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Pubblicazioni


Globalizzazione chiama Africa

Le sfide del Vangelo






Emilio GRASSO, Globalizzazione chiama Africa. Le sfide del Vangelo, EMI, Bologna 2003, 96 pp.

Ogni qualvolta arrivo in Camerun e incontro il mio amico Richard, una delle prime cose che gli domando è come va il suo piccolo allevamento di polli chiamato Ferme de l’espoir.

Richard da anni dirige questa Ferme a Mbalmayo che costituisce una delle attività d’autofinanziamento della nostra Comunità Redemptor hominis.

Richard, come Pedro, Jeannette, Diana, Ludwig, Justine e Charles, è orgoglioso di questo lavoro. La Ferme de l’espoir non solo permette un piccolo profitto per il mantenimento di chi vi lavora, ma dà anche una dimensione umana e cristiana autentica alla nostra vita. Essa vuole, inoltre, costituire una provocazione in ambito religioso, ove molte volte l’ingresso in una congregazione o l’entrata in un seminario sono visti nell’ottica dell’acquisizione di privilegi che, tra l’altro, dispensano dal lavoro materiale e dal confronto con il problema dei mezzi finanziari.

Le Chiese in Africa, infatti, soffrono dell’eredità coloniale e d’una certa mentalità di sapore paternalista legata alla prima evangelizzazione. In profondità sono costruite sul modello delle Chiese d’Europa e pertanto del tutto impossibilitate a camminare con i propri mezzi, anche quelli economici e finanziari.

Con le Chiese in Europa si è creato un equivoco di fondo del quale tutti abbiamo paura di parlare.

Da un lato, noi in Europa abbiamo bisogno di continuare a illuderci che esistano terre incontaminate e uomini allo stato puro, le bon sauvage, con i quali costruire quel progetto di Chiesa o di società che non esiste più in Occidente. E dall’altro, noi siamo visti e considerati solo per la ricchezza che possiamo portare.

L’incontro avviene sul piano dell’avere e lascia in ombra l’autentico piano dell’essere.

Da qui le delusioni, i sospetti, le recriminazioni, i muri d’incomunicabilità.

Da un lato, noi europei continuiamo a progettare forme di Chiese e di società senza interrogare la profonda libertà di chi dovrebbe dar corpo fisico e spirituale a quelle forme.

Ma, dall’altro, si continua a chiedere ricchezze per finanziare forme di vita che perpetuano mentalità, costumi, tradizioni e culture incompatibili con i processi di produzione, di formazione e d’accumulazione della ricchezza, premessa sempre indispensabile per qualsiasi ulteriore ridistribuzione e progetto di sviluppo.

Con il mio amico Richard per anni si è parlato di questo e d’altro, lottando quotidianamente affinché il nostro incontro avvenisse senza reciproci complessi d’inferiorità o di superiorità.

La piccola Ferme de l’espoir è nata da questi discorsi che hanno coinvolto anche altre persone che in Europa ci sono veramente amiche e che ci hanno aiutato.

È in questa logica che si lavora nella nostra Ferme. Dietro ogni pollo, dietro ogni ovaiola e ogni uovo, v’è una speranza di liberazione, di libertà, di dignità.

L’ultima volta che ho parlato con il mio amico Richard l’ho trovato preoccupato.

Nonostante tutti gli sforzi, i corsi d’aggiornamento, la fedeltà e l’intelligenza nel lavoro, nonostante la fiducia e la credibilità con cui sono accolti per la qualità del loro prodotto, i miei amici all’improvviso si sono trovati di fronte a un problema che come una forza occulta e invincibile li schiaccia.

Per quanti sforzi essi facciano, non riescono e non possono vendere i polli a meno di 2.100 franchi CFA l’uno.

Nei grandi supermercati, invece, gli stessi polli vengono venduti a 1.700 franchi. Sono polli surgelati che vengono dall’Europa, prodotti in grandi catene di produzione, di stoccaggio, di trasporto e di vendita.

Il mio amico Richard, all’improvviso, si è sentito schiacciato dalla “globalizzazione del mercato”.

Lo stesso può accadere da un momento all’altro alla Cooperativa di coltivatori di cacao Gic Essor, un’organizzazione di quasi duemila coltivatori che dopo anni e anni di dure lotte è nata nelle missioni a noi affidate di Ozom - Nkum Ekye - Nkol Messi.

