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Per ricordare don Lorenzo Milani
Il 26 giugno 1967 moriva don Lorenzo Milani.
Di lui si è detto, si è parlato, si è scritto molto, ma non si sono esaurite la ricchezza, la bellezza, la profondità, la novità del suo messaggio e, soprattutto, della sua vita.
Don Lorenzo è presente anche nelle nostre origini e nella nostra storia, perché la sua persona e l'incontro con lui fanno parte delle radici, delle scelte e dell'esperienza sacerdotale di Emilio.
"Chi l'ha conosciuto - scrive Emilio in un articolo del 2007 che riproponiamo ai nostri lettori - può testimoniare di aver incontrato un uomo che viveva e moriva (lo vidi pochi giorni prima della morte) alla presenza di Dio e dei ragazzi della scuola.
L'amore alla scuola fu tale che nelle poche righe del suo testamento lasciato ai ragazzi troviamo scritto: ‘Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto'.
A tanti anni dalla morte di don Milani quell'‘I Care' scritto sulle pareti della scuola di Barbiana continua a testimoniare, continua a interrogare, continua a lanciare il suo messaggio.
Diventando l'‘unico responsabile' egli rendeva visibile nella prassi quell'ortodossia che aveva accolto nel giorno della conversione e della quale mai aveva dubitato.
Dio, il Vangelo, la Chiesa non si erano mai posti in lui come motivo di discussione".
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IL LINGUAGGIO COME STRUMENTO DI LIBERTÀ*
di Emilio Grasso
Parlare di don Milani, oggi, è quasi di moda. Nell'arco di questi quarant'anni si sono succeduti convegni, rievocazioni, dibattiti, sono stati pubblicati libri, sono stati girati film.
In un certo qual senso don Lorenzo Milani è diventato "un mito" che da più parti si cerca di classificare e incasellare in un luogo prestabilito per far quadrare i conti.
Nella sua Storia della Chiesa in Italia, padre Penco ne parla come di "una delle figure più singolari, e in un certo senso unica, della Chiesa del secondo dopoguerra"[1].
Quarant'anni fa non era così. Ricordo come in Seminario ne parlavamo quasi di nascosto e sottovoce. Eravamo solo in pochissimi ad averlo conosciuto e ad aver letto quel poco che aveva scritto. Questo perché don Milani era troppo scomodo, a destra come a sinistra, e forse ancor più negli ambienti ecclesiali. Era uno di quegli uomini pericolosi che in poche battute vanno all'essenziale e smascherano "i pensieri più reconditi del cuore", non permettendo che si possa continuare a parlare dei poveri senza fare per essi una precisa scelta di campo.
Chi era don Milani?
Lorenzo Milani nasce a Firenze il 27 maggio 1923, in una famiglia della borghesia agiata e colta[2]. Dalla parte materna eredita quella cultura ebraica che affonda le proprie radici nel mondo mitteleuropeo.
L'incontro con la Chiesa e la vocazione sacerdotale sono quasi contemporanei. Nel 1943 entra in Seminario, nel 1947 è ordinato prete.
Mandato come cappellano nella parrocchia di S. Donato a Calenzano, zona di fortissima presenza operaia e comunista, sperimenta subito la vanità e l'inutilità di tutta una prassi pastorale che tende a conservare e salvaguardare l'esistente laddove ormai si tratta di evangelizzare.
In questo contesto don Milani constata quanto fossero lontani gli operai dalla Chiesa e dalla società civile e la loro inferiorità rispetto ai coetanei, figli della borghesia.
Il rimedio che egli propone e attua è la scuola popolare. La sua esperienza produce contrasti e divisioni. Per questo viene allontanato e inviato in una parrocchia di montagna, Barbiana, di poche decine di contadini.
Nel 1957 pubblica Esperienze pastorali, un libro di quasi cinquecento pagine che costituisce uno stimolante saggio di sociologia religiosa.
Don Milani individua "nell'incapacità di esprimersi e di intendere l'espressione del pensiero altrui, per carenza linguistica e lessicale", la causa delle condizioni d'inferiorità e di estraneità degli operai e contadini[3].
Va tenuto presente il contesto politico-sociale dell'Italia del dopoguerra, ove le classi operaie e contadine pagano i pesantissimi prezzi della ricostruzione e di un capitalismo molte volte selvaggio e senza regole.
La scelta che fa don Milani è una precisa scelta di classe. La motivazione è intensamente ortodossa. Per questo don Milani rimane fino alla fine inattaccabile.
La lettera che scrive nel 1950 a un giovane comunista è, senza dubbio, una stupenda pagina di letteratura cristiana: "Ti manca il pane? Che vuoi che me ne importasse a me, quando avevo la coscienza pulita di non averne più di te, che vuoi che me ne importasse a me che vorrei parlarti solo di quell'altro Pane che tu dal giorno che tornasti da prigioniero e venisti colla tua mamma a prenderlo non m'hai più chiesto... Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: ‘Hai ragione'. Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all'unico grido di vittoria degno d'un sacerdote di Cristo: ‘Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro'"[4].
