web agency
testata
  Home   La Comunità   Approfondimenti   Contatto   Contributi   Español   Nederlands   Français  
Home arrow Riflessioni arrow CAMPIONATI DEL MONDO
Menù principale
Home
Chi siamo
Dove operiamo
Le nostre missioni
Notizie dal Paraguay
Scrivici
Archivio Ultime Notizie
Attività
Parrocchia di Ypacaraí
Centro Studi
Pubblicazioni
Vita della missione a Tacuatí
Vita delle missioni in Africa
Focus Belgio/Olanda
Testimoni dal Nord Europa
Canti
Riflessioni
Conoscere la vita consacrata
Comprendere il Diritto Canonico
Animazione missionaria
Appuntamenti
Approfondimenti
Missiologia per tutti
Appunti di Spiritualità
Interviste
Profili missionari e spirituali
Gruppi missionari e parrocchie
Solidarietà e microprogetti
Il giornale "Missione Rh"
Galleria Fotografica
Articoli correlati
Utilità
Links
Cerca nel sito
Mappa del sito
login

Gli articoli che appaiono
su questo sito
possono essere riprodotti
solo integralmente e
citando la fonte
 www.missionerh.it.

 
gemeenschap-rh-it.jpg

| Stampa |


 


CAMPIONATI DEL MONDO *

di Emilio Grasso
 

 

Solo gli struzzi, che risolvono il problema nascondendo la testa per non guardare e continuare a pensare di poter vivere in una realtà che più non esiste e che come un vaso di vetro s’è frantumata in mille schegge, non percepiscono il conflitto lacerante e l’equilibrio instabile nel quale si trovano immersi tutti i paesi del mondo.

In maniera più o meno accentuata, in maniera più o meno conflittuale, in maniera pacifica, ma anche in maniera atrocemente cruenta, oggi si trovano in aspra e lacerante antitesi tra di loro due esigenze, ambedue necessarie e insopprimibili, che per ragioni storiche differenti hanno perso il punto di equilibrio e di sintesi.

Questo nostro mondo, che ingenuamente credette nell’ormai mitico 1989 di poter navigare verso i lidi tranquilli d’un cosiddetto «nuovo ordine internazionale», si trova oggi avvolto nella bufera di innumerevoli conflitti aventi tutti in comune il contrasto tra il principio del particolare e l’esigenza dell’universale.

Fino al 1989 il conflitto fu regolato attraverso il rapporto di forza tra le due più grandi potenze uscite dalla seconda guerra mondiale, USA e URSS. Esse procedettero con gli accordi di Yalta a una spartizione del mondo nelle cosiddette zone di influenza, regolando e sottomettendo i conflitti locali alle ragioni dello Stato guida e stando attente a mantenere il punto di non rottura tra le due parti del mondo (anche se l’equilibrio tra di loro, basato sui depositi nucleari, batteriologici e chimici, risultava di fatto essere un equilibrio del terrore). Dopo l’89, rottosi questo equilibrio, sono scoppiati ancor di più tutti i conflitti particolari e tutte le guerre locali, senza che vi fossero né una potenza di controllo né una certa razionalizzazione degli stessi.

Oggi il nostro pianeta è attraversato da sempre nuovi insorgenti conflitti che al massimo si cerca di circoscrivere, ma che non si riesce a dominare.

 Non riusciamo neanche un istante a poterci rallegrare degli accordi di pace tra Israele e OLP che subito scorrono davanti ai nostri occhi le immagini dello Yemen di nuovo in guerra fratricida. Se ci s’illude che un punto di equilibrio sia stato raggiunto dopo la guerra del Golfo (e nessuno si è soffermato su quante decine di migliaia di morti sia costata quella guerra), ecco che immediatamente scatta la repressione dei Curdi. Ci si illuse con l’operazione Restore Hope di poter governare il conflitto somalo, si diede spettacolo televisivo al momento dello sbarco e poi l’operazione fallimentare lasciò il territorio in una nuova situazione di guerra tra clan. E l’ex Jugoslavia? Lì, alle porte di casa nostra, assistiamo impotenti a una crudele e criminale guerra intestina. L’ONU dimostra tutta la sua vacuità limitandosi a una continua diarrea di risoluzioni e delibere varie. E il Rwanda? Sono centinaia di migliaia i morti della carneficina che oppone tutsi a hutu. E le grandi potenze? Hanno assicurato l’evacuazione dei bianchi e poi... Beh, poi, che si scannino tra di loro. E quando saranno stanchi e ridotti a ragione ci rifaremo vivi, in tante maniere, anche, non ultima, con il nostro business del commercio delle armi.

