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Profili missionari e spirituali

 

Avvenire

15 febbraio 2006 11.43

FIRENZE

E' MORTO A 92 ANNI
DON DIVO BARSOTTI

È morto stamani nell'eremo di Casa San Sergio, a Settignano, sui colli fiorentini, don Divo Barsotti, mistico, poeta, teologo, scrittore, fondatore della Comunità dei figli di Dio, che conta oggi oltre 2.000 membri in diverse parti del mondo. Il 14 aprile avrebbe compiuto 92 anni.

Grande interprete del monachesimo orientale, don Barsotti ha scritto oltre 150 libri ed ha dialogato con i più grandi filosofi e pensatori del Novecento: da Hans Urs Von Balthasar a Henry De Lubac, da Thomas Merton a Giuseppe Dossetti, da Mario Luzi a Giorgio La Pira.

Carlo Bo lo ha definito "uno degli spiriti più alti del nostro tempo" e il Dizionario della spiritualità italiana della Città Nuova lo pone tra le 10 figure spirituali più importanti del Ventesimo secolo.

 

 


Fin dalle sue origini, la Comunità Redemptor hominis, in particolar modo  nella persona del nostro fondatore don Emilio Grasso, è rimasta legata da profonda amicizia a don Divo e alla sua “Comunità dei Figli di Dio”.

Diverse volte lo abbiamo incontrato nella sua casa di San Sergio, con grande affetto e commozione e con profonda gratitudine per la sua esistenza e la sua amicizia, partecipiamo oggi alla sua entrata nella Casa del Padre.

Egli attendeva l’incontro “faccia a faccia” con Dio, come disse ad alcuni di noi durante un incontro nel maggio 2003. Chiamato per nome, un giorno lontano, e continuamente in relazione sponsale con il Cristo che lo affascinò, lo abbiamo visto in questi giorni ancor più “uomo in missione”. Dalla sua stanza di Settignano, nella contemplazione del Volto di Dio, raggiunge tutti gli uomini della terra, nel sacrificio di sé, nell’offerta pura della sua vita, nell’unione mistica a Colui che ha dato senso a tutta la sua vita.

  

 

 “CHIAMARE PER NOME”
 

Alcuni aspetti della missione in don Divo Barsotti
 

 

Siamo andati a trovare don Divo nel maggio scorso, nella sua casa di  Settignano in Toscana. Costretto a letto per una grave malattia che sopporta con fede e serenità, don Divo ci ha accolto con amicizia profonda, un’amicizia che data quasi quarant’anni.

Abbiamo incontrato don Divo come un “libro aperto”, pagina di storia della Chiesa, testimonianza della spiritualità di un secolo, ponte tra passato e futuro, “contemporaneo del futuro”, com’è stato definito, in un presente che egli vive più che mai nell’attesa dell’incontro “faccia a faccia” con Dio.

Emilio, Antonio ed io abbiamo parlato a lungo con lui, in un dialogo che ci ha riportato indietro nel tempo, a quando sfogliavamo per la prima volta i suoi libri. Abbiamo ritrovato nelle parole vive l’eco di tutto ciò che ha scritto, memoria lucida e fedele del suo vissuto spirituale che appartiene alla Chiesa, a noi, a tutti.

Condividendo il suo modo di vedere la missione della Chiesa1, proponiamo ai nostri lettori il suo pensiero. La sua stessa vocazione, come da lui sempre affermato, è una vocazione missionaria. 

Ad immagine della Trinità 

Don Divo sottolinea che la missione della Chiesa ha le sue radici nella vita trinitaria. All’origine di questo pensiero, c’è l’idea della “comunicazione” della vita divina, termine tanto caro alla teologia orientale da cui Barsotti ha attinto molto, al punto da assimilare “come per connaturalità, l’animo e la sensibilità spirituale ed esegetica” dei Padri2.

