Per Giovanni Paolo II l'ascolto dei giovani, e tutto il suo pontificato lo dimostra, diventa essenziale per affrontare la missione della nuova evangelizzazione, così come lui stesso l'ha delineata. La giovinezza, infatti, è come "una qualità dell'esistenza stessa. Giovinezza vuol dire libertà da preconcetti e sclerotizzazioni
ideologiche, che impediscono di aprirsi alla verità nella sua interezza. Giovinezza vuol dire capacità di speranza e di tensione verso traguardi non puramente utilitaristici; vuol dire disponibilità a pensare e a operare in grande senza lasciarsi intimidire dalle presunte esigenze di leggi e meccanismi inadeguati alla dignità della persona; vuol dire saper cogliere in ogni situazione e avvenimento la possibilità di procedere oltre, di cercare ancora, e di operare più profondamente per consentire all'uomo di non chiudersi in prigioni da lui stesso edificate. Giovinezza è infine propensione alla solidarietà e al desiderio di comunione che sono insiti nell'animo umano, non ancora soffocato dalla ricerca smodata dell'interesse individuale"[1].
V'è dunque nel giovane un'apertura ancora tutta da esplorare verso la verità, verso la libertà. "Essere uomini - dice Giovanni Paolo II - vuol dire essere liberi"[2]. "V'è in ogni uomo, in ogni persona umana questo desiderio della libertà. La libertà è una realtà aperta, una spinta di perfezionamento per acquisire sempre più perfettamente la libertà. La libertà è una qualità spirituale dell'uomo che sempre domanda all'uomo di trascendere se stesso"[3].
In questa visione antropologica che legge nell'uomo questo desiderio di libertà, si pone allora il problema del come essere liberi. "Come fare perché la nostra libertà non divenga una contraddizione, ma al contrario diventi quello che deve essere? Come e cosa è allora il vero perfezionamento, il vero sviluppo, la vera attuazione, la vera realizzazione della nostra libertà?"[4].
Soggetti di iniziative e cultura
Emerge a questo punto "l'importanza del compito educativo, il cui scopo è la formazione di un essere umano maturo. Meta altissima che non si raggiunge se non si riesce ad istillare nel giovane una profonda stima dei valori basata su forti convincimenti personali"[5].
Per Giovanni Paolo II è attraverso l'educazione che l'individuo giunge alla capacità di orientarsi verso la verità e il bene, approdando all'autonomia della sua persona, all'arte di inserirsi nel proprio ambiente come soggetto di iniziativa e di cultura, al possesso di quelle virtù umane, morali e religiose che costituiscono la struttura spirituale dell'uomo maturo. L'educazione è un atto di carità dell'uomo verso l'uomo.
L'educazione comincia in famiglia, ma i genitori non bastano da soli a far fronte alle molteplici esigenze educative, rese oggi sempre più complesse. Necessitano altre istituzioni: la Chiesa, la scuola, i gruppi e le associazioni giovanili. I giovani hanno diritto ad essere preparati non solo al lavoro e alla professione, bensì anche alla capacità di interpretare i problemi della società e della storia, della vita personale e collettiva, con giudizio responsabile ed autonomo.
Nell'opera di educazione si incontrano ed entrano in dialogo tra di loro due libertà: quella matura degli insegnanti e quella in via di formazione dei discepoli. Gli educatori hanno perciò il dovere di conoscere i processi psicologici delle varie età per adeguare la loro azione alle capacità ricettive e assimilative dei singoli per servirli meglio nella loro crescita. Tra autorità e libertà non esiste un rapporto necessariamente conflittuale. Se esso esplode, significa che l'una o l'altra è degenerata in autoritarismo o in libertarismo, ostacolo a qualsiasi progresso educativo[6].
Oggi ci troviamo in un tempo in cui l'uomo ha ampia possibilità di determinare, sia nel bene che nel male, il futuro. Viviamo in uno di quei momenti storici particolarmente seri, in cui vengono rimessi in gioco i massimi valori della convivenza umana ed in cui si profila l'alternativa di un loro impensato sviluppo o di una loro caduta senza ritorno. Siamo arrivati al momento in cui le nuove tecnologie rendono possibili sogni di secoli: arrestare e trasformare il deserto, sconfiggere la siccità e la fame, alleviare la pesantezza del lavoro, risolvere i problemi del sottosviluppo, rendere più giusta la distribuzione delle risorse tra i popoli del mondo. E nello stesso tempo viviamo la tragica contraddizione per cui la stessa tecnologia consente già all'uomo di vedere resa inabitabile la terra, inservibile il mare, pericolosa l'aria e pauroso il cielo.
