delle parole di Bernanos che lessi quando ero giovanissimo: "Nella crisi della poesia, ciò che importa non è tanto criticare i cattivi poeti quanto scrivere buoni versi".

Mons. Livieres sta tentando, con audacia e passione, di formare dei buoni preti.

Il mio amato Bernanos direbbe ai tanti critici che osservano dalla sponda del fiume senza sporcarsi le mani che, se questi versi che si scrivono nella crisi della poesia non piacciono, siano loro ad osare e ci facciano assaporare dei versi migliori.

Emilio Grasso



[1] Cfr. E. Grasso, Fundamentos teológicos del proceso de inculturación, in E. Grasso, María de Guadalupe en el corazón de la interculturalidad, Centro de Estudios Redemptor hominis, San Lorenzo 2008, 13-39.

05/02/2011

 
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