 Nel rapporto Padre-Figlio-Spirito Santo c’è “comunicazione” della vita divina, in quelle che san Tommaso chiama “missioni intime” della Trinità (la generazione del Figlio, la processione dello Spirito). Seguendo il pensiero di san Tommaso, Barsotti afferma che tutto ciò che la Trinità compie all’esterno (creazione, incarnazione del Verbo, ecc.) non è che il prolungamento di quelle “missioni intime”: Dio, comunicandosi alle creature, si comunica, perciò, come Trinità.

Togliendole quest’aspetto, la missione si spoglierebbe di ciò che le è proprio e finirebbe per perdersi in quelle attività che si occupano soltanto di valori naturali e mondani. è per questo che Barsotti insiste sulla necessità di tornare ad annunciare Cristo in tutta la sua radicalità. Oggi, la predicazione della Chiesa parla solo incidentalmente di Cristo. La protezione della vita, i problemi della giustizia e la pace dei popoli sono tutte cose importanti e la Chiesa fa bene ad impegnarsi, ma il cristianesimo è altro. Se si riduce solo a promozione umana, si evacua la pienezza del mistero di Cristo3.

Se l’uomo potesse dar tutto, ma non donasse Dio ai suoi fratelli, comprometterebbe la loro salvezza. Se il cristianesimo divenisse soltanto messaggio di liberazione economica, politica, di grandezza e felicità temporale, sarebbe soltanto menzogna.

La missione di Cristo Signore è di riportare l’uomo nella comunicazione trinitaria; non soltanto irruzione del divino, ma comunicazione della vita di Dio. Cristo, nel momento in cui torna nel seno trinitario, affida alla Chiesa il compito di far presente nel mondo la Sua stessa missione.

Barsotti ci mette in guardia da una spiritualità d’evasione, per richiamarci ad una spiritualità che implichi la missione stessa di Gesù: la storia vera non ha, come suo contenuto, che la missione data da Gesù ai dodici. 

Il primato della contemplazione 

Appoggiandosi sulla teologia trinitaria, Barsotti presenta l’uomo come fascio di relazioni: un io che esiste nel momento in cui entra in relazione con il Tu di Dio. Nasce, così, il primato della contemplazione che fonda la missione: l’amore di Dio fa nascere il bisogno di donarLo ai fratelli.

Per Barsotti, “solo la mistica salverà il mondo. La mistica è il calarsi di Dio nel contesto umano. Dio entra veramente in quest’umanità e la solleva, lentamente la prende, la unisce a sé e la innalza verso di Lui. Questa è la grandezza propria della vocazione cristiana. Non saremo mai un numero, mai. Ognuno deve sentire, nella sua povertà, di essere lo strumento di Dio per un’opera che lo vince e lo innalza ad un piano, ad una dimensione, non solo nuova, ma del tutto incredibile”4.

Barsotti considera l’esperienza mistica come l’incontro tra due libertà: la libertà di Dio che vuole comunicarsi all’uomo e la libertà dell’uomo che si apre nella fede ad accogliere Dio. Questa vita mistica non è riservata soltanto ai monaci: ogni cristiano può e deve aspirare all’unione mistica con Dio in Cristo Gesù. Non c’è contrasto tra vita contemplativa e vita attiva, essendo da ritenere falso l’insegnamento comune di una loro opposizione.

è dalla vita mistica che nasce la missione. Essa è ricerca del Volto di Dio, contemplato, ma mai in maniera esaustiva. Nella missione si annuncia per crescere nella conoscenza di Dio, per vedere e contemplare il suo Volto, sicché si dona e si riceve insieme. Nella missione si annuncia per far conoscere e per conoscere. “L’esperienza del mistico – infatti – non può mai esaurire una conoscenza di Dio. Dio solo conosce Dio; una conoscenza esaustiva di Dio non potrebbe essere propria di una creatura. Vuol dire che l’esperienza mistica non solo è molteplice perché molti e diversi sono gli uomini che cercano il Volto di Dio, ma anche perché Dio stesso si rivela più o meno secondo la sua libertà, secondo la capacità di ogni uomo e ogni uomo può avere una certa conoscenza di Dio già in quella fame di assoluto che lo spinge in un cammino senza fine”5.
 