In questo nostro tempo in cui la questione morale si pone come nuova questione sociale del futuro e la tecnologia costringe la nostra generazione a trovare i fondamenti delle grandi norme morali e a porsi così gli interrogativi decisivi sulla natura dell'uomo, i giovani hanno diritto a non sbagliare sulla destinazione della vita. Hanno diritto che la Chiesa ricordi la loro origine, ma anche la loro destinazione[7].
La parola che la Chiesa rivolge ai giovani è una sola: Gesù. Su questo occorre chiarezza, senza mistificare i discorsi o svuotarli di significato.
"L'obiettivo fondamentale che la Chiesa persegue - afferma Giovanni Paolo II - è la conversione a Cristo di ciascun essere umano, perché ‘non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati' (At 4, 12). Occorre che i giovani di oggi superino la paura di incontrare Cristo, quasi fosse un motivo di soffocamento di ciò che è autenticamente umano. Cristo è l'uomo perfetto, la verità totale dell'uomo; e concedersi a Lui significa recuperare, sanare e recare a compimento la persona nella sua genuinità"[8].
Una radicale disponibilità
La fede è soprattutto un incontro: incontro di Cristo con ogni singolo uomo. È Lui la strada che conduce alla pienezza della gioia. È Lui l'unica autentica risposta a dei giovani apparentemente senza problemi, stanchi di vivere e che scelgono volontariamente la morte. Non esiste altro segreto di vera riuscita, non c'è vera pace senza di Lui[9].
"L'incontro col Signore Gesù avviene normalmente attraverso l'incontro con una comunità ecclesiale unita, solida, attiva e lieta: capace di esprimere la componente umana in tutta la sua ricchezza. Occorre poi che il giovane credente senta la fierezza della sua identità ed assuma davanti al mondo un sereno atteggiamento critico che, mentre sa scorgere i valori di verità e di grazia disseminati dallo Spirito nei cuori di tutti gli uomini, abbia anche il coraggio di rifiutare i non-valori che la cultura circostante comporta. L'ideale non è di essere e di agire come gli altri, ma di essere e di agire come Cristo vuole, non rinunciando all'annuncio scomodo ma affascinante del Vangelo"[10].
"Seguire Gesù - e su questo Giovanni Paolo II non attutisce il discorso né inganna i suoi interlocutori - richiede certamente coraggio e perseveranza; esige cambiamento di mentalità e rinuncia allo spirito del mondo. È scelta chiara dei valori spirituali immutabili e ciò non pare facile, non è mai facile, ma non è impossibile"[11].
In questa chiamata a seguire Gesù, che è il proprio di ogni cristiano, "la pedagogia cristiana deve portare il giovane a un atteggiamento di disponibilità radicale nei confronti delle diverse vocazioni possibili, compresa quella al sacerdozio ministeriale o alla vita di particolare consacrazione... La Chiesa, dunque, deve
proporre ai giovani tutte le possibili vocazioni cristiane perché ciascuno si impegni a rispondere a Dio sulla strada su cui Egli lo chiama"[12].
A Reggio Emilia, nell'incontro con i ragazzi ed i giovani delle scuole medie e superiori, Giovanni Paolo II riprenderà l'argomento, parlando dei consigli evangelici della povertà, della castità e dell'obbedienza che "sono come atteggiamento interiore, una proposta offerta a tutti; come linea ascetica, un'indicazione particolarmente necessaria ai giovani, che vogliono prepararsi seriamente al matrimonio e alla vita di famiglia; come stato di vita, costituiscono la condizione di chi, rispondendo alla vocazione del Signore, vuole raggiungere la piena libertà di spirito e consacrarsi totalmente al servizio di Dio e dei fratelli"[13].
Conoscendo il contesto socio-culturale-economico dell'Emilia-Romagna, si comprende il coraggio e l'audacia evangelica di Giovanni Paolo II quando propone, non in astratto, ma rivolto ai giovani concreti di questa società del consumismo, il discorso vocazionale: "Voi, giovani, vivete la scelta vocazionale non tanto e non solo come problema di inserimento nella società e nella Chiesa, ma soprattutto come risposta alla predilezione di Cristo, che non ha esitato minimamente ad offrire la vita in favore vostro e dell'intera umanità e vi predilige a tal punto da chiedervi di essere suoi collaboratori, ciascuno in un suo ruolo specifico, tutti restando però nell'alveo del suo unico amore"[14].
