P. Jean Baptiste Bugingo, prete rwandese, è scampato al massacro del 1994. Da vari anni vive in Belgio, nella diocesi di Hasselt, dove l'abbiamo incontrato.
Le sue parole ci permettono di leggere l'orrore del genocidio e la situazione ecclesiale odierna a partire dalla fede e dalla testimonianza di quel popolo di poveri del Rwanda di cui non si parla e che non fa notizia.
In vista della preparazione del grande Giubileo dell'anno duemila e del primo centenario dell'evangelizzazione del Rwanda, la Chiesa ha voluto insistere in maniera particolare sulla riconciliazione. In che modo le comunità cristiane legano questo bisogno di riconciliazione alla memoria di quel che è successo, affinché l'orrore del genocidio non si riproduca mai più?
Durante il genocidio del '94, molti preti e catechisti sono stati uccisi; molti sono fuggiti in esilio. Moltissime comunità si sono trovate sole per lunghissimo tempo. Ci sono state, allora, persone semplici che hanno riunito i fedeli per leggere la Parola di Dio. Grazie a loro la fede si è mantenuta.
E' per questo che oggi si insiste sulla formazione delle persone. E' nato un Servizio d'Animazione Teologico, persone formate teologicamente che riuniscono la gente, leggono la Parola di Dio, cercano di metterla in pratica nella vita concreta di ogni giorno. Sciamano dappertutto, sulle colline, nei villaggi per animare la gente, andando di famiglia in famiglia. Si insiste su questo percorso concreto di piccoli nuclei che a loro volta formano altri piccoli "nuclei generatori di pace" affinché si faccia una riconciliazione effettiva.
Forse oggi si assiste anche ad una certa rimozione della memoria. Non si vuole riconoscere ciò che è accaduto. Vi sono molti rifugiati partiti in ex-Zaïre e in
Tanzania, in quegli stessi campi dove si erano rifugiate le bande dei massacratori. Sono stati inquadrati da questi. Al momento della ribellione nell'ex-Zaïre, il governo rwandese è intervenuto per distruggere questi campi. Ci sono stati molti morti. Da una parte e dall'altra la gente ormai si sente vittima e difficilmente si arriva ad ammettere quello che è successo.
Questo è il quadro generale, piuttosto politicizzato, direi. Poi c'è la vita concreta del piccolo popolo che ha un problema che non è né quello politico, né quello etnico, ma solo quello di sopravvivere. Quello che lo preoccupa è avere da mangiare, poter far crescere i figli, poter vivere in pace, avere un po' di sicurezza.
Fra di loro, questa gente parla molto concretamente di quello che è successo. E lo condanna. E ci sono persone che cadono in ginocchio davanti agli altri dicendo: "Quel che è successo è intollerabile"; e chiedono perdono.
Ciò avviene tra il piccolo popolo sulle colline. E questa gente, con l'aiuto della parola del Vangelo, arriva a vivere in pace, a lavorare insieme, ad aiutarsi. Certo è una minoranza ma è un qualcosa che fa sperare per l'avvenire.
Senza dubbio quel che è successo in Rwanda ha rappresentato la rottura di un'epoca. Dopo che dei cristiani si sono massacrati fra di loro, la Chiesa non può non interrogarsi e ripensare la sua presenza: come essere Chiesa dopo quel genocidio.
Intanto io vorrei parlare della Chiesa Popolo di Dio, della Chiesa comunione e comunità di fede. A questo livello io direi che non c'è rottura.
Per una volta in Rwanda ci si è resi conto che il deposito di fede si è mantenuto nel cuore della gente, soprattutto dei più semplici. E' un elemento molto importante perché rappresenta, a mio avviso, la chiave del cambiamento da fare, mettendo l'accento sul laicato, sui semplici fedeli. Non è che bisogna separarli dalla gerarchia. Ma occorre dare un ruolo molto più importante ai fedeli.
In effetti, dopo quello che è successo, la gerarchia si è resa conto che non è la sola a "pensare" la Chiesa, non è la sola a cercare soluzioni ai problemi della Chiesa.
Sono state poste molte domande. Dopo quasi cento anni di evangelizzazione, come è potuto succedere che dei cristiani, nutriti del corpo di Cristo, siano arrivati a un dramma simile? Erano sbagliati i metodi di evangelizzazione? C'era la possibilità di prevedere?
Secondo me queste domande, anche se legittime, sono mal poste. Non è questione di sapere solo se abbiamo o no dato il messaggio, o l'abbiamo dato male. Il problema è di sapere se siamo stati aperti all'azione dello Spirito. Non abbiamo forse considerato le strutture prima ancora di guardare e di essere disponibili allo Spirito che ci guidava? Ed è su questo punto, lo si voglia o no, che dobbiamo cambiare metodo. E' un'altra mentalità da acquisire.
Tu insisti molto sul fatto che non c'è rottura a livello del piccolo popolo. Il genocidio è stato pensato, pianificato, ordinato in alto. Ma a livello del popolo semplice, il piccolo contadino non ha forse ucciso l'altro piccolo contadino? E allora non c'è una rottura nella loro coscienza che occorre guarire, un peccato da sanare?
