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Basta scorrere velocemente i titoli di cronaca di queste ultime settimane per osservare come  il flusso migratorio in Italia e in Europa continui. Continuano gli sbarchi clandestini, i cosiddetti viaggi della speranza che spesso finiscono tragicamente; continuano a suscitare dibattito e confronti i problemi dell’integrazione e dell’identità, della clandestinità e della legalità.
La situazione esplosa nella periferia di Parigi nelle scorse settimane suscita nuovi interrogativi e nuovi problemi.

Sono questioni legate alla presenza dello “straniero” sul nostro territorio e all’arrivo di sempre nuove ondate migratorie dai paesi del sud del mondo.
Si tratta di problemi che coinvolgono tutti i paesi europei.

Quello dell’immigrazione, infatti, è un dibattito politico e sociale aperto in Europa ormai da anni.
E’ un fenomeno di dimensioni globali, prodotto dei profondi squilibri tra Nord e Sud del mondo: è un processo inesorabile che coinvolge a livello planetario più di 150 milioni di persone, il 3% circa della popolazione mondiale.
Si cercano soluzioni, si cercano nuove politiche, si cerca: cosa fare?

Di fronte a questa domanda riproponiamo una riflessione di Emilio Grasso apparsa su “Missione Redemptor hominis” n. 58 (2001), ma che ci sembra di grande attualità. Senza la pretesa di dare soluzioni o formule preconfezionate, essa è un contribuire alla riflessione e al dibattito nell’ottica di chi cerca un’analisi razionale della questione e di chi vuole guardare all’immigrato nella realtà contestuale in cui si trova precipitato, senza idealizzarlo né demonizzarlo.




NON IDEALIZZARE O DEMONIZZARE GLI IMMIGRATI


di Emilio Grasso





Uno dei temi caldi al centro del dibattito politico in Europa è quello  dell’immigrazione legale e clandestina di persone provenienti da paesi non appartenenti alla Comunità Europea. 

Il dibattito ha implicanze culturali, religiose, etiche, economiche, giuridiche. Prefigura nuovi scenari e differenti assetti che implicano profonde trasformazioni nel tessuto connettivo delle diverse comunità statuali e nazionali.


Quando gli europei emigravano

Fino ad anni recenti l’Europa, nel suo complesso, ha conosciuto un forte flusso emigratorio e questo l’ha tenuta al riparo dalle correnti immigratorie.

Recentemente, di fronte al massiccio fenomeno immigratorio che interessa l’Europa, la Conferenza dei Superiori Provinciali dei Gesuiti europei ha ritenuto doveroso indirizzare all’opinione pubblica e ai governi una Dichiarazione in cui si sollecita con vigore un’accoglienza tollerante e costruttiva degli immigranti e di quanti richiedono asilo politico provenienti dai paesi extracomunitari.

In essa si ricorda che «anche gli Europei sono stati migranti in passato. Si calcola che circa 50 milioni di persone emigrarono dall’Europa tra il 1800 e il 1940 ... In paesi come la Spagna e l’Irlanda l’emigrazione è proseguita fino al 1970»1.

Se gli imprenditori vedono nell’immigrazione un’opportunità per colmare le lacune del mercato del lavoro dovute al calo demografico dei paesi europei, buona parte dell’opinione pubblica, dimenticando di essere stata vittima in passato degli stessi giudizi, tende a identificare immigrazione con criminalità, contrabbando, prostituzione.

Ben a ragione il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, in una recente intervista ha stigmatizzato la posizione di coloro che, da un lato, sostengono il diritto dei concittadini di cercare fortuna altrove e, nel contempo, lo negano a quanti vanno a cercare lavoro e condizioni di vita migliori nei paesi europei
2.

Il flusso migratorio, specialmente quello clandestino, tocca profondamente, come già accennato, differenti aspetti del vivere comune. è fondamentale, a mio avviso, tenerli tutti in considerazione senza procedere a indebite operazioni riduzioniste che riconducono la complessità del fenomeno a un’unica visuale, ritenuta risolutiva.

Il flusso migratorio, specialmente quello clandestino, tocca profondamente, come già accennato, differenti aspetti del vivere comune. è fondamentale, a mio avviso, tenerli tutti in considerazione senza procedere a indebite operazioni riduzioniste che riconducono la complessità del fenomeno a un’unica visuale, ritenuta risolutiva.

È di rilevante importanza non ideologizzare le situazioni scambiando ideale con reale e sfuggendo così al duro e molte volte ingrato lavoro dell’analisi attenta e paziente, del discernimento prudente, della ricerca del consenso per quell’ideale storico concreto che è compito proprio dell’azione politica.

La crisi delle illusioni

Dopo i grandi movimenti di mobilitazione attorno ai problemi terzomondiali, molti cercano nella questione immigratoria, unita a quella ecologica, un terreno di scontro e di rivincita per utopie rivoluzionarie.

Da parte opposta si assiste alla nascita di movimenti su base etnica e localista, molte volte a sfondo xenofobo, sciovinista e razzista, che oppongono a un mitico ideale universale l’assolutizzazione del principio di particolarità.

