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Profili missionari e spirituali

 

 

PROFETICO PIÙ CHE RIFORMISTA

Il 26 giugno 1967 moriva a 44 anni don Lorenzo Milani

 

 

 

Una stanza dalle pareti nude, con una branda senza materasso, una cassapanca, un tavolino pieno di fogli, qualche sedia, una bacinella d'acqua per lavarsi: era questa la stanza di don Lorenzo Milani a Calenzano, nella parrocchia di San Donato dove era stato chiamato come cappellano poco dopo essere divenuto sacerdote, nel 1947. Sette anni dopo dovrà subire l'esilio impostogli dalla Chiesa diventando "priore del niente che è Barbiana".

E anche lì, in quelle terre dell'Appennino toscano dove tutti erano contadini a mezzadria, la sua stanzetta diventò aperta a tutti, a volte un'aula d'appoggio della scuola che aveva aperto per bambini e ragazzi. Appena arrivato aveva infatti smantellato le recinzioni attorno alla canonica: l'abitazione del prete doveva essere accessibile a tutti. Lui, i suoi aiutanti e gli scolari, mangiavano alla stessa tavola. Questo stile di sobrietà assoluta e di radicalità evangelica sarebbe piaciuto a Papa Bergoglio, che di recente ha ricordato la sua totale fedeltà alla Chiesa (e gli renderà omaggio il prossimo 20 giugno a Barbiana), nonostante le persecuzioni subite. Lo scrisse lui stesso in una lettera del 1958: "Non mi ribellerò mai alla Chiesa, perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa". Parole che sconcertavano i tanti intellettuali laici che accorrevano a Barbiana.

A cinquant'anni dalla morte, avvenuta il 26 giugno 1967, a soli 44 anni, la sua figura emerge oltre la retorica basti rileggersi tutte le sue opere ora raccolte in un Meridiano Mondadori e i ritratti stilizzati o ideologici che ne sono stati fatti. Anche grazie alla riabilitazione successiva, dovuta ai cardinali fiorentini che si sono succeduti da Piovanelli in poi e alla cancellazione voluta da Papa Francesco del provvedimento emesso nel 1958 per Esperienze pastorali, il libro dedicato agli anni trascorsi a Calenzano e che il Sant'Uffizio aveva giudicato "inopportuno".

Lo scrive bene don Luigi Ciotti nella postfazione al libro di un discepolo di don Lorenzo, Michele Gesualdi, pubblicato dalle Edizioni San Paolo col titolo Don Lorenzo Milani. L'esilio di Barbiana. Contro il rischio di "una memoria deferente e di occasione", il fondatore del gruppo Abele rimarca come non possa esistere un don Milani in pillole, citato secondo le occasioni. E ricorda due caratteristiche che ne rendono attuale la lezione: l'aver capito la centralità della questione educativa "non si può combattere la povertà materiale senza una formazione delle coscienze, senza un'educazione alla ricerca" e il primato della parola, intesa come strumento di conoscenza e di dignità.

Due fattori ancor oggi rilevanti nel vuoto culturale che permea la nostra società, che si manifesta nel decadimento del linguaggio e nella manipolazione della verità operata dai media e dai social. Concetti che aveva segnalato nel 1983 anche il cardinale Martini in un intervento all'Università Cattolica: l'intuizione della forza della parola (che don Milani scriveva sempre con la P maiuscola e in corsivo), della sua universalità e del suo valore pedagogico; e insieme la coscienza che per insegnare a parlare - ovviamente aveva in mente i suoi ragazzi, i suoi poveri - ci vuole la scuola, una scuola concepita come modo d'essere e ininterrotto pensare.

Giustamente nel libro di Gesualdi si segnala la rilevanza del periodo trascorso a Calenzano, vera e propria "officina" di quella che sarebbe stata la scuola di Barbiana. Sono gli anni in cui ha inizio la sua opera di sensibilizzazione delle masse popolari che tanto fastidio diede alla Chiesa del tempo. Pochissimo preoccupato delle spaccature fra comunisti e cattolici, don Lorenzo è anzi convinto che vescovi e preti sbagliano a strizzare l'occhio ai ricchi e ai potenti anziché condividere le ragioni dei più deboli. Così dà vita a una scuola popolare per operai e contadini: il suo scopo è e sarà sempre di educare chi lo ascolta, i giovani in particolare, ad acquisire una coscienza critica. Inevitabili gli scontri con la gerarchia che non lo capirà e lo punirà fin troppo severamente. Ma sarebbe altrettanto sbagliato vedere in lui un contestatore ecclesiale. Come scrisse nel 1970 Geno Pampaloni sul "Corriere della sera", era "più vicino alla famiglia dei don Zeno, dei Péguy o addirittura dei Giuliotti che a quella dei don Mazzi o degli olandesi; più vicino cioè ai cattolici eroici, profetici che ai riformisti".

Un prete sempre in tonaca, insomma, che si sentiva guida e maestro del popolo, un contestatore pastorale e non dottrinale. Per dirla col monaco camaldolese Benedetto Calati, "un prete unico nella storia del cattolicesimo italiano del dopoguerra". Ma non per questo meno profetico per la radicalità con cui visse il Vangelo e per la sua preferenza per i poveri e i deboli, con i quali condivise totalmente la sua vita.

Roberto Righetto


© L'Osservatore Romano - 4 giugno 2017
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.it

 

 

Per un approfondimento della figura di don Lorenzo Milani, leggere anche:

- E. Grasso, Il linguaggio come strumento di libertà.

- E. Grasso, Andava guardato in silenzio.




19/06/2017

 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis