Torna periodicamente a riempire le pagine di cronaca l’assurda “moda” o il “gioco perverso” di lanciare sassi dai cavalcavia di strade e autostrade.
E’ del 12 dicembre 2005 la notizia di un masso scagliato sull’A14 nei pressi di Ancona. Poteva causare una strage.
Il 16 dicembre 2005 La Repubblica on line riporta questa notizia:
“Sassi sulla A14, presi i colpevoli. Sono 4 studenti: "Ci annoiavamo”.
Lo scorso mese di agosto nei pressi di Cassino un episodio simile ha causato la morte di un uomo.
Il primo di questi gravi episodi si registrò il 27 dicembre 1997, quando un sasso gettato da un cavalcavia nei pressi di Tortona in provincia di Alessandria provocò la morte di una donna di 31 anni, Maria Letizia Berdini che viaggiava nella sua auto insieme al marito.
Un episodio questo che per emulazione fu seguito da tanti altri che ogni volta tornano a farci reagire, per condannare questi gesti, per farci riflettere sull’irresponsabilità di giovani coscienti che quel loro gesto, fatto “per gioco” o “per noia”, può ogni volta provocare la morte di qualcuno.
Cosa fare con questi giovani?
Proponiamo ai nostri lettori una riflessione di Emilio Grasso che pubblicammo su “Missione Redemptor hominis” n. 45 (1997) dopo l’episodio del cavalcavia di Tortona, ma che purtroppo mantiene tuttora la sua grave attualità.
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METTERLI AL BANDO?
Giovani del cavalcavia: la malattia della normalità
di Emilio Grasso
Sul Corriere della Sera del 22 gennaio Indro Montanelli interviene con un articolo di fondo a proposito dei giovani della banda del cavalcavia di Tortona che hanno ucciso una donna con il loro lancio di sassi contro le auto.
La proposta di Montanelli è semplice: metterli al bando. Poiché non vi sono più le colonie di deportazione e di lavori forzati, quali erano l’Australia per l’Inghilterra e la Guiana per la Francia, Montanelli propone di inviarli in quei «Paesi del Terzo e Quarto Mondo in cui non c’è bisogno di “visto” per entrare. Ma per sopravvivere ci vogliono unghie e denti».
E’ ben noto il valore, il coraggio controcorrente e la vis provocatoria e paradossale di tanti scritti di Montanelli. E di questo va tenuto conto. Come va anche tenuto presente il pensiero disincantato di uno dei più grandi giornalisti italiani.
Eppure questa provocazione, che Montanelli chiama sogno, non lascia indifferente chi lavora in queste terre di Terzo e Quarto Mondo ed anche chi lavora a contatto con dei giovani.
Nell’indice analitico della Encyclopædia Universalis la voce Déportation/Déportations rimanda oltre alle già citate Australia e Guiana anche ad altre voci significative: campi di concentramento, pena di morte, apartheid, purghe staliniane, shoah, tratta dei neri.
Una lettura globale di queste voci ci fa capire meglio cosa hanno rappresentato e rappresentano Australia e Guiana.
Al fondo di tutti questi fenomeni, storicamente ben differenti e che pure permettono una lettura parallela, v’è quella espressione «mettere al bando» che dà proprio il senso dell’articolo di Montanelli.
Col mettere al bando si compie un processo di rimozione, di cosificazione e di espulsione di tutto ciò che reputiamo essere a noi estraneo e che mina la nostra identità, la nostra tranquillità, la nostra sicurezza.
Tutto ciò che non comprendiamo e non è assimilabile va irrimediabilmente espulso.
La logica della «messa al bando» è la stessa dell’apartheid e della shoah. Ridare a questi termini un valore protettivo della società, fosse anche solo con intenti provocatori, ci sembra un’operazione a dir poco estremamente pericolosa. Come altrettanto pericoloso e falsamente rassicurante è il credere che la messa al bando di alcuni possa in qualche modo risolvere il problema.
Ci sembra, invece, che Montanelli colga nel segno quando, alla fine dell’articolo, scrive: «In Italia, e forse in tutto il mondo cosiddetto “sviluppato”, non è malata soltanto la politica. Sono malate le società».
Su questo aspetto concorda, sempre sullo stesso numero del Corriere della Sera, lo psichiatra Paolo Crepet, esperto di disagio giovanile: «L’anomalia nasce nell’assoluta normalità: dietro a quelli che lanciano i sassi ci sono altri mille ragazzi che vorrebbero lanciarli, che corrono a tutta velocità, che mettono a rischio la propria vita e quella degli altri. Questo fenomeno non è un fungo malnato, è esteso, riguarda tanti giovani».
Anche Franco Ferrarotti parla di «neo-vitelloni teppistici, che hanno perso completamente ogni moralità, vittime loro stessi di una società sempre più priva di riferimenti».
Col mettere al bando si rischia di occultare e rimuovere il fenomeno. Ora, invece, se questo è una spia d’una società malata, bisogna avere il coraggio di guardare in faccia questo sintomo, di interrogarlo, di ascoltarlo, di cercare di capire, di cogliere il percorso compiuto. Forse ci accorgeremo così che non ci troviamo proprio di fronte ad abitanti di altri pianeti.
Ed allora cominceremo a comprendere cosa è questa «normalità» che produce tale «anomalia».
Tutto questo non tocca minimamente il problema del processo penale che in un Paese civile va fatto nell’osservanza dei codici e non secondo la variabilità della piazza.
Neppure tocca il problema delle pene adeguate e della certezza del diritto, non solo quello processuale, ma anche quello penale.
Bisogna anche diffidare degli equivoci che sono entrati nel parlare comune con l’uso improprio e fuorviante di termini come «perdono» e «pentimento».
Un «perdonismo» che non costa nulla ed un «pentitismo» che fa guadagnare tanto immettono nella società la convinzione che, al fondo, noi non siamo responsabili delle nostre azioni.
Questa ci sembra essere la maniera peggiore, tra le tante, per mettere una persona al bando della società.
Per quanto malata possa essere la società, rimane pur sempre una responsabilità personale inalienabile, nel bene e nel male, che ci costituisce come uomini.
Togliere ai giovani del cavalcavia il diritto ad una responsabilità personale, con tutte le conseguenze che ne derivano, vuol veramente dire metterli per sempre al bando.
Nello stile provocatorio di Montanelli v’è una verità che va evidenziata e sulla quale si può costruire.
Indubbiamente nei paesi del Terzo e Quarto Mondo per sopravvivere ci vogliono unghie e denti. Forse è giunto il tempo in cui bisogna ritrovare il coraggio di indicare i luoghi dove vi sono degli uomini e mettersi all’ascolto ed alla scuola di questi.
Il bambino che percorre cinque o dieci chilometri a piedi nella foresta, il più delle volte a digiuno, per partecipare ad una riunione, o semplicemente solo per andare a scuola, forse ha molto da insegnare a tanti giovani della nostra società cosiddetta «sviluppata». A tanti e tanti giovani vitelloni, anche se poi non tutti sono teppisti.
Sì, quel bambino ha tante cose da insegnare. Anche se il suo volto è nero...
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