Don Milani scrive pagine stupende e piene di carica religiosa ed evangelizzatrice che, a più di mezzo secolo di distanza, mantengono la stessa intensità e attualità.
Egli sa che deve fare i conti con la storia e non può sfuggirla. In lui c'è tutto l'ardore del neofita e la passione dell'apostolo. In lui Dio e mondo sono ben distinti, ma non di certo separati.
A un amico che era rimasto turbato dai suoi atteggiamenti così scrive: "Dovrei arrendermi a 30 anni come s'arrende un vecchio scoraggiato e scettico? Dovrei buttarmi soltanto alla preghiera anche per questo? Rimettermi soltanto all'azione dello Spirito Santo? Lo faccio, credimi, ma lo faccio col rimorso di chi sa che l'abito che porta non è quello della Trappa, ma un abito che impegna a cercare anche le vie terrene di portare la Grazia"[5].
Esperienze pastorali non passa inosservato. Nonostante fosse uscito con l'imprimatur della Curia Vescovile di Firenze e la prefazione di un Arcivescovo, subisce una durissima critica in una recensione de "La Civiltà Cattolica"[6] e per ordine dell'allora Sant'Uffizio viene ritirato dal commercio e ne sono proibite ogni ristampa e traduzione.
Questo provvedimento non solo non soffoca, ma al contrario fa conoscere al di fuori di una piccola cerchia il priore di Barbiana.
La scuola di Barbiana
Barbiana è per don Milani come un esilio. Ma egli sa trasformare questa sperduta parrocchia di montagna in un luogo che risveglia le coscienze e chiama a riflettere sulla forma di essere e di presenza della Chiesa in Italia.
Barbiana, da luogo sperduto dell'Appennino toscano, diviene uno dei pochi luoghi-simbolo che sanno parlare alla coscienza e all'intelligenza dei giovani.
Anche a Barbiana don Milani insegna. La scuola è tutto. E lì a Barbiana non può che essere così. Una scuola che si apre all'universalità dell'umanità pur rimanendo sempre ancorata al concreto storico dei volti dei ragazzi che la frequentano.
Il suo linguaggio è tagliente, paradossale e provocatorio: interroga e scava.
In proposito così lo ricordano i ragazzi di Calenzano: "Quando don Lorenzo lo riteneva necessario si esprimeva con toni forti e polemici utilizzando anche affermazioni paradossali per mettere in crisi convinzioni e certezze e per abituare le persone a riflettere"[7].
In don Milani Dio e i poveri si richiamano a vicenda e la scuola costituisce quasi un "ottavo Sacramento"[8].
Un'attenta lettura critica dell'opera di don Milani, con il distacco che danno i quarant'anni dalla morte, permette una maggiore obiettività di fronte a una serie di accuse che dovette subire in vita.
Una di queste, e non la meno grave, fu quella d'un certo illuminismo della sua proposta pastorale. Così si esprimeva il Card. Ermenegildo Florit in una lettera indirizzata a don Lorenzo pochi mesi prima della sua morte: "Questo, in fondo, era il difetto anche del tuo libro Esperienze pastorali, nel quale la battaglia contro ogni altro metodo pastorale che non fosse la scuola (così almeno fu inteso) ti fece apparire un po' illuminista"[9].
Ora la scelta de la scuola va intesa solo a partire dalla questione dell'evangelizzazione che don Milani comprende con intuito pastorale essere ormai la questione ineludibile anche della Chiesa italiana[10].
Egli affronta il problema là ove si trova, nel contesto socio-culturale che gli è dato vivere, esaminando e cercando d'interpretare la realtà storica nella quale è situato.
La scelta evangelizzatrice è centrale nel progetto pastorale di don Milani. È la chiara scelta di chi si riconosce soltanto uno strumento nelle mani di Dio, tramite nell'incontro tra la grazia di Dio e la libertà dell'uomo.
"Dio - scrive in Esperienze pastorali - non mi chiederà ragione del numero dei salvati nel mio popolo, ma del numero degli evangelizzati. Mi ha affidato un Libro, una Parola, mi ha mandato a predicare ed io non me la sento di dirgli che ho predicato quando so con certezza che per ora non ho predicato, ma ho solo lanciato parole indecifrabili contro muri impenetrabili, parole di cui sapevo che non sarebbero arrivate e che non potevano arrivare"[11].
Si tratta di dare quel "minimo di strumentario tecnico senza del quale non è possibile sostenere un dialogo"[12].
Resta, poi, il problema della scelta personale d'ognuno. E su questo don Milani è di un'estrema chiarezza.
"Non che io abbia della cultura una fiducia magica, come se essa fosse una ricetta infallibile, come se i professori universitari fossero automaticamente tutti più cristiani e avessero il Paradiso assicurato mentre il Paradiso fosse precluso agli indotti pecorai di questi monti. È che i professori se vogliono possono prendere in mano un Vangelo o un Catechismo, leggerli e intendere. Dopo poi potranno fare il diavolo che vorranno: buttarli dalla finestra o metterseli in cuore, s'arrangino, se sceglieranno male sarà peggio per loro"[13].