Questo piccolo libro sulla “globalizzazione in Africa” è nato dalle lunghe sessioni di lavoro e di sensibilizzazione che abbiamo fatto, casa per casa, gomito a gomito, con i contadini dei nostri villaggi. Esso è anche frutto di un corso tenuto all’Université Catholique d’Afrique Centrale di Yaoundé nell’ambito della Quinzaine, un corso di aggiornamento per i religiosi dell’Africa Centrale che si organizza ogni anno a Yaoundé.

Inoltre, ho rielaborato alcune conferenze svolte sullo stesso tema all’Universidad Católica Nuestra Señora de la Asunción (Paraguay).

Un caro amico che ha letto il manoscritto di questo libro mi ha detto che esso “rasenta il cinismo o, per essere più ottimisti, è estremamente realista”. È un amico generoso e sincero che ama veramente l’Africa. Ed è per questo che gli detti pronta risposta, che qui riporto:

«La questione, per me, si pone nei termini se l’argomentazione è fondata o no, sufficientemente documentata o meno.

A me sembra che, pur se in maniera schematica e quasi sotto forma di tesi, rispecchia la realtà che io conosco. Un libro, poi, non è una Summa e spinge a una riflessione, una ricerca, una nuova documentazione. Io ho posto i termini della questione, ma ho lasciato aperta la stessa non avanzando di proposito nessuna proposta.

Un libro deve condurre a riflettere, a dibattere un problema, ad approfondire, a ricercare. Nessuno ha risposte prefabbricate e le proposte nascono da un lavoro fatto insieme. Inoltre mi sembra molto grave se noi europei continuiamo a voler proporre qualcosa per l’Africa.

Infine, proprio perché parli della nostra cooperativa contadina Gic Essor che ci è costata sangue e che è stata posta come modello dalla Conferenza dei Vescovi Camerunesi della circoscrizione ecclesiastica ove noi siamo presenti e dall’organismo Broederlijk Delen in Belgio, mi piace concludere questa lettera con un simpatico ricordo.

Il 14 ottobre 2000 partecipai a Modena a un convegno sul tema Globalizzazione. Opportunità o svantaggi per il Sud del mondo?

Oltre la relazione del prof. Stefano Zamagni vi fu anche un mio intervento.

Mi permetto riportarti la conclusione del mio intervento, in cui parlai proprio della cooperativa di contadini Gic Essor che amo infinitamente più di quanto possa interessarmi un libro da me scritto.

Se leggi attentamente quello che allora dissi, cogli bene perché non faccio nessuna proposta, neanche propongo, ai lettori italiani, il mio amato Gic Essor.

La condizione dell’Africa è tragica.

È bene che non lo si dimentichi qui e giù. Continuare a consolarci con le nostre proposte può essere confortante, ma può anche essere un inganno. Certo, lo so, i discorsi rassicuranti e in pillole dolci sono più accetti, non lasciano “la bocca amara”.

Io, alla fine di quell’intervento, posi al prof. Zamagni una questione. Non ebbi risposta da una persona retta e di chiara scienza. Figurarsi se posso io dare, intellettualmente, una risposta.

Nella prassi quotidiana, a contatto con chi non si rassegna e rifiuta l’oppressione di culture che ti fanno schiavo (culture occidentali come culture africane), io continuo a sperare. Ma la speranza non la confondo con le illusioni e gli ottimismi di maniera».


La conclusione di quel mio intervento era la seguente:


«L’altro punto importante che è stato accennato, è la tendenza a dare soluzioni che calano quasi dall’alto. Potremmo parlare di un movimento dal basso e di un movimento dall’alto che si debbono incontrare, così come, su un piano teologico, una cristologia dal basso deve congiungersi con una cristologia dall’alto. A me sembra che il termine d’incontro sia quello che Péguy chiama “soprannaturale carnale”, cioè l’uomo. Dobbiamo partire da persone concrete, da situazioni reali, non da ideologie, non da schemi, non da programmi.

Porto il caso di una cooperativa di contadini, il Gic Essor, che siamo riusciti a creare di fronte al problema del cacao. È nata dopo quasi quindici anni di lotte, soprattutto per cambiare una concezione del lavoro e una mentalità. La cooperativa non si poteva infatti calare dall’alto, altrimenti rischiava di crollare alla prima difficoltà perché non apparteneva alla gente, non era loro.

