Madrid: 11 marzo 2004
Madrid, 11 marzo 2004, ore 7.37. Una bomba esplode nei dintorni della stazione di Atocha. Quasi un minuto dopo si producono altre due esplosioni nello stesso treno. Il caos e lo sconcerto invadono i marciapiedi e le scale mobili del terminal. Sono le ore 7.38 quando esplodono altre due bombe in un convoglio della stazione di El Pozo e un'altra a Santa Eugenia. Alle ore 7.39, altre quattro esplosioni distruggono un altro treno a 500 metri da Atocha. In appena tre minuti, dieci bombe riscrivono la Storia: Madrid ha appena finito di subire il più grande attentato terrorista mai perpetrato in Spagna. 191 morti e più di 1.500 feriti rendono impossibile dimenticarlo.
Cercando i colpevoli, tutti gli sguardi si dirigono verso l'ETA e il Governo continua a difendere questa teoria, quando le prime piste obbligano a voltare il dito accusatore verso il terrorismo islamico. Nel pomeriggio di sabato 13 marzo, giornata di riflessione elettorale, tre cittadini marocchini - tra questi Jamal Zougam, considerato uno degli autori materiali degli attentati - e due indiani saltano sulle prime pagine dei mezzi di comunicazione. Sono i primi detenuti in relazione al massacro.
Non entro in questioni d'interpretazione del Corano. È un campo che non conosco. Ancor meno mi compete un'analisi del fenomeno terrorista, con particolare riferimento all'organizzazione al-Qa'ida.
Come tanti uomini del mio tempo, quel che so è quello che leggo sui giornali, vedo in televisione, ascolto alla radio, approfondisco in qualche libro specializzato.
Madrid, all'improvviso, ha detto a tutti noi che la nostra vita può cambiare in un batter d'occhio, al suono d'un cellulare nascosto in uno zainetto incustodito.
Quando le fonti d'informazione ufficiale si sono precipitate a dirci che gli autori dell'attentato appartenevano a un'organizzazione terroristica basca, ci siamo sentiti rassicurati. Anche se non ci abbiamo facilmente creduto, in fondo ci abbiamo sperato. Sarebbe stato ancora un fatto lontano, un affare in casa altrui, una morte che ci toccava di meno.
Ma, dopo poche ore, la verità ha cominciato a farsi strada.
Poi le rivendicazioni di al-Qa'ida hanno messo a tacere i nostri dubbi e, diciamo pure, le speranze di poterne star fuori.
C'è una frase che mi ha molto impressionato in quella tragica rivendicazione: "Voi amate la vita e noi la morte".
Terrorismo: un fenomeno multiforme e complesso
Ho già detto che non sono un esperto di islamologia e non entro nel campo interpretativo della compatibilità o meno di questa frase con il Corano e con l'immenso corpus degli hadith, i detti e gli atti di Maometto considerati fonte della legge, nei quali si parla spesso di martirio.
Compatibile o meno che sia, resta il fatto che v'è un'immagine di Dio e della religione alla quale molti uomini si rifanno e per la quale muoiono e vivono.
Al di là dell'espressione in questione c'è, fondamentale, il discorso della vita e della morte.
Il discorso si sposta, perciò, dal problema dell'esistenza di Dio a quello dell'immagine di Dio. Dire che tutti i credenti hanno in comune lo stesso Dio è affermazione che richiede precisazioni sul significato del nome. Mai come in questo caso il nome e l'essenza coincidono.
Negli anni '60 vi fu la moda, che in certi casi divenne un'ubriacatura, della secolarizzazione, della morte di Dio e delle religioni.
Squilibrati come spesso ci dimostriamo, siamo passati con ugual entusiasmo al ritorno del sacro e delle religioni, fino al punto di non saper più cogliere nei fenomeni che si presentavano gli aspetti di morte che andavano rifiutati.
Presi dalla conflittualità con il mondo comunista ateo e negatore del religioso, abbiamo sposato ogni causa che ad esso si opponesse, incuranti che in casa, sotto i nostri occhi, si sviluppassero culture nichiliste portatrici di morte e distruzione.
La paura di quel mondo non ci ha resi vigilanti sul pericolo di altri mondi, religiosamente fanatici o d'una religiosità alienante o indifferenti o senza senso, che stavano nascendo in mezzo a noi. Questi mondi oscuravano la razionalità. La battaglia per la razionalità, che non è razionalismo, è battaglia per il Logos nel quale la nostra fede riconosce il Principio della creazione e il senso della storia umana.
Il Logos, per san Giovanni, è la Via, la Verità e la Vita.
Sì, è vero! Noi amiamo la Vita, la pienezza della Vita. Il nostro Dio è Dio della Vita e non della morte.
