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Profili missionari e spirituali 



PROFILO BIOGRAFICO E SPIRITUALE

DI MONS. PAUL SCHRUERS/3

 


Elementi di spiritualità

La vita nuova

L'amicizia con Klaus Hemmerle introdusse Mons. Schruers nella spiritualità del Movimento dei Focolari di Chiara Lubich. Da quel momento la spiritualità del Focolare influenzò il suo agire e la sua riflessione[1]. Era alla sua personale esperienza, dopo l'incontro avuto con Hemmerle, che Schruers si riferiva quando parlava di "vita nuova". Ne indichiamo alcune linee fondamentali, tratte dai suoi numerosi scritti e discorsi.

La chiave della "vita nuova" è la parola di Dio, che diventa realtà concreta nella vita quotidiana. La Parola, se ascoltata con cuore puro e vissuta con autenticità, viene compresa e diventa visibile nella nostra stessa vita. La testimonianza personale è la mediazione essenziale per arrivare al Vangelo, come è anche vero che il Vangelo conduce inequivocabilmente alla testimonianza.

Mons. Paul Schruers

Molto spesso Mons. Schruers citò, in questo senso, Karl Rahner che stimava come uno dei più grandi teologi del XX secolo, considerando pregiudiziale, per ogni rinnovamento spirituale e pastorale, la sua visione dell'uomo come essere aperto alla rivelazione e alla salvezza proveniente dalla Parola. Gli piaceva ripetere un pensiero tipico di Karl Rahner, per il quale il cristiano, in un tempo di crisi di fede, di confusione teologica e di superficialità nella comunicazione, può trovare la fede solo attraverso un incontro personale con Dio[2]. Anche Dietrich Bonhoeffer, il giovane pastore protestante morto nei campi di concentramento nazisti, è stato sovente portato come esempio di come sia possibile essere autentici cristiani in una cultura che ha bandito Dio dal suo orizzonte e calpestato la dignità dell'uomo[3].

Il segreto della "vita nuova" è la costruzione dell'unità, a partire dalla comunione trinitaria, garantita dalla sofferenza della croce.

Gesù abbandonato

La formazione esegetica del Vescovo di Hasselt ha dato un saldo fondamento biblico alla sua visione cristologica. Uno dei suoi ultimi libri, a cui facciamo particolare riferimento, offre – sotto forma di piccole riflessioni – un commento teologico-spirituale al Vangelo di Marco con una significativa attenzione alle implicazioni cristologiche[4].

I discepoli e i contemporanei di Gesù hanno visto in lui il re messianico. Gesù indica, al contrario, che in quanto Messia porta salvezza e liberazione attraverso la sofferenza, in linea con la misteriosa figura del Servo di Yahweh del Deutero-Isaia. Il Servo sofferente di Yahweh è mite, è perseguitato, si carica dei peccati di tutti, non alza la voce. Egli è tuttavia "luce per i popoli" e porta "salvezza fino agli estremi confini della terra". Gesù vive la sua missione messianica in questa prospettiva, divenendo solidale con tutte le forme della sofferenza umana. Condivide prima di tutto il dolore fisico dell'uomo (cfr. Mc 15, 19-20). Sperimenta la sofferenza psichica della solitudine, dopo essere stato abbandonato e tradito dai suoi amici (nel Getsemani, cfr. Mc 14, 37; con il bacio di Giuda, cfr. Mc 14, 44-45; con il rinnegamento di Pietro, cfr. Mc 14, 71; con il plebiscito in favore di Barabba, cfr. Mc 15, 15).

Gesù vive la sofferenza nella sua forma più profonda, quella dell'abbandono da parte di Dio e dell'apparente non-senso della sua missione. Sebbene rimanga cosciente dell'amore del Padre, quest'amore sembra non penetrare negli strati più profondi della sua vita psichica: "Perché mi hai abbandonato?" (Mc 15, 34).

Gesù investe la totalità del suo amore divino-umano proprio in questa sofferenza così onnicomprensiva, continuando ad amare i suoi discepoli con tutto se stesso e rimanendo radicato in Dio nel più profondo dell'essere. Nella sua preghiera nel Getsemani, chiama Dio "Abba", "Padre caro", e in quella circostanza affida la sua vita interamente alla volontà del Padre (cfr. Mc 14, 36). Al momento del suo totale abbandono, chiama Dio: "mio" Dio. Forse anche il suo ultimo grido senza parole è un'espressione della sua fiducia. Attraverso il suo impegno d'amore, Gesù, il Figlio di Dio, trasforma alla radice la propria sofferenza e anche tutte le sofferenze della storia, facendone un segno d'amore per il mondo e una sorgente di salvezza per tutti gli uomini.

La sofferenza e l'abbandono che vive Gesù sono l'estrema conseguenza dell'Incarnazione. Gesù pianta la sua tenda nel mondo (cfr. Gv 1, 14), visitando le estreme condizioni del dolore umano, spesso intessute di peccato, vi sprigiona il suo amore, colpendo al cuore la sofferenza e il peccato. Trasforma tutto, dando così una svolta alla storia e un senso nuovo alla sofferenza dell'umanità.