Chiamare per nome 

Per Barsotti, è molto evidente che il cristianesimo è una religione personale. La comunicazione della vita nella Trinità è comunicazione tra persone. Dio si comunica all’uomo e lo salva personalmente: non il genere umano è redento, ma il “corpo” dei singoli redenti. Dio chiama i suoi amici per nome (cfr. Gv 10, 1-18). Tutta la missione del Figlio è questa ricerca delle sue pecore; per ognuna, singolarmente, offre la sua vita.

“Dal fatto che al sommo grado Dio si rivela come Persona, ne consegue che l’elezione di Dio non è nel cristianesimo elezione di un popolo, ma vocazione personale”6. La persona umana diviene il valore assoluto perché in rapporto immediato con Dio.

In questa originalità consiste anche il proprium della missione: far emergere gli uomini dalla moltitudine, chiamarli per nome, dare un nome all’amato, far sì che acquisti un valore unico.

Ci diceva Barsotti: “Tante volte noi opponiamo la comunità alla persona. Non  esiste comunità se non in quanto la persona assume gli altri, ma è sempre Lui quello che vive in ciascuno. Quanto più si va avanti nella vita soprannaturale, tanto più gli altri scompaiono come persone divise e rimane, unico, il Cristo. In Cristo ci saranno tutti, ma nel Cristo, non indipendentemente da Lui; è anzi Lui, la sua presenza che suscita la comunità. La missione rende presente questo: Dio ci chiama per nome, ma ci chiama per fare qualche cosa, mai indipendentemente dalla sua volontà. La missione, pertanto, ha le radici nella chiamata che si esprime e si vive nel dono di tutta la vita a quello che il Signore ci chiede”.

La missione della Chiesa è di salvare l’uomo, l’uomo concreto di tutti i tempi, di tutte le latitudini: quest’uomo che deve divenire Dio.

Per Barsotti, riprendendo l’espressione di san Tommaso, l’uomo è desiderio naturale di vedere Dio: non vede Dio in astratto, in un’immagine della sua fantasia, ma in colui che ne ha fatto l’esperienza e si mostra quale icona vivente di Dio.

Il Cristo, che non è visibile in sé, si fa visibile in chi, vivendo nella sua presenza, irradia la sua luce. La presenza ultima del Cristo nel mondo è il cristiano; è nel cristiano che Egli si fa visibile al mondo; è nel cristiano e per il cristiano che Egli opera ancora. Il cristianesimo non è soltanto una comunicazione di verità, ma anche di vita.

è per questo che il rinnovamento della missione è impossibile al di fuori di uomini nuovi. Le strutture della Chiesa sono frutto di questi e non viceversa. Il rinnovamento è opera dello Spirito, nasce dall’intimo; la legge può riconoscerlo quando è avvenuto o eliminare gli ostacoli, ma, di per sé, non lo produce.

Chi è, però, l’uomo nuovo? Per Barsotti, è il santo. L’annunzio e l’impegno ad extra non precedono mai la santificazione personale, ma scaturiscono e prorompono solo dall’uomo che ha veramente incontrato Dio e che, attirando a sé, come termine storico d’un cammino, un’umanità stanca e delusa, la porta veramente ad incontrare Dio Padre, origine non originata di ogni vita. 

Missione e croce 

Per Barsotti, non vi è missione senza sacrificio e croce: è nel sacrificio che la missione trova il suo compimento e realizza il suo fine; e sarà proprio la testimonianza (il martirio), come ci ricorda Giovanni Paolo II, che costituirà un particolare “luogo teologico”, il punto da cui si dovrà partire per rendere credibile l’annuncio del Vangelo7.