Bisogna, però, fare molta attenzione a saper ben analizzare gli avvenimenti, a non ideologizzarli, a non cadere nella trappola perversa degli scontri di civiltà e delle guerre di religione.
È bene rilevare che il fanatismo religioso non è una prerogativa del mondo islamico.
Terroristici sono i comportamenti e non le religioni e le culture. Vi sono e vi sono stati terrorismi occidentali, ed è purtroppo probabile che ve ne saranno in futuro, così come vi è un terrorismo islamico radicale, oggi in forma massimamente diffusa. Contro queste pratiche di lotta, equiparabili ai crimini di guerra e ai crimini contro l'umanità perseguiti dai tribunali internazionali, non bisogna condurre una guerra di religione, ma una lotta in difesa del diritto.
Un fenomeno per tanti versi ancora oscuro come quello del terrorismo non può di certo ridursi a una sola causa, sia essa culturale o religiosa, economica o sociale, politica o storica. V'è un insieme di fattori che intervengono e che spingono alla prudenza e a una grande umiltà, facendoci distinguere situazioni differenti, senza ricondurre a unità quello che, invece, è multiforme e complesso.
Anche allora: Viva la Muerte!
Quelle parole che inneggiano alla morte, "noi amiamo la morte", ci richiamano alla mente un antico episodio, ugualmente avvenuto in Spagna nel tragico periodo della guerra civile.
12 ottobre 1936. Nell'aula magna dell'Università di Salamanca si teneva una solenne cerimonia alla cui presidenza, come rettore dell'Università, era presente il grande filosofo basco Miguel de Unamuno. Prese la parola Millán Astray, generale della Spagna che era insorta con il generale Franco contro la Repubblica, anche in nome dei valori e della civiltà cristiana. Un altro oratore, il professor Francisco Maldonado, attaccò violentemente la Catalogna e le province basche, definendole "cancri della nazione". Dal fondo della sala qualcuno gridò il motto di Millán Astray: "Viva la Muerte!".
Unamuno lentamente si alzò e disse: "Sento un grido necrofilo e insensato: ‘Viva la Muerte!'. E io che ho trascorso la mia vita a creare paradossi che suscitavano la collera di coloro che non li afferravano, io devo dirvi, come esperto in materia, che questo barbaro paradosso mi ripugna".
A questo punto Millán Astray non riuscì più a frenarsi. "Abajo la inteligencia! - gridò - Viva la Muerte!". I falangisti acclamarono con grande strepito. Ma Unamuno riprese il suo discorso: "Questo è il tempio dell'intelletto. E io ne sono il sommo sacerdote. Siete voi che profanate il sacro recinto. Voi vincerete perché avete la forza bruta. Ma non convincerete. Perché, per convincere, dovrete persuadere. E per persuadere occorre proprio quello che a voi manca: ragione e diritto nella lotta. Ho finito".
Unamuno morì di crepacuore l'ultimo giorno dello stesso anno[1].
Ho richiamato questo episodio perché su fronti opposti, anche se in tempi diversi, è lo stesso grido che risuona: "Viva la Muerte!".
Dobbiamo avere molta accortezza, non farci prendere da facili emotività, cercare di ragionare e di cogliere le molteplici radici di certi fenomeni. Va prestata grande attenzione per non imporre al fenomeno la nostra interpretazione, solo perché noi vorremmo che così esso sia. Non esiste nulla di più pericoloso che cercare la scorciatoia facile che esime dal lungo e faticoso lavoro cui si sottopone chi cerca la Verità.
La caduta del muro di Berlino aveva illuso molti che si spalancassero le porte d'un mondo senza più conflitti. Andiamo scoprendo che, forse, stiamo per entrare in un nuovo conflitto mondiale, conflitto senza patrie, senza divise, senza bandiere, senza territori definiti.
Le categorie antiche di analisi si dimostrano insufficienti. Al fondo ci sentiamo tutti più poveri e più indifesi.
Siamo entrati nel terzo millennio con poche sicurezze e molti dubbi.
La nostra fede è chiamata a riesprimere l'essenziale, il nucleo irrinunciabile al di là del quale essa non esiste più e si dissolve nel nulla.
In un mondo che geme tra ombre di morte e terrore dell'ignoto, siamo chiamati all'annunzio di Verità: "Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa".
Sì! È vero! Noi amiamo la vita. E noi non possiamo non gridare, anche e soprattutto nel momento delle tenebre e della morte, il nostro viva alla Vita.
E. G.
[1] Cfr. H. Thomas, La guerra civil española, II, Grijalbo Mondadori, Barcelona 1976, 547-549.
11/03/2009
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