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IN MEMORIA DI MONS. JEAN-MARIE BENOÎT BALA

 

Nell'apprendere le sconvolgenti notizie che hanno accompagnato l'avvenimento della morte di Mons. Jean-Marie Benoît Bala, ho ricordato nella preghiera l'amore e l'amicizia che mi legavano al Pastore della diocesi di Bafia.

In questo momento, desidero riprendere il discorso da lui pronunciato a conclusione di un ritiro sacerdotale diocesano, da me diretto, per tutto il clero di Bafia, che si tenne a Grand Batanga (Kribi - Camerun) dal 12 al 17 luglio 2004.

È per mezzo di queste parole di Mons. Bala che mi unisco al profondo dolore della Sposa di Cristo che vive in Camerun, parole che continuano a essere un programma di vita spirituale e pastorale per l'amata diocesi di Bafia.

 

   

Grand Batanga, dal 12 al 17 luglio 2004 

IN MEMORIA DI MONS. JEAN-MARIE BENOÎT BALA

COMUNICATO FINALE


Caro Emilio,

Cari confratelli nel sacerdozio, domenica scorsa, 11 luglio 2004, nella Cattedrale di Bafia, concludevo la mia prima visita pastorale nelle parrocchie della nostra immensa diocesi. Non cesserò mai di esprimervi la mia gratitudine per i momenti di intensa comunione fraterna vissuti insieme, nelle comunità delle vostre parrocchie. La conclusione di questa tournée pastorale, domenica scorsa, ha coinciso con il primo anniversario della mia presenza episcopale a Bafia. È in effetti l'11 luglio 2003, alla vigilia della mia ordinazione, che arrivai al Vescovado. Era l'inizio della mia presenza in mezzo a voi, al vostro fianco, l'inizio anche della presenza di ciascuno di voi al mio fianco, e di noi tutti in mezzo al nostro popolo. È questa presenza, la nostra presenza gli uni al fianco degli altri, che abbiamo celebrato domenica, la XV dell'anno liturgico C e, felice coincidenza, domenica del Buon Samaritano, ovvero dell'autentica scuola del Prossimo, incentrata sulla domanda "chi è dunque il mio prossimo?".

Parlando della nostra presenza, gli uni al fianco degli altri, si tratta precisamente della risposta a questa domanda evangelica. Sull'esempio del Buon Samaritano, e al seguito del Figlio di Dio che si è incarnato per essere eternamente presente in mezzo a noi, la nostra presenza consiste nel diventare il prossimo di tutti: confratelli sacerdoti, religiosi-religiose e laici, uomini e donne, bambini, giovani e adulti, di qualsiasi origine e condizione sociale, soprattutto i più deboli e poveri. Essere il prossimo attraverso una presenza che mette in movimento, struttura, rassicura, conforta, stimola, rialza e impegna a un cammino comune di rinnovamento della dignità di ciascuno, per una più grande felicità condivisa, ma una felicità che noi realizziamo insieme nella corresponsabilità, la sinodalità e la fraternità. Ripartiremo domani mattina con la ferma convinzione che, in tutto ciò, si tratta essenzialmente, per noi tutti, di immergerci nelle profondità della sorgente della nostra identità cristiana e sacerdotale: la vita trinitaria.

Rendiamo grazie al Signore che ci ha condotto qui a Gran Batanga, il nostro Thabor della contemplazione della vita trinitaria. Ringraziamo di tutto cuore l'inviato di Dio, nostro fratello Emilio, che ci ha permesso di accostarci, di vedere, di toccare e di penetrare, in un nuovo approccio teologico e spirituale, la realtà di questa vita trinitaria e soprattutto le sue implicazioni nella nostra vita personale, pastorale, ecclesiale e sociale.

Non costruiremo delle tende su questo Thabor di Grand Batanga, vista la necessità di ritornare rapidamente nei nostri diversi campi di missione dove, in quanto Chiesa, la Chiesa "sacramento di libertà", siamo insieme "icona della Trinità", e dove questa Trinità, essendo il "nostro programma di rivoluzione sociale", ci impegna a tenere unite sostanzialmente la memoria, l'intelligenza e la volontà, al fine d'essere contemplativi in azione, lontani da ogni "deismo pastorale", in maniera che ciascuno di noi realizzi la sua responsabilità come esigenza interiore, in quanto uomo libero, capace di scelta e d'amore, e agisca sempre, non nell'ordine di un progetto personale, ma secondo "le ragioni di Dio" nella storia umana.

Tali mi sono apparse le principali basi che il nostro fratello Emilio ci ha permesso di rivisitare, le basi della missione redentrice, missione del Cristo e nostra missione. Grazie infinitamente, caro Emilio, per questa ricchezza spirituale condivisa con noi molto fraternamente. Grazie in particolare per la messa in guardia a non "rimanere a secco", allorquando perdiamo l'abitudine di fermarci ogni giorno alla "stazione di servizio" che è per noi la LECTIO DIVINA. Lunga è infatti la strada che ci conduce dalla dipendenza alla responsabilità.

