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Il Cristo del sottotetto*
Considerazioni sul genocidio ruandese
Rwanda la missione dopo il genocidio/4
Jean-Baptiste Bugingo è un prete ruandese sopravissuto al genocidio del 1994 in circostanze che lo hanno marcato definitivamente, anche nella sua vita di fede. Arrivato in Belgio pochi mesi dopo i massacri, da allora è al servizio della diocesi di Hasselt. In tutti questi anni non ha mai smesso di ritornare periodicamente in Ruanda per aiutare quella Chiesa a riprendersi. Il periodo trascorso da quei tragici eventi gli ha permesso di collocarli in una prospettiva più precisa. A otto anni da una prima intervista, pubblicata nel n. 51 di "Missione Redemptor hominis", lo abbiamo interpellato nuovamente sulla situazione in Ruanda e sull’evoluzione delle sue convinzioni.
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Quali sono le tue impressioni sullo stato attuale del Paese, tredici anni dopo il genocidio?
La mia lettura della situazione, lo premetto, è una lettura di fede, condizionata dall’esperienza che, nei giorni del genocidio, ha dato un’impronta definitiva alla mia vita. È l’esperienza del «Cristo del sottotetto»: sono rimasto nascosto una settimana nel sottotetto di una casa di suore, con i militari che mi cercavano per uccidermi. Dicevano alla superiora che sapevano che ero lì e che, se non mi avesse consegnato, mi avrebbero ucciso davanti ai suoi occhi e poi avrebbero ammazzato lei e le sue consorelle. La superiora, una suora belga di un’ottantina d’anni, svenne quando sentì quelle parole.
Per diversi giorni sono stato in rivolta contro Dio, sentendo la morte vicinissima, ripensando a quello che avevo visto in quei giorni. Poi mi sono accorto che c’era luce anche lì, in quella situazione. C’era quella suora, debole e anziana, che non si piegava e che, quando riusciva a eludere la sorveglianza dei militari, mi portava da mangiare e, tremando, mi diceva di avere coraggio. È stata più potente degli autori del genocidio e mi ha fatto capire che la potenza di Dio si rivela nella debolezza.
La nostra fede è in un Dio sconfitto, che è riuscito a dare un senso anche al supplizio più atroce, la croce.
È con questo sguardo che continuo a rivolgermi alla situazione attuale del Ruanda. So che le ferite sono aperte, che l’orrore inenarrabile vissuto ha fatto precipitare il Paese in un abisso, ma il Vangelo ci spinge a veder luce anche nella notte più nera.
Con questa premessa, posso dire che i miei viaggi annuali in Ruanda mi permettono di percepire un progresso costante. Ormai vi è sicurezza, si può circolare liberamente. Si nota un netto miglioramento socioeconomico. I giovani hanno di nuovo una gran voglia di studiare e i genitori fanno ogni sforzo per sostenerli.
Si osserva poi una volontà di convivere. Quando si sa che vittime e carnefici vivono fianco a fianco sulla stessa collina, colpisce vederli condividere l’acqua presa alla sorgente, il fuoco, la birra di banane, il cibo, aiutarsi nei campi. Non parlerei di riconciliazione, ma questo è forse il modo migliore di realizzarla.
E la Chiesa, che stagione vive?
Devo riconoscere che io, dopo il genocidio, facevo parte di quei profeti di sventura che vedevano profilarsi la fine della Chiesa in Ruanda. Bisogna ricordare che il genocidio è iniziato il mercoledì dopo Pasqua e che mai come quell’anno le chiese erano state così piene. Sappiamo quante analisi siano state scritte al riguardo. Vedendo che quegli stessi cristiani che gremivano le chiese hanno poi compiuto massacri di un’efferatezza inaudita, hanno ucciso preti e suore, distrutto chiese, profanato tabernacoli, si è parlato di un messaggio che non era penetrato nella cultura più profonda, di una dicotomia allucinante tra la pratica domenicale e la vita.
Più sostanzialmente, rimaneva la domanda: «Dov’era Dio?». Era lecito interrogarsi, quindi, su come parlare di Dio dopo il genocidio.
Oggi, invece, mi sembra che questo insieme di considerazioni nasca da un approccio superficiale, che ignora dei fatti che non possono essere taciuti. Non si può dimenticare che innumerevoli sono state le persone che hanno pagato con la morte il loro rifiuto di ottemperare agli ordini dei carnefici e che ci sono state migliaia e migliaia di persone che hanno rischiato la loro vita per proteggere chi veniva braccato, mosse dalla loro fede cristiana.
Dov’era Dio? Nelle vittime. Era lì, tagliato a pezzi da una machette, in quella donna che veniva violentata, in quel prete che veniva spogliato. Non era assente, era presente come vittima e in quanti hanno preferito morire piuttosto che tradire, in quanti hanno salvato delle vite.
