web agency
testata
  Home   La Comunità   Approfondimenti   Contatto   Contributi   Español   Nederlands   Français  
Home arrow Riflessioni arrow Bontà crudele
Menù principale
Home
Chi siamo
Dove operiamo
Le nostre missioni
Notizie dal Paraguay
Scrivici
Archivio Ultime Notizie
Attività
Parrocchia di Ypacaraí
Centro Studi
Pubblicazioni
Vita della missione a Tacuatí
Vita delle missioni in Africa
Focus Belgio/Olanda
Testimoni dal Nord Europa
Canti
Riflessioni
Conoscere la vita consacrata
Comprendere il Diritto Canonico
Animazione missionaria
Appuntamenti
Approfondimenti
Missiologia per tutti
Appunti di Spiritualità
Interviste
Profili missionari e spirituali
Gruppi missionari e parrocchie
Solidarietà e microprogetti
Il giornale "Missione Rh"
Galleria Fotografica
Articoli correlati
Utilità
Links
Cerca nel sito
Mappa del sito
login

Gli articoli che appaiono
su questo sito
possono essere riprodotti
solo integralmente e
citando la fonte
 www.missionerh.it.

 
fotobannnersito4.jpg

| Stampa |

  

L’avvicinarsi delle feste natalizie e della consolidata tradizione che vede il Natale legato a gesti di bontà offre all’autore dell’articolo che vi proponiamo, già pubblicato in “Missione Redemptor hominis” n. 50 (1998) lo spunto per una riflessione avvincente che stigmatizza la consueta retorica, mettendoci in guardia da tanti gesti che nascondono il tradimento di quello che veramente è l’amore per l’altro.
“Natale è il mistero dell’apparizione agli uomini della bontà di Dio” … ma “la bontà evangelica non ha nulla a che fare con quel buonismo paciocco, vile ed equidistante di chi non sa mai prendere una posizione, schierarsi da una parte, entrare nella mischia…”.

 

bontcrudele1a

Bontà crudele
                                                                                                              
di Emilio Grasso

 

Il mistero del Natale è annunziato da san Paolo in una sua lettera con queste parole: «Quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute ma per la sua misericordia»1.

Natale è, dunque, il mistero dell’apparizione agli uomini della bontà di Dio.

E infatti nel giorno di Natale assistiamo al moltiplicarsi dei gesti di «bontà». Improvvisamente e per un giorno tutti ci sentiamo «buoni». I mezzi di comunicazione fanno a gara per diffondere immagini e notizie di commoventi favole di bontà.

natalesolidariet1aAnche i cuori più duri si sciolgono come rituale neve al sole e per un giorno anche il famoso povero diventa importante, perché dà la possibilità a tanti di mettersi la coscienza a posto, reintegrare le proprie energie e poter poi, con rinnovate forze, ricominciare tranquilli e sereni le opere nelle quali si è immersi.

Natale anticipa così nella coscienza collettiva Carnevale.

Dice l’antico adagio che per Carnevale «una volta all’anno è lecito impazzire».

Durante il Medioevo, epoca altamente sacrale, fiorì in alcune regioni dell’Europa una festa che si chiamava la «festa dei folli». Durante quella festa nessuna usanza o convenzione si sottraeva al ridicolo, e perfino i personaggi più altolocati del regno dovevano rassegnarsi a lasciarsi schernire.

Talvolta si eleggeva a presiedere la festa un signore di malgoverno, un re burla o un vescovo fanciullo. In certi luoghi il vescovo fanciullo parodiava perfino la Messa. Poi tutto tornava come prima2.

La festa, quella festa, serviva da valvola di sicurezza. Rassicurava il potere, permettendo un miglior controllo del popolo. Poi tutto tornava come prima.

Natale, in altra maniera, è valvola di sicurezza. Tutti, più o meno, si è contenti di fare l’opera buona. Naturalmente senza esagerare.

Quest’opera buona attutisce e nasconde i problemi.  E non v’è persona a cui questo, più o meno, non faccia comodo. Basta che si lascino le cose come stanno, che la realtà non venga trasformata in nulla. Poi si continua ad andare avanti con rassegnazione e senza creare fastidi. La storia di tante «opere buone» è anche storia di tanto odio che in tal maniera si crea, si accumula e poi divampa in maniera devastante.

Al di là di singoli comportamenti e rette intenzioni si tratta di scomporre certi meccanismi che si annidano dentro tanta conclamata bontà. è necessario andare in profondità senza limitarsi a una prima lettura superficiale ed edificante.