La nostra missione deve costarci quello che è costata a Cristo. Si parte per l’annuncio ben sapendo che tutta la storia di salvezza è una lotta. Il mondo perseguiterà sempre la Chiesa perché essa vuole generare Cristo negli uomini e questo comporta la trasformazione del mondo. Gli uomini debbono, in qualche modo, ricevere Dio da noi. La Chiesa si interessa del mondo perché la sua missione nel mondo non sia sterile. Non fa, però, un discorso per appagare il mondo. Suo fine ultimo è quello di far entrare gli uomini nel Corpo mistico del Cristo che è la Chiesa perché solo il Cristo entra nel seno di Dio8.

L’origine e il fine della missione sono questo suo radicarsi nel mistero trinitario. In questo itinerario, “da Dio a Dio”, il pensiero di Barsotti può essere sintetizzato in una espressione a lui cara e che ha costituito il suo programma di vita: essere figlio nel Figlio. La missione della Chiesa è di donare all’uomo l’adozione filiale e di farlo tornare alla casa del Padre nel Figlio suo, Gesù Cristo. Alla fine, non ci sarà che un solo salvato: Gesù Cristo e il suo corpo che è la Chiesa. Se la missione è di andare ad annunciare, essa è anche quella di riportare a Dio il dono ricevuto e fatto fruttificare.

Ci sono tanti altri aspetti che Barsotti ha messo in luce per meditare sulla missione della Chiesa, come il rapporto del cristianesimo con le culture e le altre religioni. Ci siamo limitati ad alcuni. Quello che più ci ha colpito, parlando con don Divo o leggendo i suoi libri, è questa realtà profonda incrollabile: chiamato per nome, un giorno lontano, e continuamente in relazione sponsale con il Cristo che lo affascinò, lo abbiamo visto in questi giorni ancor più “uomo in missione”. Dalla sua stanza di Settignano, nella contemplazione del Volto di Dio, raggiunge tutti gli uomini della terra, nel sacrificio di sé, nell’offerta pura della sua vita, nell’unione mistica a Colui che ha dato senso a tutta la sua vita.




Nato a Palaia (Pisa) nel 1914, don Divo Barsotti è uno dei teologi contemporanei più importanti e una delle figure più prestigiose del cattolicesimo italiano. Ordinato sacerdote nel 1937, vive dall’immediato dopoguerra nella “Casa San Sergio” di Settignano (Firenze). Il suo alto ed efficace magistero, così refrattario alle superficialità correnti, alimentato dalla visione del Cristo Crocifisso e Risorto, ma attento anche alla poesia e alla bellezza cristiana, ha dato origine alla “Comunità dei Figli di Dio”, i cui membri, sacerdoti e laici consacrati, si propongono di vivere un’esistenza di unione con Dio e di presenza cristiana nel mondo.

Vastissima è la produzione bibliografica barsottiana, costi-tuita da libri di commento alla Sacra Scrittura, di teologia spirituale, saggi, poesie, diari. Gran parte della sua opera è stata tradotta in tedesco, francese, olandese, polacco, inglese e spagnolo. Don Divo ha svolto anche intensa attività di predicatore (e memorabili furono i suoi “Esercizi spirituali” predicati a Paolo VI in Vaticano) e di guida spirituale di molte comunità religiose italiane e straniere.

 


Don Emilio Grasso, fondatore della Comunità Redemptor hominis, ha un profondo legame spirituale con don Divo Barsotti che gli è stato vicino in momenti particolarmente delicati e difficili della sua avventura apostolica, sin dai tempi delle baracche.

Don Emilio fece gli studi di Missiologia alla Pontificia Università Gregoriana e, quando giunse alla tesi di laurea, cominciò a pensare se un debito di  riconoscenza che aveva nei confronti di don Barsotti potesse saldarsi con uno studio sui suoi scritti. Mettere a fuoco il pensiero dell’autore fiorentino avrebbe mostrato come nella sua opera si poteva trovare il fondamento per una spiritualità missionaria. Don Emilio, in occasione della discussione della sua tesi, Fondamenti di una spiritualità missionaria. Secondo le opere di Don Divo Barsotti, affermava: “Esistenzialmente, prima ancora che intellettualmente, ritrovai sintonia con l’opera di don Barsotti; attraverso di essa ritrovavo qualcosa di antico e sempre nuovo che alla verifica dei fatti mi sembravano verità di fondo che resistono alle tempeste del tempo e permettono alla barca di navigare sicura verso il porto senza essere travolta dalle onde impetuose”.