Rivolgo una questione al prof. Zamagni, quale autorità nel campo, quasi chiedendo un consiglio, una risposta. Dopo le lotte contro lo Stato, contro le piccole autorità locali che sono quelle che più danneggiano, contro quelli che vengono ad acquistare in loco il cacao con bilance false e truccate, contro una serie di mentalità che vedono sempre nel mondo degli spiriti la causa di quelle che sono difficoltà di ordine tecnico, economico, strutturale; dopo tutto questo, quando si sono superati tanti ostacoli, intervengono Francoforte, Bruxelles, Londra cambiando il prezzo del cacao. E crolla il valore di quel sacco di cacao che significa pagare le spese della scolarità, la possibilità di curarsi, un miglioramento minimo delle condizioni di vita.

È un problema drammatico. Facciamo tutto un lavoro e poi le transnazionali ci ammazzano in cinque minuti. Allora bisogna davvero stare molto attenti a parlare di speranza. Bisognerebbe invece riprendere la terminologia di Mounier e parlare di ottimismo tragico.

È vero che c’è la resurrezione, ma esiste anche il peccato che incide e diventa un peccato strutturale che distrugge le speranze dei più poveri. Dopo tutto quanto un lavoro, quando si vede quel crollo, è difficile parlare di speranza. Si può parlare della speranza teologale che è ben diversa dall’illusione umana.

Vorrei sapere, però, dove la fondiamo, quando questi mercati internazionali ci strozzano e ci uccidono, quando gli accordi con le élite locali – educate, coltivate in Europa come polli di batteria, per essere poi rimandate giù a fare gli interessi di altri gruppi di potere – uccidono i poveri. Parlo dei poveri della brousse, di quelli che non contano proprio niente.

Ho posto delle domande, non ho risposte, però vengo con degli interrogativi molto grandi e anche con un carico di tristezza evangelica.

La tristezza di sapere che questa gente che ha lavorato, ha sofferto, ha creduto, ha fatto le sue riunioni, ha messo i piedi nel fango, ha lottato e sfidato le autorità, ha parlato con coraggio, è andata in carcere, ha fatto le sue battaglie, ha vinto, ha marciato con l’orgoglio delle sue bandiere al vento e con le sue organizzazioni di cooperative, a un certo momento questa gente si è vista arrivare non il padrone contro cui si può combattere, ma l’anonimo, la mano oscura e nera che ti riduce peggio di prima. Che cosa fare? Qui occorre la risposta di quelli che stanno a Rambouillet, di quelli che stavano a Berlino, di quelli che decidono la vita degli altri, non della povera gente che sta in Africa»1.

 Come scrissi, io non ebbi risposta alla mia questione. Oggi quella questione la ripongono, alla loro maniera, Richard e gli amici della Ferme de l’espoir, François e tutti gli amici del Gic Essor.

Attendo con loro che all’Africa che chiama, l’Europa risponda.

Emilio Grasso

 

_________________________ 

[1] E. Grasso, Quanto conta il Sud del mondo? Una questione culturale, in «Quali Frontiere. Cooperazione Cultura Sviluppo», suppl. a «Il Seme della solidarietà», 7/3, 2000, pp. 47-48.

 

INDICE 

 

Premessa

7

I.  

Nozioni economiche preliminari

 13

 

Il mercato e la formazione dei prezzi

 14

 

Risparmio e investimento

 17

 

La ricchezza delle nazioni

 18

 

Ricardo e la distribuzione del prodotto sociale

 21

 

Il pensiero di Karl Marx

 22

II.  

La globalizzazione: fasi preliminari

 29

 

La filosofia individualista

 29

 

L’organizzazione scientifica del lavoro

 31

 

La crisi di Wall Street

 34

 

Il New Deal e le politiche keynesiane

 36

 

La crisi degli anni ’70 

 40

 III.  

Il trionfo della globalizzazione 

 43

 

La nascita della globalizzazione

 43

 

L’ideologia neoliberale

 47

 

Alcune conclusioni riguardo la globalizzazione

 48

 IV. 

La globalizzazione e l’Africa

 51

 

L’attuale situazione dell’Africa

 51

 

L’incontro dell’Africa con l’Occidente

 54

 

L’Africa e la razionalità

 56

 

L’Occidente cristiano e l’Africa

 62

 V.  

Alcune considerazioni teologiche

 67

 

Conclusione

 89





 
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