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Il 22 gennaio ricorre l'anniversario della morte di don Nicolino Barra (1935-2000). Lo ricordiamo riproponendo due testi, scritti alcuni anni dopo la sua morte, che ci presentano l'attualità della sua figura.

 

 


NICOLINO BARRA, PRETE OPERAIO

NELLA CHIESA DI ROMA*


La forza missionaria della coerenza


Anni di fermento quelli del post-Concilio a Roma. Don Nicolino ha trentatre anni ed è prete da noveNicolino Barra quando nel 1968 va a vivere nelle baracche della parrocchia di S. Agapito. Vi rimarrà per una decina d'anni. A quel tempo è già fabbro: era convinto che provvedere economicamente a se stesso rendeva più credibile il suo operato. Così si era iscritto alla scuola per fabbri. Il suo grande amico Lorenzo D'Amico ci racconta che non lo aveva fatto perché "era naturalmente portato" a quel mestiere; viveva il suo lavoro come liturgia della vita. D'altronde l'eventuale mantenimento da parte della comunità era per lui un punto di arrivo, frutto della maturazione di una parrocchia, non un dato acquisito.

Operaio tra i poveri, dunque, ma anche uomo di cultura vastissima, che attinge direttamente alle fonti letterarie, storiche, filosofiche, teologiche e che sa trasmettere il suo patrimonio senza farlo pesare a quei baraccati tra cui continua a vivere anche quando il Comune assegna loro, e a don Nicola, case popolari ad Ostia, in una zona di frontiera. Lì, a S. Vincenzo de' Paoli, è nominato vice-parroco, poi parroco nel 1984. Dopo dieci anni ne è nuovamente vice-parroco, con grande umiltà, e vi rimane fino alla morte, nel 2000, dopo quasi quattro anni di malattia.

Può sembrare tutta qui la storia di questo  sacerdote, marcatamente dalla parte dei poveri, vissuto nell'unità tra preghiera, lavoro e studio, tra ascolto e parola. Sempre alla ricerca della verità, senza tranquillizzanti certezze. Tuttavia, ci sembra che alcuni aspetti della sua testimonianza pastorale possano aiutarci a riflettere sulla missione delle nostre comunità parrocchiali in Italia, nel momento in cui, come ha sottolineato il Card. Camillo Ruini nella sua prolusione alla 52ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana nel novembre 2003, "la domanda cruciale riguarda l'attitudine della parrocchia ad accogliere e attuare quella grande svolta che va sotto il nome di conversione missionaria della nostra pastorale".

Mons. Vincenzo Apicella[1], Vescovo ausiliare a Roma, ha parlato di don Nicola come di "un grande prete romano", con "il pallino fisso di ritrovare nella normale Eucaristia domenicale della sua parrocchia il punto di partenza, di arrivo e di verifica di tutto il lavoro pastorale".

Egli viene ricordato ancor oggi per "La Tenda", lettera mensile che pubblica dal 1969 al 1986 con un gruppo di laici cercando un dialogo serrato e di analisi critica nella Chiesa locale di Roma, proprio per capire come il cristiano possa partecipare responsabilmente alla storia della città.

Il fulcro, però, rimane la parrocchia che per don Nicola può essere il luogo dove maturare un cammino di fede adulta, illuminato dalla parola di Dio. E la parrocchia, per andare incontro a chi non vive pienamente la fede, deve assumere una funzione missionaria.

La parrocchia è comunità-comunione non fine a se stessa, ma aperta al mondo, ai suoi problemi, agli emarginati, libera dal potere, orientata alla partecipazione e alla corresponsabilità di tutti i fedeli. Una parrocchia missionaria, in cui anche i poveri devono vedere l'esistenza di "altri più poveri di loro", e dove l'impegno caritativo non deresponsabilizza il cristiano-cittadino, ma lo chiama ad impegnarsi nella polis.

In essa si riscopre la serietà dei sacramenti e il loro riflesso nei comportamenti di vita, in risposte di fede e di impegno nel mondo, in cammini di conversione, ben lontani da una pastorale di sacramentalizzazione di massa dove l'acritica ripetizione di atti di culto fa della Chiesa il self-service che risponde alla necessità umana del "sacro" così come la Coca Cola risponde alla sete.

 La parrocchia è il luogo dove risuona la chiamata alla santità, dove si è posti davanti alle proprie responsabilità, dove non si applicano sconti o "saldi di stagione", ma ci si interroga sul perché di prassi e precetti.

Ogni cristiano è consacrato con il battesimo per essere partecipe della missione sacerdotale, regale e profetica per la salvezza del mondo, per questo tutta la predicazione e la catechesi sono orientati alla missione e al servizio del mondo.

Tutta l'attività parrocchiale trova il suo centro ricapitolativo, curato e partecipato, nella Messa, assemblea di tutto il popolo di Dio, culmine e fonte della vita della Chiesa e della vita di preghiera, espressione dell'unione dei cristiani a Cristo vivo e tra loro. In essa i sacerdoti si distinguono per il loro servizio, ma tutti sono ugualmente consacrati e hanno pari dignità.

Personalmente io ho conosciuto don Nicola soprattutto nel volto e nelle parole dei suoi amici, tra cui i suoi collaboratori della parrocchia di Ostia. Valorizzare la sua figura non è tanto riproporre scritti riferiti spesso a particolari momenti storici, ma reinterpretare l'oggi con lo spirito, la passione, la chiarezza intellettuale e la coerenza evangelica che don Nicola ha testimoniato e trasmesso.