Basti qui accennare, pur con tutte le differenze storiche, organizzative e strategiche, alla «Lega» di Bossi in Italia, al «Vlaams Blok» belga, al «Front National» di Le Pen in Francia o alla presenza politica di Haider in Austria.

Il passaggio dalla società industriale a quella postindustriale, la caduta del muro di Berlino, la fine delle contrapposizioni ideologiche e il processo di costruzione europea avevano suscitato l’illusione che ormai un nuovo ordine internazionale fosse alle porte. Con esso si sarebbe anche creato un ethos di riferimento comune, basato non solo su d’una cultura europea comune, ma soprattutto su una finalità comune. Il presupposto di questa visione era l’esistenza di un nucleo irriducibile di elementi culturali, centro costitutivo della civiltà europea, che definirebbe i caratteri stessi della europeità.

Questi caratteri sarebbero rimessi in discussione dalla presenza di culture non-europee e, in modo del tutto particolare, dall’arrivo di extracomunitari di religione islamica.

Il sorgere di nuovi conflitti sociali, il venir meno di comuni valori di riferimento, l’avanzante processo di secolarizzazione delle società europee, i conflitti generazionali, le manipolazioni genetiche, la grande questione ecologica e la crisi degli Stati unitari  permettono di parlare di autentiche mutazioni antropologiche.

Lo straniero che arriva sospinto dalla ricerca d’una possibilità di vita si trova, senza preparazione, precipitato in un coacervo di problemi, di ricerche d’identità, di conflitti che non conosce e che non sono i suoi.


Per un’analisi razionale della questione

La questione dell’altro, del diverso, dello straniero assurge così a un ruolo ben superiore a quello della sua specifica importanza. Si tende, soprattutto in congiunture di crisi della società, a fare dello straniero il capro espiatorio d’ogni male.

Anche questa è la via breve e deresponsabilizzante con cui si cerca, attraverso la comoda scorciatoia dell’identificazione dello straniero con l’origine d’un male che non si vuole o semplicemente non si può dominare, di risolvere problemi che richiedono il passaggio da stereotipi mitici al controllo della ragione.

Ma sullo stesso piano, anche se di segno opposto, si collocano pure coloro che attribuiscono allo straniero, sic et simpliciter, un potenziale quasi magico di redenzione o di rivoluzione sociale.

Parlare dell’immigrato come del «Cristo stesso che bussa alla porta e che sceglie la più estrema umiltà per avvicinarsi a noi e per farsi amare» è un linguaggio che può avere significato all’interno di comunità di forte ispirazione mistica. Ma in esse, a rigor di logica evangelica, anche la prostituta o il ladrone o il bandito vanno accolti come Cristo che si avvicina per farsi amare.

Questo linguaggio, però, non può essere trasposto in una società secolarizzata in cui l’ispirazione cristiana è sempre più contestata alle radici.

Altri vedono negli immigrati il «nuovo proletariato» da cui ci si attende un con tributo fondamentale per quella rivoluzione che le «integrate» classi lavoratrici del ricco Nord del mondo sembrano aver messo nel dimenticatoio.

Il rispetto per l’immigrato – e il primo atto d’amore nei suoi confronti – esige di non idealizzarlo o demonizzarlo, ma vederlo nella realtà contestuale in cui si trova precipitato.

L’emigrazione, questo non va mai dimenticato, il più delle volte è frutto di necessità o costrizioni per situazioni di violenza subite.

Su questi fenomeni generati da profonde ingiustizie e condizioni di sfruttamento inumano non è lecito giocare a fare i poeti o i rivoluzionari.

Mentre il dibattito politico e culturale va avanti, alle frontiere continuano a premere uomini, donne e bambini alla ricerca d’un Eldorado che non esiste.

Il tragico della questione è che su questa ricerca di terre e cieli nuovi, sul sogno di nuovi orizzonti racchiuso nel cuore d’ogni uomo, i nuovi mercanti di carne umana lucrano ingenti ricchezze.
Anche l’emigrante è un business, un’occasione per illeciti profitti.

All’ombra di drammi e sofferenze si costruiscono ricchezze e posizioni di potere. Si creano nuove organizzazioni criminali e si saldano nuovi cartelli mafiosi.

Il problema richiede il coraggio di decisioni forti che toccano anche interessi ormai ben stabilizzati.

Che fare?

È la famosa domanda che si pose Lenin prima della Rivoluzione d’ottobre. È  nota la risposta e ancor più tragicamente noto l’esito finale del processo innestato da quella domanda.

Ma la domanda resta valida. Se, sulle strade del mondo, il Vangelo ci chiama ad amare con travolgente passione questa terra e questi uomini, ci lascia senza risposta sul come tradurre questa energia d’amore universale in realizzazioni storiche concrete per gli uomini particolari che costituiscono il nostro prossimo.

Non vi sono soluzioni o formule preconfezionate.

V’è solo il rischio da correre nel cercare ogni giorno la risposta da dare.

 




1 Provinciali Gesuiti europei, L’accoglienza degli immigrati in Europa, in «Aggiornamenti Sociali» 52 (2001) 167.
 

2 Cfr. Aggiornamenti Sociali, L’Unione Europea dopo il Vertice di Nizza. Intervista a Romano Prodi, in «Aggiornamenti Sociali» 52 (2001) 143.

 
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Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
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