La forza del convincimento personale è messa particolarmente in evidenza dal Giovanni Paolo II. V'è, infatti, il rischio che un forte spirito comunitario non fondato su scelte autenticamente personali possa creare un vuoto nei momenti cruciali e decisivi della vita, quando un uomo è chiamato a dare la sua risposta in prima persona. Inoltre, oggi, nel vuoto dei valori può essere forte il rischio che l'elemento emozionale prevalga su quello razionale fino ad annullarlo e che le scelte rimangano deboli e passeggere poiché non sostenute da motivazioni razionali.
Cosciente di questi pericoli, Giovanni Paolo II si rivolge ai giovani riuniti a Ravenna: "Tenete in onore la mente. Abbiate sete di verità e coraggio per cercarla a costo anche di grandi sacrifici. Se si possiede la verità, meglio, se si è da essa posseduti, non c'è nulla al mondo che possa fare paura: nella verità si ha la certezza della propria salvezza. Non vi illudete: la moltitudine non vi sostituirà mai nelle questioni decisive. Amate la comunità come voi stessi, ma per trovare voi stessi, perché solo trovando voi stessi, voi potrete aiutare gli altri a non smarrirsi"[15].
La vocazione ad essere uomini
La decisione personale si accompagna ad una conoscenza di se stessi. E questa conoscenza è possibile - e qui Giovanni Paolo II accenna all'analisi agostiniana del cognoscere te, cognoscere me e dell'inquietum cor - solo nella misura in cui si conosce ed ama Dio. "In questa tensione - conclude Giovanni Paolo II - si realizza la nostra vocazione di essere uomo. Si realizza questo essere di più. Viviamo in una civiltà che, in un certo senso, preferisce, privilegia l'avere, l'avere di più; allora ciascuno di noi deve sempre riscoprire in se stesso la necessità di essere di più, perché questa è la vera finalità della nostra esistenza umana"[16].
Giovanni Paolo II colloca il discorso della filosofia dell'essere all'interno dell'analisi del mondo che in questo fine secolo assiste al crollo delle utopie e delle ideologie di cui si era nutrito. "La generazione del terzo millennio - afferma Giovanni Paolo II - non deve conoscere certi orrori che hanno segnato a sangue questo nostro secolo"[17].
Così si rivolge ai giovani riuniti a Ferrara: "Mentre attorno a voi franano le ideologie legate a progetti storici limitati e passano le mode, voi non potete non avvertire anche l'inadeguatezza della civiltà dei consumi che privilegia l'avere sull'essere. Fate vostra, allora, la sete di essere, di essere più, non solamente avere più. Subordinatamente si deve avere, ma per essere più"[18].
Sul piano più propriamente accademico Giovanni Paolo II, parlando agli studenti dell'Università di Bologna, mette in guardia da uno studio finalizzato ad un maggior avere, uno studio inserito in un progetto consumistico. A questi studenti Giovanni P
aolo II s'indirizza così: "L'itinerario accademico può essere concepito esclusivamente come progetto di acquisizione di capacità e conoscenze in vista della propria affermazione sociale e del proprio tornaconto: ma questo umilierebbe in modo drammatico il senso dello studio e della ricerca, certamente orientati anche a dare a ciascuno una possibilità di lavoro, ma primariamente finalizzati all'avanzamento nella conoscenza e alla promozione di capacità e competenze da porre al servizio dell'intera comunità umana, a partire dalle sue membra più deboli. Evitate questi pericoli tenendovi aperti con passione al desiderio e alla ricerca della verità. Sarà proprio questa passione di verità a rinnovare le vostre forze intellettuali e spirituali e a consentirvi di superare le difficoltà che possono venirvi anche dalle deficienze del sistema e dalla inadeguatezza delle strutture. La stessa passione per la verità vi persuaderà che gli studi superiori non possono risolversi in un cumulo di informazioni e che non ci si può rassegnare a quella frammentazione del sapere, che è il rischio conseguente alla specializzazione propria delle scienze moderne"[19].
In questa apertura ad un essere di più si coniugano, nella visione antropologica di Giovanni Paolo II, il desiderio di libertà e la sete di verità.