Noi non potremo dire, come dissero in tanti  in un tempo non lontano, «non sapevamo». Oggi tutti noi sappiamo. La morte, la distruzione, il genocidio, la tortura, lo stupro etnico, tutti gli orrori dell’umanità di oggi, ci sono serviti in diretta, mentre siamo tranquillamente seduti sulla nostra poltrona.  Sul pianto delle donne di Sarajevo, l’assedio di Bihac, le colonne di rwandesi che fuggono terrorizzati, lo sterminio dei bambini delle favelas a opera degli squadroni della morte, su questo e altro ancora siamo quotidianamente informati. E ogni giorno nuove immagini per non annoiarci, gratuitamente e inframmezzate soltanto dalla pubblicità dell’ultimo prodotto dietetico per i nostri cari gattini. Tutto questo per non farci sentire troppo provinciali e per fare anche del nostro piccolo salotto il villaggio globale, quel centro del mondo che si trova ormai in ogni punto della periferia. All’alba del terzo millennio anche gli eterni fanciulloni, dal sorriso stereotipato e malati di un inguaribile ottimismo, cominciano a ricredersi. E il volto funereo delle Cassandre di turno annunzianti sempre e solo profezie di sventura, anch’esso riappare e riprende ad ammonirci.

 Il tempo che viviamo è tempo di sfida, è tempo che ci è dato in tutta la sua pienezza di unicità originale e irrepetibile. è tempo in cui si vince solo giocando all’attacco e senza sguarnire la difesa, tempo
 


“Il tempo che viviamo è tempo di sfida, è tempo che ci è dato in tutta la sua pienezza di unicità originale e irrepetibile”.
 

in cui la fantasia delle ali e delle punte avanzate deve coniugarsi con la prudenza vigile e attenta di chi ci copre le spalle e garantisce il continuo rifornimento. Non si vince sbilanciati in attacco. Non si vince arroccati in difesa. Chiuderci nel fortino assediato della nostra area di rigore, attendendo solo il fischio finale, al massimo, e proprio se tutto ci va bene, può garantirci un pareggio.Ma nella sfida della vita un pareggio equivale  a una sconfitta. Sarebbe come aver sotterrato il talento di evangelica memoria per poi restituirlo così come lo abbiamo ricevuto. Chi non vuole avventurarsi fuori dai propri 16 metri, chi punta tutto sullo zero a zero in un difensivismo esasperato con un catenaccio rinforzato, può anche ottenere qualcosa in un lungo campionato di parrocchia, ma prima o poi scompare dalla scena. I campionati del mondo non sono un torneo al campetto della parrocchia. E ai campionati del mondo, checché ne dica De Coubertin, quello che conta non è partecipare, ma vincere.


“Il nostro tempo è per eccellenza tempo di campionati del mondo. è una sfida nella quale siamo tutti impegnati. Tutti siamo chiamati a giocare  la nostra partita, ognuno nel ruolo che il Mister ci assegna. è una sfida nella quale o si vince tutti insieme o si perde tutti insieme…”.

 

Il nostro tempo è per eccellenza tempo di campionati del mondo. è una sfida nella quale siamo tutti impegnati. Tutti siamo chiamati a giocare la nostra partita, ognuno nel ruolo che il Mister ci assegna. è una sfida nella quale o si vince tutti insieme o si perde tutti insieme. Se vinciamo al Nord e perdiamo al Sud la nostra è solo una vittoria di Pirro. Avremo pure vinto ad Ascoli di Puglia, come vinse il re dell’Epiro, ma poi perderemo la battaglia risolutiva a Benevento.
Nei campionati del mondo o si vince tutto o si perde tutto. Dobbiamo insieme vincere la battaglia al Nord, ma anche al Sud; vincere all’Ovest, ma anche all’Est. Gli equilibri oggi sono equilibri mondiali. Se a Chernobyl esplode uno dei reattori, io la mattina dopo, nel mio piccolo orticello, non posso più cogliere l’insalata perché è contaminata.