Divo Barsotti fu molto riconoscente per questo suo lavoro: “La tesi mi fa sentire quanto è buono il Signore che ha voluto che tu, che hai dato tanti missionari alla Chiesa del Camerun, del Paraguay..., abbia cercato nei miei scritti quanto poteva animare una vocazione missionaria. è come se la tua risposta fosse oggi la mia stessa risposta... Hai letto e meditato tutti i miei scritti, nulla ti è sfuggito di quello che ho stampato. Non hai letto con distacco interiore e tanto meno con spirito polemico, ma con quella attenzione amorosa che realizza sempre una comunione vera e profonda”. Molti anni dopo, Barsotti esprimerà ancora la sua riconoscenza: “Tu – scrive a don Emilio il 13 aprile 2000 – sei stato il primo a scrivere qualcosa su di me, e te ne sarò sempre grato. Favore e stima, e anche entusiasmo, che oggi mi accompagnano... fino a ieri ero un balordo proscritto... Ma certo nessuno come te mi è stato fedele nell’amicizia. Te ne sarò sempre grato”.

   


“È l’amore che ci personalizza: Dio ama me! Non sono io che salvo me stesso, non sono io che salvo la mia persona, ma è l’amore di Dio che, volendomi, mi fa emergere dalla moltitudine e mi dà un nome unico, eterno. Non si ama finché l’amato non emerge dalla moltitudine e non acquista un nome per colui che ama, non acquista per lui un valore unico: nella misura in cui si ama, l’amato diviene tutta la vita”.

(D. BARSOTTI, Le lodi di Dio Altissimo, Ed. O.R., Milano 1982, 50-51)

 


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1 Vedi a proposito E . GRASSO, Fondamenti di una spiritualità missionaria. Secondo le opere di Don Divo Barsotti, Università Gregoriana Editrice (Documenta Missionalia 20), Roma 1986. Molti riferimenti sono tratti da quest’opera.

2 Cfr. G. MAZZANTI, Spiritualità della presenza escatologica del Risorto. Evento eucaristico e comunione universale. Saggio extravagante sulla dimensione profetica di don Divo Barsotti, in Cerco Dio solo. Omaggio a Divo Barsotti. A cura di S. TOGNETTI - G. GUARNIERI - L. RUSSO, Comunità dei Figli di Dio, Settignano (FI) 1994, 193.

3 Cfr. Intervista a Divo Barsotti, in R. RIGHETTO, Monaci. Silenzio e profezia nell’era post-cristiana, Camunia, Firenze 1997, 41, cit. in Divo Barsotti. Testimone di Dio nell’Italia del Novecento. A cura di C. NARO - L. RUSSO, Paccagnella Editrice, S. Lazzaro di Savena (BO) 2001, 227. 

4 Tutti i brani che riportiamo tra virgolette, e che non hanno un riferimento bibliografico, sono tratti dal colloquio avuto con don Divo a maggio 2003. 

5 D. BARSOTTI, Monachesimo e mistica, Abbazia San Benedetto, Seregno 1996, 24-25, cit. in Divo Barsotti. Testimone di Dio…, 232.

6 E. GRASSO, Fondamenti…, 234. 

7 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Congresso Teologico Internazionale di Lublino del 15 agosto 1991, in “L’Osservatore Romano” (16-17 agosto 1991) 9.

8 Cfr. D. BARSOTTI, Prediche al Papa. La responsabilità dei preti, Cinisello Balsamo (MI) 1975, 67; 131; 134, cit. in E. GRASSO, Fondamenti…, 149-153.


15/02/06


 
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