Soprattutto la Chiesa è chiamata a disvelare tanti meccanismi che, nella loro apparente propinquità al mistero della bontà del Salvatore, nascondono la sottile insidia di parodiare ed evacuare il senso autentico dell’apparire di questa stessa bontà.

Far passare per bontà quella che è solo mollezza vuol dire attentare al nucleo più intimo del messaggio evangelico.

La bontà evangelica non ha nulla a che fare con quel buonismo paciocco, vile ed equidistante di chi non sa mai prendere una posizione, schierarsi da una parte, entrare nella mischia.

La bontà di cui parla il Vangelo nulla ha a che fare con l’atteggiamento vile e rassegnato di chi ha paura di vedere l’abisso di male che vive nel cuore dell’uomo e della storia.

Abisso di male che richiede la forza della parola, il coraggio d’una sfida umile ma decisa.

Dare soluzioni o amare?

In categorie bibliche possiamo affermare che proprio nella notte di Natale con l’apparire della bontà, l’apparire del Cristo, appare anche, sempre sotto forma di bontà, l’Anticristo. Fu il teologo russo Solov’ëv che mise in luce quest’aspetto nel notissimo Breve racconto sull’Anticristo.

La teologa Michelina Tenace nota acutamente in proposito: «Sostituire la  coscienza del peccato con la coscienza dei problemi è quindi una via aperta all’ateismo, come fa l’Anticristo, che nel Racconto è presentato come uno che ha la soluzione ad ogni problema, meglio di come fa Dio: Dio salva amando, l’Anticristo salva facendo del bene... Far sparire la difficoltà è spesso l’illusione di chi crede che la difficoltà, e non la mancanza di amore, sia causa della sua infelicità»3.

In questo tempo di Natale, tempo in cui «apparve la bontà di Dio», dovremo meditare su una delle tante sferzanti parole di Nietzsche rivolte a noi cristiani: «So che sei capace di ogni malvagità: perciò da te voglio la bontà. Davvero, spesso ho riso dei rammolliti che si credono buoni perché non hanno artigli!»4.

Si credono buoni perché non hanno artigli...

Ma questo non aver artigli non è la «bontà che apparve» di cui parla san Paolo.

Questo è lo spirito del mondo, in termini biblici è lo spirito dell’Anticristo.

V’è un’altra pagina sferzante e profetica di Nietzsche che c’interroga, alla quale dobbiamo rispondere:

«Rotondi, probi e bonari essi sono l’un con l’altro; proprio come i granelli di rena sono rotondi, probi e bonari con gli altri granelli di rena.
Abbracciare modestamente una piccola felicità — questo lo chiamano “rassegnazione”! e intanto occhieggiano di sbieco verso una nuova piccola felicità.
In fondo alla loro semplicità essi non vogliono, prima di tutto, se non una cosa: che nessuno gli faccia male. Così prevengono ognuno, facendogli del bene.
Ma questa è viltà: sebbene si chiami “virtù”.
E se si decidono a parlare ruvidamente, queste persone piccole: io non riesco a percepire nel loro parlare se non la loro raucedine, — basta infatti una qualsiasi corrente d’aria a renderli rauchi.
Essi sono intelligenti, le loro virtù hanno dita svelte. Ma gli mancano i pugni, le loro dita non sanno nascondersi dietro i pugni.
Virtù è per loro ciò che rende modesti e mansueti: a questo modo trasformarono il lupo in cane, e l’uomo stesso nel migliore animale domestico dell’uomo.
“La sedia nostra noi la mettiamo al centro — questo mi dice il loro sorriso compiaciuto — equidistante da gladiatori morenti e da giocondi maiali”.
Ma questa è — mediocrità: sebbene si chiami moderazione»5.

Come è differente il Gesù dei Vangeli!

Tutt’altra cosa la sua bontà.

In san Paolo questa «bontà» va innanzitutto contro una pietà giudaica presuntuosa della propria giustizia: la bontà di Dio non è affatto una «grazia protettiva» a buon mercato. Essa deve condurre, infatti, allo spavento per la propria impenitenza, affinché Dio raggiunga il suo obiettivo, e cioè la conversione6.

La bontà non è dunque, assolutamente, il complice silenzio del «volemose bene», un generico e aconflittuale «embrassons-nous» che lascia tutto come si è trovato, cercando di non scontentare nessuno e, se possibile, di accontentare tutti.

L’unica ricchezza della Chiesa

Nel cuore d’un mondo marcato dal peccato, la bontà di Dio appare come pace solo se armata di spada.