Se Israele e OLP non trovano il punto d’equilibrio, io rischio di saltare in aria quando cammino per strada o entro in un’agenzia di viaggi. E se il conflitto nella ex Jugoslavia non riesce a trovare un punto di equilibrio nella pace e nella giustizia, noi potremmo avere all’improvviso un’escalation, un nuovo Vietnam nel cuore dell’Europa. Senza dimenticare che fu proprio a Sarajevo che scoppiò la prima guerra mondiale...

La sfida per la sopravvivenza del nostro pianeta, la sfida ecologica, deve essere raccolta a livello mondiale, sapendo trovare il punto di equilibrio tra sviluppo ed ecosistema. E il cosiddetto problema della bomba demografica non troverà di certo soluzione in quelle che ben a ragione vengono chiamate «politiche demografiche neo-coloniali», ma solo in una rimessa in discussione, al centro e alla periferia, del sistema di vita.

I campionati del mondo sono cominciati in Italia
 


“I campionati del mondo sono cominciati in Italia come in Rwanda, in Medio Oriente come in Sudafrica, nelle grandi metropoli come nei più piccoli villaggi di brousse, al Nord come al Sud. Soltanto una nuova stagione in cui sviluppo e solidarietà sappiano tra di loro armonicamente coniugarsi darà la possibilità di uscire vittoriosi”.

 
come in Rwanda, in Medio Oriente come in Sudafrica, nelle grandi metropoli come nei più piccoli villaggi di brousse, al Nord come al Sud. Soltanto una nuova stagione in cui sviluppo e solidarietà sappiano tra di loro armonicamente coniugarsi darà la possibilità di uscire vittoriosi. In questa sfida ognuno è chiamato a dare tutto se stesso, il meglio di se stesso.

 Non si vince se si tollera che l’ozioso o il sanguisuga possano tranquillamente vivere giocando a impietosire e sfruttando il lavoro, il rischio, il sacrificio dell’altro. Solidarietà non vuol dire essere schiavi di forze parassitarie in nome di un malinteso senso di pietà. Solidarietà non può voler dire rispetto assoluto di tutte le culture, di tutti i costumi, di tutte le tradizioni. Solidarietà non può voler dire «non-ingerenza assoluta» nella vita degli altri popoli, lasciando che continuino atrocità e genocidi, mentalità che perpetuino strutture di secolari oppressioni, organizzando solo l’aiuto umanitario. Non si può vivere sempre con complessi di colpa e organizzando solo aiuti che non incidono mai sulle cause di fondo dei conflitti.

Quando leggiamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso d i intensificare la lotta contro le mutilazioni sessuali di cui sono vittime da 85 a 114 milioni di donne e ragazze dei paesi in via di sviluppo, anche se non esclusivamente..., quando leggiamo che in Italia sono trentamila le donne che rischiano l’infibulazione, cioè la castrazione attraverso l’asportazione del clitoride e di gran parte della vulva, mutilazione imposta alle donne di origine africana provenienti da paesi ove da secoli viene praticata..., quando leggiamo che queste mutilazioni, eseguite in Africa e in Asia, con mezzi rudimentali e senza anestesia, provocano un aumento della mortalità per setticemia, noi non possiamo nasconderci nello stereotipo del rispetto delle culture, nella non-ingerenza. Non si può da una parte parlare di mondialità, di villaggio globale e poi tacere o pretendere il silenzio di fronte a certe pratiche o sistemi di vita.