Grazie a ciascuno di voi, cari confratelli, per essere venuti e per la qualità della vostra partecipazione a questo ritiro dei sacerdoti di Bafia che ci ha mostrato il grande lavoro che rimane da compiere. Assumiamo dunque le nostre responsabilità! Sì, prendiamo la nostra responsabilità! Perché la fede in Gesù Cristo è responsabilità dell'uomo che siamo e di tutti gli uomini, una responsabilità della Chiesa e del mondo. Durante tutta la mia visita pastorale attraverso la diocesi, non ho detto altro che questo, lanciando un appello, quello che Emilio ha ripreso esplicitando teologicamente: che ciascuno, al suo livello, prenda la sua responsabilità, affinché possiamo essere veramente responsabili insieme. È questo appello che giustifica i diversi temi che sviluppo sin dal mio arrivo nella diocesi nel corso delle sessioni, le visite pastorali e gli altri incontri.

In effetti, si tratta di questo appello:

- quando parlo della Parrocchia e ciò vale per la diocesi come "l'insieme dei fedeli del Cristo, uguali in dignità, differenti nelle funzioni, complementari e solidali nella missione di annunciare il Vangelo";

- quando insisto nel precisare che ciò che è primordiale è d'essere ciascuno il fedele di Cristo, attraverso l'imitazione e l'identificazione a Lui, il Figlio di Dio, e di essere, come Lui, testimone dell'amore di Dio, colui che "passa nel mondo facendo il bene";

- quando parlo della parrocchia come il luogo di partecipazione e di impegno dove "tutti fanno tutto", ma "in ordine", cioè "non allo stesso posto, allo stesso titolo, allo stesso tempo, né alla stessa maniera";

- quando parlo del Parroco che non deve dire e fare tutto lui, perché non detiene tutti i carismi e ancor meno il monopolio dell'intelligenza o della responsabilità;

- quando parlo ai bambini e ai giovani dell'esigenza di competenza per lo sviluppo massimo dell'intelligenza, della passione della conoscenza e della scienza, dell'esigenza di battersi attraverso la dedizione al lavoro, soprattutto il lavoro ben fatto, dell'esigenza della competitività, attraverso il superamento di sé in una sana emulazione per essere migliore fra i migliori, dell'esigenza di complementarietà attraverso la dinamica del dare e del ricevere, del dono di sé agli altri e l'accoglienza degli altri;

- quando metto in guardia contro una concezione mercantilistica della scuola. In effetti, la scuola non serve per guadagnare in seguito molti soldi, ma semplicemente per riuscire nella vita, cioè realizzare se stessi e contribuire a un'inserzione sempre più grande dell'uomo nel cosmo e nella società umana, diventare, attraverso la capacità di trasformazione, un produttore di felicità per se stessi e per l'umanità;

- quando dico alle "Élite residenti ed esterne" della nostra diocesi che abbiamo certo bisogno del loro apporto materiale e finanziario, ma ciò che noi ci aspettiamo maggiormente da loro è, da una parte, che vivano un'autentica comunione evangelica fra di loro, con noi e con le differenti componenti della diocesi e, dall'altra, ci attendiamo la loro competenza intellettuale, scientifica e tecnica e un impegno diretto con noi al livello della base, affinché insieme possiamo trovare delle soluzioni durevoli ai problemi della vita nei nostri quartieri e villaggi;

- quando parlo dell'autonomia della nostra Chiesa diocesana, situandola innanzitutto a livello personale, ossia la capacità di pensare, riflettere, scegliere, decidere, agire personalmente, fare ciò che si deve fare senza aspettare mai che ci sia comandato da parte di altri o dall'alto, o che qualcuno lo faccia al posto nostro; ebbene sì, dico che l'autonomia personale è la porta d'entrata nell'autonomia della fede, in vista di una Chiesa autonoma e adulta. Una Chiesa radicata nella sua storia, che si costruisce nella corresponsabilità, nella sinodalità e nella fraternità. La Chiesa Comunione, la Chiesa Famiglia di Dio.

Essere questa Chiesa dipende dall'impegno di noi tutti. Sosteniamo insieme l'educazione preliminare e necessaria a una unità di visione intorno a questa concezione della Chiesa.

Che il Signore benedica ciascuno di voi, il vostro viaggio di ritorno, le vostre comunità che raggiungerete e il nostro prossimo anno pastorale. Ancora una volta, grazie infinite.

 

+Jean-Marie Benoît BALA
Vescovo di Bafia

 

 


14/06/2017

 
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