Giovanni Paolo II ai giovani riuniti in Piazza Maggiore a Bologna ricorda: "Soltanto ‘la verità vi renderà liberi' (Gv 8, 32). Soltanto la verità ha la forza di trasformare il mondo nella direzione dell'autentico progresso e del reale umanesimo"[20].
Passione della verità e desiderio di libertà chiedono una risposta. In che cosa consistono il vero perfezionamento e il vero sviluppo, la vera attuazione e la vera realizzazione della nostra libertà? Giovanni Paolo II risponde: "La pienezza della libertà è amore. Noi siamo liberi per amore: se noi attuiamo l'amore, se noi cresciamo nell'amore autentico durante la nostra vita, noi facciamo crescere la nostra libertà, facciamo attuare la nostra libertà nel modo proprio al suo destino"[21].
La pienezza della verità coincide con la pienezza della libertà. E la pienezza della libertà è la pienezza dell'amore.
Questo percorso è l'unico che ridà senso alla vita. Perché quando si entra in questa visione si superano tutte le frustrazioni, il non senso, l'assurdo della vita. Giovanni Paolo II ribadisce infatti che "una vita senza ideali, non permettendo alla persona di esprimere positivamente le sue molteplici potenzialità, può facilmente trasformare queste energie in tensioni negative di aggressività e di violenza, sia individuale che collettiva"[22].
Vivere la propria vita
Giovanni Paolo II, parlando ai giovani, dimostra il coraggio di indicare i grandi ideali, di parlare sempre in una visione di prospettive storiche ed universali. Si sente nei suoi discorsi questo slancio di grande respiro che colloca tutti gli eventi in una visione che, pur partendo dal particolare concreto, è capace di trascenderlo in un'apertura verso l'Eterno e l'Infinito; verso la Bontà, la Verità, la Bellezza assoluta, l'Amore; verso quella Libertà perfettissima che è Dio stesso. In queste dimensioni e con questo slancio, Giovanni Paolo II con forza, contro tutti i profeti delle filosofie del nulla e della disperazione, afferma: "Vale la pena di vivere la vita. Perché la vita ha una sua finalità, finalità stupenda"[23].
Solo i grandi ideali danno senso alla vita, ridanno il gusto di vivere e di lottare.
"Alzate lo sguardo - proclama Giovanni Paolo II - e allargate gli orizzonti della vostra osservazione. Eventi sorprendenti stanno cambiando il volto della storia; speranze di pace si intrecciano a minacce di distruzione e di violenza. Si avverte
ineluttabile il bisogno di un impegno concreto per la giustizia e la solidarietà. Questa sete di un nuovo ordine morale diventa dimensione costruttiva della sensibilità e della spiritualità dei giovani di tutti i continenti. Solo se vi sentite protagonisti di un vasto disegno di rinnovamento e di pace, troverete la forza per affrontare i problemi di ogni giorno, risolvendoli alla luce dei grandi ideali, sorretti dai valori dello spirito che vi permetteranno di costruire un mondo nuovo, una nuova umanità"[24].
I grandi valori, gli orizzonti sempre più vasti, non si raggiungono senza il realismo della quotidianità, senza la fatica del giorno per giorno, senza la fedeltà alle piccole cose, senza il coraggio del cotidie morior[25] che solo rende possibile il raggiungimento delle mete più ardite.
Giovanni Paolo II ricorda, citando sant'Agostino: nulla "si realizza in un giorno, né può essere frutto di entusiasmo momentaneo. La strada resta sempre faticosa, ma se confiderete nel Cristo, non verranno mai meno le forze. E anche si comincia ad amare la fatica. ‘Dove c'è l'amore - diceva sant'Agostino - non si sente la fatica e anche quando c'è la fatica si ama questa fatica'"[26].
Giovanni Paolo II fa propria, e lo ripete in differenti occasioni, la filosofia dell'essere, con un conseguente primato dell'essere sull'agire. L'agire è consequenziale all'essere dell'uomo, dell'"uomo nuovo aperto verso il Padre"[27]. In questa linea "sono necessari percorsi educativi che non insistano soltanto sul dover essere, ma anche e innanzitutto sull'essere. Se l'insistenza dell'iniziazione cristiana vertesse soltanto sull'aspetto morale, trascurando la realtà nuova del battezzato, che in Cristo diventa una ‘nuova creatura' (cfr. 2Cor 5, 17), vi sarebbe veramente il rischio di scivolare in uno sbiadito moralismo"[28].