Ascoltando una ragazza che, mutilata all’età di nove anni dal barbiere del villaggio, afferma: «Questi costumi ci sono stati trasmessi dai nostri avi e a loro dai loro predecessori. E questo ci basta. Così, il mio popolo lo fa e io devo farlo»[1], noi non possiamo tacere. Altrimenti c’è il rischio che in nome dell’amore del prossimo e della solidarietà noi arriveremo indistintamente anche al rispetto e alla comprensione di tutte le possibili tradizioni. E scriveremo articoli, faremo conferenze, organizzeremo raccolte di fondi per acquistare nuovi rasoi e magari partiremo come volontari per aiutare a rendere sempre più efficiente il lavoro di questi barbieri di villaggio[2].

Non si può assolutizzare il particolare, il locale, la singolarità. Ma non si può neanche distruggere il particolare, il locale, la singolarità nel nome d’una pretesa universalità, d’una malintesa centralità che poi altro non è se non una differente particolarità. V’è un rispetto e una valorizzazione del particolare. Ma questo particolare deve avere anche una capacità di apertura e di confronto. Ogni particolare non può mai diventare un assoluto immutabile e ingiudicabile. In fondo il principio assoluto della non-ingerenza, il principio dell’assolutizzazione e dell’ingiudicabilità delle singole culture e dei particolari comportamenti, il principio dell’assolutizzazione del silenzio e del restare alla finestra senza intervenire, nasconde la superbia di chi non crede che, al di là d’ogni singolarità, v’è una comune radice, una comunanza di origine e di destino. è questa natura comune che ci permette, pur nella pazienza e nel duro lavoro della comprensione dell’altro, di trovare un comune linguaggio, un comune giudizio.

Non si può assolutizzare il particolare, il locale, la singolarità. Ma non si può neanche distruggere il particolare, il locale, la singolarità nel nome d’una pretesa universalità, d’una malintesa centralità che poi altro non è se non una differente particolarità. V’è un rispetto e una valorizzazione del particolare. Ma questo particolare deve avere anche una capacità di apertura e di confronto. Ogni particolare non può mai diventare un assoluto immutabile e ingiudicabile. In fondo il principio assoluto della non-ingerenza, il principio dell’assolutizzazione e dell’ingiudicabilità delle singole culture e dei particolari comportamenti, il principio dell’assolutizzazione del silenzio e del restare alla finestra senza intervenire, nasconde la superbia di chi non crede che, al di là d’ogni singolarità, v’è una comune radice, una comunanza di origine e di destino. è questa natura comune che ci permette, pur nella pazienza e nel duro lavoro della comprensione dell’altro, di trovare un comune linguaggio, un comune giudizio.

Se la squadra non trova un armonico sentire, un comune linguaggio, se non ha una capacità di ritrovarsi a occhi chiusi, allora non potrà vincere.

Solo una cultura che sappia  coniugare il massimo dell’unità con il massimo della differenza sarà una cultura vincente. E una squadra non vince se il Mister non
 


“Solo una cultura che sappia coniugare il massimo dell’unità con il massimo della differenza sarà una cultura vincente. E una squadra non vince se il Mister non tiene lo spogliatoio unito e non comunica ai suoi giocatori una mentalità vincente”.
 

tiene lo spogliatoio unito e non comunica ai suoi giocatori una mentalità vincente.

Mai come in questo nostro tempo, tempo di campionati del mondo, la cultura della Trinità, cultura della differenza e dell’unità, è la cultura vincente nella sfida per armonizzare, valorizzare, portare a compimento ogni singolarità e costruire l’equilibrio vivente e libero tra Nord e Sud, tra Est e Ovest.



Questa è la sfida che ci attende all’alba del Terzo Millennio.



 
* in Il mattino che viene, EMI, Bologna 1995, 67-72.
 
[1] S. Bernardelli, «Una crociata contro le mutilazioni». L’Organizzazione Mondiale della Sanità combatte l’infibulazione delle donne africane, in «l’Unità 2» (6 maggio 1994) 5.
 

[2] Cfr. B. Koeppel, Mutilation (sexuelle), in Encyclopédie Philosophique Universelle. Sous la direction d’A. Jacob, II/2, Les Notions Philosophiques. Dictionnaire. Dirigé par S. Auroux, Paris 1990, 1710.




 

 

 

 

 
< Prec.   Pros. >
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
web agency