Dopo anni di riflessione, direi che quello che è cambiato, dopo il genocidio, è che dobbiamo avere pietà di Dio. Dio ha sofferto più di me durante il genocidio.
Sono considerazioni, queste, che indubbiamente ridanno il coraggio dell’annuncio, ma che allo stesso tempo inducono a delle opzioni decise. Potresti accennarle?
In questi anni, il cammino concreto compiuto dalla Chiesa è stato caratterizzato dalla volontà di spingere la gente a dire come stavano le cose, senza paura. Molti temi erano diventati tabù. Per questo, per il giubileo del 2000, che coincideva con la celebrazione dei cento anni di evangelizzazione del Ruanda, i vescovi hanno invitato a guardare in faccia il male, scegliendo come tema la riconciliazione, con se stessi, con l’altro, con Dio.
Da questo esame di coscienza collettivo sono nate diverse iniziative concrete, aventi come assi portanti il vivere insieme e la priorità da dare agli orfani, alle vedove e ai poveri. Non bisogna pensare tanto ai grandi progetti, che pure esistono, quanto a un fiorire di molti piccoli gesti a livello di ogni collina: è lì che la popolazione si fa carico dei vicini che sono orfani o vedove.
La riconciliazione, a che punto sta?
Non mi piace questa parola, perché se diventa uno slogan o un procedimento meccanico, c’è il rischio di distorsioni inaccettabili. La vittima diventa quasi obbligata a perdonare, se non vuole essere annoverata essa stessa tra i cattivi. Parlare, più modestamente, di convivenza, mi sembra allora più indicato.
Detto questo, va aggiunto che una tale riconciliazione avanza a piccoli passi. Ci sono innumerevoli episodi quotidiani. Ne riferisco, tra i tanti che rimarranno per sempre ignoti, uno che mi riguarda personalmente. Da anni, nei miei periodici viaggi in Ruanda, visito la prigione del mio distretto. Pochi mesi fa ho incontrato in prigione un mio compagno di scuola dei tempi delle elementari. Si è rivolto a me ricordando tutte le mie visite di questi anni e dicendo che, all’inizio, lo mettevano a disagio, così come il fatto che io gli stringessi la mano. Mi ha confidato che mio nipote e i suoi due figli, scomparsi durante il genocidio, erano sepolti nella sua piantagione di banane. Sua moglie mi avrebbe indicato il luogo preciso, affinché io potessi dare loro adeguata sepoltura. Evidentemente era lui che li aveva uccisi. Gli ho fatto sapere che potevano rimanere lì, e che insieme, dopo la sua liberazione, li avremmo onorati.
Al di là di questa esperienza personale, il concetto che guida tanti ruandesi, in questo momento, è quello di misericordia. Se è vero che Dio mi sopporta, che è buono per me che non sono buono, allora anch’io posso agire come Dio, perché ho capito che il Dio che mi offre il suo amore è stato la mia vittima. Sì, perché Dio è stato la principale vittima del genocidio ruandese. E spesso, nel concreto di quest’epoca successiva al genocidio, quando il carnefice vede che la vittima va verso di lui in pace, ritrova un cuore di carne.
Riesci a trovare un senso a tutti quei tragici eventi?
Gli enormi aggiustamenti che si sono resi necessari a livello pastorale forniscono indicazioni preziose a tutta l’Africa. Basti pensare che, con il clero annientato, i laici hanno preso in mano la gestione della Chiesa. Ora che, grazie a Dio, vi è una nuova generazione di giovani preti, non vi è stato semplicemente un ritorno allo statu quo ante. No, il prete, ad esempio, riceve i soldi per la benzina dal comitato di gestione della parrocchia e non è per niente scontato che un uomo di formazione universitaria, com’è il prete, sia sottoposto a persone che spesso sono analfabete. Per chi conosca il ruolo e l’autorità del prete in Africa e gli abusi che a volte si riscontrano, questa innovazione, frutto del genocidio, è una grande purificazione.
Ed è proprio una grande purificazione quella che è stata resa possibile dal genocidio. Vedere che dei preti hanno preso parte al genocidio ha fatto cadere molte nostre convinzioni che, in fondo, erano solo proiezioni dei nostri desideri. È rimasto, unico, il Cristo nudo. Per queste ragioni, e tante altre, oso parlare di una «bellezza del genocidio» che ci ha spogliato di tanti mantelli che rallentavano la nostra marcia al seguito del Cristo nudo.
(a cura di Michele Chiappo)
* Pubblicato in Missione Redemptor hominis 79 (2006) 5.
23/06/07
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