Ovunque vi sia sofferenza, abbandono e perdita di senso, nella nostra vita e in quella degli altri, Gesù abbandonato è presente. Dopo l'esperienza di Gesù abbandonato, non ci sarà più alcun luogo, alcuna prigione, alcuna clinica per pazienti di AIDS, alcun campo profughi totalmente "abbandonato da Dio". Poiché in ogni luogo, al di là della più grande e sconcertante sofferenza, è presente quel "Qualcuno" che ha sperimentato la sofferenza fino in fondo e vi ha investito per tutti i tempi e per l'eternità il suo amore di Figlio di Dio.

Vedere Gesù abbandonato nell'umanità sofferente non significa soltanto dare attuazione al suo amore, ma abbracciare Lui stesso.

La via di Gesù abbandonato come cammino verso l'unità

Gesù abbandonato, secondo Mons. Schruers, è l'unica via che possa condurre all'unità e alla comunione a cui tutti sono chiamati. I discepoli di Gesù possono sperimentare la bellezza della comunità solo a patto di dare la propria vita per gli altri e solo accettando d'essere come bambini al servizio dell'unità. Quando Paolo richiama i cristiani di Filippi "all'unità di pensiero, all'unità della carità, all'unità di spirito e alla concordia" (Fil 2, 2), aggiungendo che, per perseguire tale fine, è necessario "considerare in tutta umiltà gli altri superiori a se stessi" (Fil 2, 3), fa riferimento a Gesù sofferente che "ha assunto la condizione dello schiavo e ha umiliato se stesso" (Fil 2, 7-8). L'unità ha come sua più grande garanzia la via del Cristo sofferente.

Questa visione dell'unità, come frutto della croce, per il Vescovo di Hasselt fu chiave d'interpretazione anche della prassi pastorale. L'unità, il dono più bello che il Cristo fa alla sua Chiesa, è sempre e comunque possibile se "almeno una persona inizia ad amare". In concreto questo significa diventare fonte di nuova vita, "amare tutti; amare sempre per primo; amare fino alla fine; amare senza aspettarsi nessuna ricompensa; ed infine non amare, ma essere amore".

La comunicazione della nuova vita avviene, innanzitutto, non tramite strutture e piani pastorali e neanche mediante parole o dichiarazioni. La nuova vita la si dona solo vivendo come uomini nuovi. Gli fu cara a questo proposito un'espressione di Meister Eckart: "Gli uomini non dovrebbero essere così tanto preoccupati per quello che devono fare, ma piuttosto per quello che devono essere. Se il nostro essere è buono, anche le nostre opere sono piene di splendore".

Questa vita autentica risplende nella comunità di Gerusalemme, dove si è capaci di vivere e morire gli uni per gli altri, di mettere in comune l'esperienza creata dall'accoglienza nella propria vita della Parola. Allora tutti riconosceranno che "Gesù è in mezzo a noi" (Mt 18, 20).

Questa dimensione conduce all'aspetto mariano della pastorale, senza il quale l'autorità di Pietro e l'irruenza di Paolo non possono far fecondare la scintilla della fede. In questo senso, il centro di ogni pastorale è divenire come Maria, aperti totalmente al piano di Dio, aperti ad ogni uomo a tavola (Maria a Cana), in cammino (Maria in visita ad Elisabetta) e sulla via della sofferenza (Maria sul Golgota sotto la Croce).

L'abbraccio a Gesù abbandonato

È importante porre il centro di gravità della propria vita al di fuori di sé, nella dinamica della carità fraterna e dell'unità.

Chi pone il proprio centro di gravità al di fuori di sé si consegna ad una storia che lui stesso non può prevedere. Si scontrerà, presto o tardi, con l'indifferenza e la resistenza degli uomini. In questo modo l'amore diventerà sofferenza. Proprio in tali condizioni quest'amore, che non indietreggia neanche di fronte al fallimento, manifesta la propria forza. Pietro potrà divenire pastore dell'unità (cfr. Gv 21, 15-18) in quanto, in un rapporto d'amore, seguirà la strada "che lui stesso non ha scelto" e "stenderà le sue mani".

È la strada che conduce all'altro nella costruzione dell'unità; è il cammino privilegiato che conduce all'incontro con il volto dell'uomo sofferente.

L'appello che proviene dall'unicità dei volti incontrati è tanto più penetrante quanto più lo si vuole soffocare nell'anonimato, riducendo la persona ad un numero all'interno di grandi strutture. Quanto più lo scetticismo della nostra cultura vuole prosciugare le sorgenti della ricerca del cuore inquieto, tanto più l'appello del volto che vuole essere visto e rispettato si fa pressante. L'uomo eterno si rende presente senza parole con il volto di ogni uomo che incontriamo. Il cristiano, infatti, sa che Gesù, in una maniera del tutto misteriosa, è unito ad ogni volto (cfr. Mt 25, 31-46), soprattutto a quello del povero.