«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada»7.

La Chiesa tradisce il suo Signore se tradisce gli uomini in mezzo ai quali vive. E li tradisce se dà loro tutto, ma non dà la parola che le è affidata.

E questa parola è «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e sa discernere i sentimenti e i pensieri del cuore»8.

La fedeltà a questa parola è l’unica ricchezza della Chiesa, l’unica ragione della sua esistenza. Tutto il resto, al di fuori di questa parola, libera e penetrante, non giustifica la sua esistenza.

L’apparire della bontà salvatrice è l’apparire in mezzo agli uomini della pienezza della Parola. Nel Natale non v’è più distanza, come nei tempi antichi, tra carne/sangue e parola.

La Parola si fa carne. E questa Parola, questa Carne è la Bontà di Dio in mezzo agli uomini.

In un mondo-marmellata dove tutto si confonde e si mescola, dove tutto si perde in una fusione senza nome, dove tanto più si è buoni quanto più si lascia ognuno tranquillo e beato nel fare quello che vuole togliendogli ogni peso di responsabilità, il cristiano tradisce il suo Signore se continua a prestarsi a questo macabro gioco.

Sembra che oggi vi sia tra tanti come una gara a chi è più buono, e Natale è un’ottima occasione. E tu sei tanto più buono quanto più taci, sorridi, lasci tutto come trovi, non tocchi niente, ma ti fai in quattro, magari anche muori, affinché l’altro non si assuma mai la responsabilità dei suoi atti, non paghi mai i suoi prezzi, non diventi mai uomo.

Al fondo, avere tante opere buone da fare riempie la giornata e dà significato al tempo libero.

Perversione dell’aiuto umanitario

Gioco macabro in cui certi aspetti del cosiddetto aiuto umanitario sono una delle espressioni più eclatanti di questa autentica perversione. In assenza della forza della parola e della decisione che chiama tutti a responsabilità, si istituzionalizzano e si perpetuano situazioni conflittuali e di morte ove il cosiddetto aiuto ad altro non serve se non a giustificare le coscienze di alcuni e a perpetuare l’irresponsabilità di altri che sfuggono al peso delle decisioni9.

In proposito va ricordato come Rony Brauman, che fu dal 1982 al 1994  Presidente dell’Organizzazione umanitaria Médecins sans frontières, metteva in evidenza l’insidia dell’aiuto umanitario che da aiuto alle vittime può tramutarsi in oggettivo aiuto ai carnefici, laddove ci si accontenta d’opporre l’opacità e l’astrazione dei principi etici alla realtà limpida delle sofferenze da alleviare. Questa dialettica dei principi e dell’azione è condannata a girare indefinitamente su se stessa se non si fa carico d’una riflessione sulla responsabilità. Responsabilità delle organizzazioni umanitarie in relazione alle conseguenze della loro azione, ma anche responsabilità propria dei destinatari di questo aiuto, troppo spesso considerati radicalmente estranei alla loro propria situazione10.

Il principio giustificazionista, che sottrae le cosiddette vittime a un’etica di responsabilità personale e rimanda ogni colpa sempre all’altro, è principio cristianamente inaccettabile. Deresponsabilizzando l’uomo, il giustificazionismo a ogni costo lo riduce a semplice oggetto in eterna dipendenza da colui che l’aiuta. è, questa, una forma più o meno palese di perpetuazione della dipendenza dell’altro.

Al fondo, sul piano personale, sociale o statutario fa comodo che l’altro dipenda sempre dal nostro aiuto. In tal maniera lo controlliamo meglio e continuiamo a sentirci importanti. Ciò avviene tanto sui piani personali quanto nelle relazioni fra popoli.

Con la scusa della bontà perpetuiamo logiche di sfruttamento, di dipendenza, di mancanza di minimi di dignità.

Una bontà che non riflette sulle responsabilità o che alla maniera di Pilato se ne tira fuori, senza indicare le responsabilità degli uni e degli altri, soprattutto di coloro verso i quali si avvia l’aiuto, è una bontà criminale che si fa complice.

La missione della Chiesa è l’annunzio della parola nella carità del suo Signore. Non può mai disgiungere l’amore dalla verità. Non può separare la verità dell’annunzio dalla carità che si fa con tutti gli uomini carne e sangue.

Questa è la bontà che apparve agli uomini e che annunzia il Natale.

Questa bontà è essenzialmente lotta al peccato che vive nel cuore d’ognuno di noi, peccato personale che genera strutture di peccato che parimenti vanno denunciate.