Vorrei rispondere partendo da ciò che ogni giorno diciamo nella messa: "Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa". E' per questo che io insisto sempre sulla Chiesa come comunione di fede. A questo livello credo che, come per Abramo nell'Antico Testamento, se ci sono cinque giusti, la comunità è salva.
Inoltre vorrei aggiungere che è vero che in Rwanda c'è stato molto male e molti malfattori. Ma quello che non si dice è che ci sono stati anche dei martiri dell'amore, dei martiri della carità, ci sono stati dei testimoni della fede che hanno preferito morire piuttosto che uccidere, che hanno preferito perdere la loro vita per salvare quella degli altri. Di questo non si parla. Ma in mezzo a tutti quei massacri e regolamenti di conti, è questo che ha mantenuto la fede.
Si potrebbe dire, in senso biblico, che vi sono questi "poveri di Yahvé", di cui bisogna parlare: è a partire da loro che la Chiesa si ricostruisce. E' un piano teologico e non sociologico...
E' proprio questo. Sono contro la legge che dai numeri dei battezzati pretende di indicare il grado di cristianità di un paese. E' un piccolo resto che ha permesso ad Israele di sopravvivere. E in Rwanda questo piccolo resto non è mai mancato, anche nei momenti più duri del genocidio.
Si dice: "Ma come! ci sono stati quei massacri, non hanno chiesto nemmeno perdono e voi parlate di riconciliazione!". E' vero che umanamente parlando è un
po' folle questo discorso della riconciliazione. Ma se non ci sono questi folli di Dio, credo che non ci possa essere fede sulla terra. E poi occorre sempre evitare le distinzioni troppo manichee: il buono di qua, il cattivo di là. In ognuno c'è del buono e del malvagio.
Nella situazione del Rwanda, occorre soprattutto fare il grande sforzo di scoprire quel poco di positivo che ci può essere nella grande negatività di questa pasta umana. E' questo, penso, il compito della Chiesa, a cui ancora oggi viene data fiducia malgrado le tante chiese diventate dei "mattatoi" durante il genocidio.
E questo io lo comprendo a modo mio. Non è possibile che tutto quel sangue innocente sia stato versato inutilmente. Tutte quelle persone - io li chiamo i "santi innocenti" - intercedono per noi e sono sicuro che è grazie a loro che la riconciliazione sarà possibile.
Come hai vissuto quei giorni di follia omicida?
Mi trovavo in un monastero di benedettine in convalescenza con due costole rotte dopo un incidente d'auto. Quando i soldati sono arrivati, le suore mi hanno fatto nascondere in clausura. Per due volte sono stati "distratti" nel momento in cui stavano per avvicinarsi alla stanza dove ero. Poi le suore mi hanno nascosto sul soffitto dove sono rimasto quindici giorni. I soldati non andavano via perché non avevano ancora trovato il mio cadavere. Alla fine, l'inserviente delle suore ha scoperto la mia presenza e mi ha denunciato. Ma un prete belga, pagando una forte somma ai soldati, è riuscito a farmi scappare di notte in ex-Zaïre.
La maggior parte dei miei colleghi professori e dei miei studenti è stata massacrata. Dei cinquantasette preti della mia diocesi di Nyundo, trentadue sono stati uccisi. In famiglia, tra fratelli, sorelle e nipoti, eravamo più di settanta persone: sono rimasto io e sei piccoli nipoti, tre femmine e tre maschi.
E' veramente un "miracolo" se sono vivo. Dall'ex-Zaïre sono fuggito in Burundi e da lì in Belgio grazie a mons. Schruers, Vescovo di Hasselt.
Ma tu sai chi voleva la tua morte?
Erano pronte le liste di persone da eliminare con il loro recapito. Si diceva in giro che ogni persona di etnia tutsi doveva morire, anche chi non era ancora nato. Donne incinte sono state così sventrate per uccidere i figli che portavano in seno. Era l'orrore. Molte persone pagavano per essere uccise con una pallottola e non a colpi di machete.
E da dove venivano gli ordini?
Venivano dal governo. E' provato. E' documentato.
Non erano quindi vendette personali...
Era tutto diabolico. Uomini che da anni erano sposati con donne tutsi venivano convinti a massacrare le proprie mogli. C'era un'ideologia. Vi erano mezzi. V'era la radio che instillava la paura dell'altro. La propaganda era martellante: "Se non li uccidete, saranno loro ad uccidervi. Non bisogna lasciarne nemmeno uno". Era tutto preparato, pianificato.
Che cosa dire come conclusione a partire da questa tua esperienza di dolore e di orrore?
Vorrei parlare della fede non in un Dio astratto, ma nel Dio-con-noi, colui che si è incarnato e che è entrato anche nella banalità della vita dell'uomo. Vorrei parlare dell'amicizia, di come nulla ha più valore dell'amicizia, di quell'incontro in profondità con una persona, al di là della cultura, del colore della pelle. E sono convinto che è impossibile, quando si ha fede e si è incontrata l'amicizia, cadere nella disperazione.
(continua)
*pubblicato in “Missione Redemptor hominis” n. 51 (1999) 10.
03/06/07