La visione ecclesiologica

Mons. Schruers, partendo dall'insegnamento di Mons. Philips e dal Concilio, delineò una figura di Chiesa come luogo privilegiato della fede: "La Chiesa mi è molto cara. Anche se è solo sacramento del Cristo, è però il luogo privilegiato dove si trova la fede, con il Papa come garanzia. Questo è in linea con l'Incarnazione, anche se all'inizio può suscitare la domanda: ‘Può forse venire qualcosa di buono da Nazaret?'"[5].

Ne consegue che la Chiesa, in tutte le situazioni della sua storia, è chiamata a testimoniare l'unità di fede. Anche se a volte non avviene nella maniera ideale, è importante che la Chiesa rimanga una, grazie al servizio dell'autorità gerarchica, piuttosto che rischiare di disgregarsi nella pluralità delle fedi: "Non posso che testimoniare in base alla mia esperienza che, quando persone anche brave si allontanano dalla Chiesa, la loro fede diventa più vulnerabile e corre il rischio di svanire del tutto. Un Padre della Chiesa affermava che si sperimenta Dio come Padre se si ha la Chiesa come Madre"[6].

Il Concilio parla della Chiesa come del luogo privilegiato dove Dio si fa trovare e rifiuta di separare la struttura della Chiesa dalla comunità vivente riunita intorno a Cristo. Questa visione, secondo Mons. Schruers, rimane fedele alla logica dell'Incarnazione nella quale l'umanità concreta di Gesù non è da separare dal suo essere Dio. Citando il teologo francese François Varillon affermava che "senza la Chiesa non conoscerei Cristo. Essa mi consegna il Vangelo. La Chiesa precede il Vangelo e senza la Chiesa il Vangelo sarebbe relegato a libro del passato"[7].

Il Concilio, secondo il Vescovo di Hasselt, ha espresso in tutta la sua profondità che il "mistero" (l'amore di Dio in Cristo) crea communio e invita alla missio (missione e testimonianza).

In molti luoghi, tuttavia, la Chiesa è irrigidita da strutture che ne soffocano la vita autentica. Questa mancanza di crescita nella communio ha a che fare con l'insufficiente apertura al mistero dell'amore di Dio in Cristo tramite la preghiera e la spiritualità evangelica. Noi, affermava Mons. Schruers, non abbiamo nelle nostre mani il rinnovamento della comunità ecclesiale. Il Concilio stesso è stato un'esperienza dello Spirito e una celebrazione dell'opera di salvezza di Dio. Al di fuori di questo spirito originario, ogni applicazione del Concilio diventa ambigua. Per questo il punto centrale del documento sulla Chiesa è che Cristo stesso è la Luce delle nazioni, che la Chiesa nasce dalla comunione trinitaria ed infine che la santità autentica porta anche ad un rinnovamento di strutture. L'aspetto della missio, così fortemente sottolineato da tutti i documenti conciliari, non ha però ancora trovato la sua giusta collocazione[8].

Il volto

Benché il volto di una persona sia così vulnerabile, da esso si sprigiona una forza coinvolgente di unicità e dignità. Da ogni volto concreto si innalza una chiamata, un'invocazione, una domanda che promanano dal più profondo del cuore. In ogni volto si leggono la solitudine e la ricerca del senso da dare alla propria esistenza, la ricerca della felicità. Ogni volto è la richiesta di un incontro. Da esso traspare, anche in chi è più provato ed in rivolta, una ricchezza unica. Un volto invoca rispetto e invita, anche contro le apparenze, alla comunione[9].

Questi pensieri, espressi in una conferenza, non sono parole d'occasione, ma le convinzioni profonde e la chiave di lettura della vita di un Vescovo che ha amato senza risparmiarsi chi ha incontrato sulla sua strada. Il suo motto preferito, "Esiste una sola radicalità, quella dell'amore", è stato anche il suo programma di vita.

Maurizio Fomini

 

_________________

[1] Cfr. P. Schruers, Focolari, in "Contactblad Bisdom Hasselt" 12 (1979) 110-111; cfr. P. Schruers, De Duitse katholiekendagen 1980. Godsliefde is sterker, in "Contactblad Bisdom Hasselt" 13 (1980) 217-221.

[2] Cfr. P. Schruers, Nieuwjaarsbrief, in "Samen" 8 (1993) 5.

[3] Cfr. P. Schruers, Het lijden van Ruanda en Burundi..., in "Samen" 10 (1995) 121.

[4] Cfr. P. Schruers, Marcus aan het woord, Halewijn, Antwerpen 1999. Questa visione è stata anche espressa nel testo scritto dallo stesso Vescovo per le conferenze teologiche decanali per la Quaresima del 2000: Hoopvolle christelijke gemeenschappen (pro manuscripto).

[5] P. Schruers, Het lijden van Ruanda en Burundi..., 118.

[6] P. Schruers, Het lijden van Ruanda en Burundi...., 118.

[7] P. Schruers, Leven in en met de Kerk?, in "Samen" 8 (1993) 156.

[8] Cfr. P. Schruers, Het lijden van Ruanda en Burundi..., 115-116. 

[9] Cfr. P. Schruers, Een nieuwe mens worden, aandachtig voor ieder gelaat, in "Samen" 7 (1992) 2.


02/09/2013

 

 
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