La formazione dell'uomo nuovo è il primo compito, la prima missione di ognuno di noi. Al dono che ci viene dall'alto e ci sollecita verso l'alto deve seguire la risposta della nostra volontà, cioè la nostra personale collaborazione. "Quel cercare le cose di lassù è inscritto nella struttura stessa dell'uomo, che vive nella piena dimensione della sua umanità solo quando è capace di superare se stesso con la forza della verità e dell'amore... Solo dopo che ci è stata tale formazione con la forza della stessa verità e dell'amore, deve essere promossa la trasformazione del mondo...: la famiglia, anzitutto; poi l'ambiente degli amici, l'ambiente della scuola, il luogo di lavoro, il mondo della cultura, la vita sociale, la vita nazionale"[29].
La fede non resta mai, se è autentica fede cattolica, un fatto privato senza rilevanza culturale, senza riscontro nel mondo esterno alla coscienza del credente. Al contrario, "la fede deve generare la cultura; deve cioè portare ad affrontare i problemi e a vivere le situazioni in modo coerente alla propria convinzione cristiana"[30]. Perché "all'essere devono seguire le opere. Le opere manifestano e trasmettono la fede con l'aiuto dello Spirito"[31].
In Emilia-Romagna, nonostante un forte processo di secolarizzazione in atto, Giovanni Paolo II tiene presente e suppone che "i fondamentali valori umani del cristianesimo sono radicati anche nelle coscienze di chi si dice agnostico o non credente"[32].
A partire da questa considerazione si nota la forza e la chiarezza della proclamazione evangelica di Giovanni Paolo II.
(Liberamente tratto da E. Grasso, Domande e chitarre. I giovani nell'analisi dei discorsi di Giovanni Paolo II in Emilia-Romagna, in E. Grasso, Evangelizzare il futuro. Giovanni Paolo II ai giovani, ai poveri, ai consacrati, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 1994, 27-40).
Si veda anche l'articolo: "Il messaggio della musica giovanile nell'interpretazione di Giovanni Paolo II".
[1] Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari nella Piazza di San Petronio a Bologna (7 giugno 1988), in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XI/2, 1899-1900. D'ora in poi saranno citati Insegnamenti.
[2] Giovanni Paolo II, Ai giovani del "Progetto-Uomo" (11 maggio 1986), in Insegnamenti, IX/1, 1383.
[3] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù nella Cattedrale di Carpi (3 giugno 1988), in Insegnamenti, XI/2, 1749.
[4] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1749.
[5] Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna riuniti nell'ippodromo di Ravenna (11 maggio 1986), in Insegnamenti, IX/1, 1390.
[6] Cfr. Giovanni Paolo II, Modena: alle comunità dell'Università, dell'Accademia Militare e delle scuole cittadine (4 giugno 1988), in Insegnamenti, XI/2, 1761-1763.
[7] Cfr. Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna..., 1387-1389.
[8] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1743.
[9] Cfr. Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara nell'incontro in Piazza Ariostea (23 settembre 1990), in Insegnamenti, XIII/2, 719.
[10] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1743.
[11] Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara..., 719-720.
[12] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1745.
[13] Giovanni Paolo II, Reggio Emilia: consegna ai ragazzi ed ai giovani delle scuole medie e superiori (6 giugno 1988), in Insegnamenti, XI/2, 1844-1845.
[14] Giovanni Paolo II, Reggio Emilia: consegna ai ragazzi ed ai giovani..., 1845.
[15] Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna..., 1391.
[16] Giovanni Paolo II, Modena: alle comunità dell'Università..., 1766-1767.
[17] Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna..., 1390.
[18] Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara..., 721.
[19] Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari..., 1902-1903.
[20] Giovanni Paolo II, Ai giovani, in Piazza Maggiore (18 aprile 1982), in Insegnamenti, V/1, 1238.
[21] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1749-1750.
[22] Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari..., 1900.
[23] Giovanni Paolo II, Ai giovani del "Progetto-Uomo"..., 1384.
[24] Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara..., 720.
[25] Cfr. 1Cor 15, 31.
[26] Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara..., 721.
[27] Giovanni Paolo II, Ai giovani, in Piazza Maggiore..., 1236.
[28] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1744.
[29] Giovanni Paolo II, Ai giovani, in Piazza Maggiore..., 1236-1237.
[30] Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari..., 1904.
[31] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1744.
[32] Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna..., 1389.
30/08/07