Una ragazza di Ostia ci ha scritto: "Quello che importa è l'esempio. Lui ha lasciato noi; ogni membro della nostra comunità ha assorbito un po' di lui e ognuno di noi gli deve ciò che è oggi... Mi ha lasciato qualcosa di grande, qualcosa che nessuno potrà togliermi: me stessa".

Mariangela Mammi


*********


IL SEGRETO DI OGNI MISSIONE


Mons. Diego Natale Bona è stato parroco di S. Francesco Saverio alla Garbatella, a Roma, poi Vescovo diMons. Diego Natale Bona Porto-Santa Rufina e successivamente di Saluzzo, di cui è Vescovo emerito. È stato anche Presidente di
Pax Christi.

Gli abbiamo chiesto una breve testimonianza su don Nicolino. 

Anche se non ho frequentato molto don Nicolino Barra, il cammino pastorale nella Chiesa romana ci vedeva compagni di viaggio, in anni vivaci per la ricerca e le prospettive e mi rendeva attento alle scelte nuove e significative di sacerdoti amici, come don Nicolino ed altri di quella stagione ecclesiale.

Credo di poter comunque affermare che ogni volta che ho avuto occasione di parlare con lui mi sorgevano dentro interrogativi che mi hanno accompagnato a lungo e che ancora riaffiorano, ripensando alla sua figura di sacerdote profondamente immerso nel contesto umano-sociale ed ecclesiale.

La prima di queste impressioni, ed era la prima volta che lo incontravo, durante una conversazione tra sacerdoti ancora molto giovani, è stata quella di una adesione salda, una fede forte e radicata in Gesù Cristo, Gesù di Nazareth in tutta la sua umanità ed immersione nella ferialità della vita, in cui risplende l'Incarnazione del Figlio di Dio, il Signore, il "suo Signore".

È stato per lui riferimento costante, integrale e radicale e con Lui si è confrontato tutta la vita ed in tutte le dimensioni, quando celebrava all'altare come quando faceva catechesi ai fanciulli di prima comunione, nella sua officina di fabbro come nell'incontro della gente che gli viveva accanto.

Una spiritualità incarnata la sua, che legava bene insieme gli elementi umani-cristiani e sacerdotali, non ostentata ma semplice da apparire quasi naturale quando era invece frutto di lunga maturazione.

Il segreto di ogni missione, più al largo o più allo stretto, poco più in alto o poco più in basso che sia, è ancora sempre questo: l'adesione forte e costante a Gesù Cristo, il Signore, e che "la saldatura tenga".

Come non dimentico l'impressione che ho provato quando ho saputo della sua scelta di andare a vivere con altri tre sacerdoti diocesani in una baracca di borgata romana, iniziando un lavoro che non aveva mai fatto e di cui è diventato un "mastro", lavoro che sosteneva la sua vita di prete tra la gente. Una sceltaScritta in gesso tracciata da don Nicolino sulla lavagna della sua officina da fabbro che non era certo dettata né da protagonismo né da clima sessantottino, ma maturata nella riflessione, nello studio e nella preghiera per essere un segno di una Chiesa che sta coi poveri non solo a parole, per essere un pizzico di sale e di lievito in un contesto umano che portava la fatica della emarginazione, con uno stile di vita dettato dalle beatitudini evangeliche tradotte nel quotidiano.

Qui mi sembra di vedere l'autenticità della missione di don Nicolino, che è poi la "compassione" di Gesù che non è commiserazione, ma farsi carico, che va incontro a tutti gli uomini e a tutto l'uomo nella sua ricerca di giustizia, di speranza e di senso della vita, i valori evangelici enunciati nella sinagoga di Nazareth. Una passione che lo ha accompagnato per tutta la vita, anche quando ha seguito la sua gente trasferita dall'Amministrazione comunale in altro quartiere, ove ha avuto modo di tradurla con sapienza nella pastorale parrocchiale che gli era stata affidata.

Per arrivare ad una terza caratteristica: la costante appassionata ricerca di comunione ecclesiale, pur nella rigorosa analisi e lettura dei ritardi e delle contraddizioni della Comunità ecclesiale di Roma, sempre e prima di tutto fedele alla sua coscienza, chiaro e convincente nella serrata dialettica, ma sempre molto attento ad evitare ogni rischio di divisione o pericolo di rottura.

Perché la missione è "andare a due a due" e non è mai opera di navigatori solitari.

Ricordo così don Nicolino, e ringrazio il Signore di avermelo fatto incontrare.

don Diego



Per un approfondimento:

- Nicolino Barra (1 gennaio 1935 - 22 gennaio 2000). Prete e operaio a Roma, s.l. 2000.

- Gruppo La Tenda, Roma come Chiesa locale. Un'esperienza di dialogo, Edizioni Dehoniane, Bologna 2003.

- Su www.latenda.info è consultabile la collezione de La Tenda.

- AA.VV., Vita di una Comunità locale. Esperienze di evangelizzazione, Anterem, s.l. 2004. 


* Articolo pubblicato in "Missione Redemptor hominis" n. 69 (2004) 4.


[1] Attualmente Vescovo della Diocesi di Velletri-Segni.


22/01/2011

 
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