Un Natale che si limiti a un giorno e che non richiami a conversione, cioè a cambio di mentalità e di strutture di vita personali e comunitarie, nulla ha anatalesolidariet che spartire col Natale di Gesù. Altro non è che l’anticipo dell’imminente Carnevale: una carnevalata con abiti differenti. E questo corrompe lentamente la possibilità del vero annuncio. «Non bisogna confondere generosità e carità. La generosità che consiste nel rispettare gli uomini senza distinguere ciò che di buono e di cattivo si trova in essi, che si astiene da ogni ricerca della verità, è una falsa carità. In altre parole, una generosità cieca, generosa per essere generosa, non ha più legame con la carità e rischia sempre di corromperla»11.

Dietrich Bonhoeffer, il pastore tedesco che pagò con la morte il coraggio di testimoniare la sua fedeltà a Cristo nel tempo della notte oscura dell’esaltazione del demone nazista, così scriveva: «Nulla può esservi di più crudele di quella bontà che lascia l’altro nel suo peccato. Nulla può esservi di più misericordioso del duro rimprovero che richiama il fratello dalla via del peccato»12.

Certo, la «bontà crudele» a volte rende in termini immediati di tranquillità e di cassa. E la bontà crudele trova sempre tante giustificanti. Nella logica di chi assolutizza le opere e tiene come punto di partenza la sua forma di compassione all’altro, la bontà crudele trova tutte le giustificazioni e motivazioni.

Ma carne e sangue non sono valore assoluto quando sono separate dalla parola.

è un terribile paganesimo l’assolutizzare la vita perdendo il rapporto con la dignità del vivere, la coscienza, la libertà, la responsabilità.

Nei nostri tempi è invalsa la tendenza a sopprimere i passi biblici, patristici o del magistero che possono dare fastidio. E così taglia qui, taglia lì, alla fine tra il Gesù dei Vangeli e aquile e polli le differenze si assottigliano.

Questa sorte è toccata anche a una celebre espressione di sant’Ireneo, uno dei primi e tra i più grandi Padri della Chiesa.

Si cita sempre la sua celebre espressione: «La gloria di Dio è l’uomo vivente» a giustificante del fatto che la vita in sé è un assoluto.

E si tralasciano le parole che seguono: «E la vita dell’uomo è la visione di Dio»13.

Questo è l’annunzio che la Chiesa deve saper dare.

La vita dell’uomo è visione di Dio.

Ed è questa visione che fa l’uomo vivente e lo rende gloria di Dio. Separare verità da carità e ridurre tutto a opere della carità è svuotare il significato di quella bontà che apparve fra gli uomini e che siamo chiamati a contemplare e annunziare.



1 Tt 3, 4-5.
2 Cfr. H.A. Cox, La festa dei folli. Saggio teologico sulla festività e la fantasia, Milano 1971, 17-18.
3 G. Piovesana - M. Tenace, L’Anticristo. Con la traduzione del saggio di Solov’ëv, Roma 1995, 91-92.
4 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, I, Milano 1976, 143.
5 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra..., II, 206-207.
6 Cfr. E. Beyreuther, Bene, buono, in Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento. A cura di L. Coenen - E. Beyreuther - H. Bietenhard, Bologna 1980, 170.
7 Mt 10, 34.
8 Eb 4, 12.
9 Anche in situazione storica mutata vanno sempre lette con interesse le stimolanti intuizioni critiche di Ivan Illich a proposito della massiccia campagna aiuti lanciata dalla Chiesa degli Stati Uniti verso l’America Latina, cfr. I. Illich, L’envers de la charité, in «Esprit» 35/I (1967) 952-960.
10 Cfr. R. Brauman, L’action humanitaire. Un exposé pour comprendre. Un essai pour réfléchir, Paris 1996, 100; cfr. J.-C. Rufin, Le piège humanitaire. Suivi de Humanitaire et politique depuis la chute du Mur, Paris 1994.
11 M.-D. Philippe, Le dialogue interreligieux, le pluralisme religieux, la mission, in Vivre avec l’Islam? Réflexions chrétiennes sur la religion de Mahomet. Dirigé par A. Laurent, Versailles 1996, 277.
12 D. Bonhoeffer, La vita comune, Brescia 1971, 159.
13 Ireneo di Lione, Adversus haereses, IV, 20, 7 (Sources Chrétiennes 100/2), Paris 1965, 648.

 
< Prec.   Pros. >
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
web agency