È in questo senso che va compresa questa espressione di don Milani: "La scuola mi è sacra come un ottavo Sacramento. Da lei mi attendo (e forse ho già in mano) la chiave, non della conversione, perché questa è segreto di Dio, ma certo dell'evangelizzazione di questo popolo"[14].
Ai tanti che proclamano un amore universale, ma nel frattempo fuggono sempre e non si legano mai a nulla, don Milani ricorda il carattere concreto del vero amore: un impegno totale, fino alla morte, è sempre un impegno particolare.
"Si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio. E siccome l'esperienza ci dice che all'uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più. ... Quando avrai perso la testa, come l'ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle[15], nella meraviglia di coloro che scoprono se stessi, dopo morti, amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto"[16].
In un'altra lettera scritta a un noto intellettuale fiorentino chiarisce ancor meglio il suo pensiero: "Fatti apostolo tra i tuoi compagni laureati cattolici per dar vita a una grandiosa scuola popolare a Firenze. Non come un dono da fare ai poveri, ma come un debito da pagare e un dono da ricevere. Non per insegnare, ma solo per dare i mezzi tecnici necessari (cioè la lingua) ai poveri per poter insegnare essi a voi le inesauribili ricchezze di equilibrio, di saggezza, di concretezza, di religiosità potenziale che Dio ha nascosto nel loro cuore quasi per compensarli della sperequazione culturale di cui son vittime. La scuola sarà evidentemente intitolata a Socrate e non al Sacro Cuore appunto in omaggio di questo arrendersi della cultura e del tipo di cattolicesimo imperante difronte ai nuovi eletti. Non consegneremo loro dunque le cose che abbiamo costruito e che stanno cadendo da tutte le parti, ma solo gli arnesi del mestiere (cioè più che altro la lingua, le lingue ecc.) perché costruiscano loro cose tutte diverse dalle nostre e non sotto il nostro alto patronato né paterna compiacenza"[17].
La scuola di Barbiana ebbe la capacità di parlare a tutta l'Italia e superò i confini del paese.
Una lettera sul problema dell'obiezione di coscienza[18] e un'altra sul carattere di classe della scuola che discrimina i poveri e privilegia i ricchi[19] sono diventati due documenti letti e discussi a vari livelli. Il suo metodo d'insegnamento, se di metodo pedagogico si vuol parlare, è l'appello e il risveglio continuo della coscienza.
Se la cultura dominante paralizza le coscienze, le rende inerti, subalterne, gestite, eterodirette, la grandezza di Milani è l'aver colpito il centro di questo sistema, di qualunque colore fosse. Il suo fu un annuncio profetico-messianico, il cui punto decisivo è il passaggio dallo stato d'inerzia allo stato di libertà, dallo stato di subordinazione allo stato di autonomia, dallo stato di servitù dei faraoni allo stato di libertà della Terra Promessa. Fu questa l'intuizione fondamentale della pedagogia milaniana[20].
"La scuola - scrive don Milani - siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. ... E il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i ‘segni dei tempi', indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso"[21].
È più che certo che in questa intuizione don Milani conserva tutta la sua originalità. Tuttavia, qui non posso fare a meno di ascoltare l'eco del pensiero di san Bernardo nel suo relazionarsi con i giovani. All'inizio del XIII secolo, in un sermone su san Bernardo, Filippo, Cancelliere dell'Università di Parigi, affermava che il cammino dei giovani era molto difficile da comprendere e lo comparava a un vino nuovo e spumeggiante già pronto per essere consumato, ma non ancora ben chiarificato[22].
Per padre Ernesto Balducci, la profonda intuizione antropologica che sta alla base dell'esperienza educativa di don Milani è che la vera cultura non è quella che si trasmette, ma è quella che la coscienza produce da sé una volta che si decida a perseguire, con tutti gli strumenti necessari, la propria liberazione.
A Barbiana i ragazzi imparano a esprimersi con la "tecnica umile" di un lavoro fatto insieme, l'uno con l'altro, in cui nessuno educa nessuno, ma tutti si educano insieme[23].
Queste sono le sue regole per scrivere:
1. "Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti.
2. Sapere a chi si scrive.
3. Raccogliere tutto quello che serve.
4. Trovare una logica su cui ordinarlo.
5. Eliminare ogni parola inutile.
6. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando.
7. Non porsi limiti di tempo"[24].
A partire dal dato concreto che sono i volti dei ragazzi, la scuola di Barbiana si apriva all'universalità della condizione umana e non vi era nulla che non interessasse e stimolasse l'attenzione di tutti.
Su una parete della scuola v'era scritto "I Care". Era il motto intraducibile dei giovani americani migliori. Venne tradotto: "Me ne importa, mi sta a cuore".
L'eredità di don Milani
Oggi, in Italia, Barbiana, la scuola popolare, le rigide mentalità classiste sembrano un ricordo d'altri tempi.
La stessa problematica ecclesiale è profondamente cambiata. La cultura teologica di cui si nutrì don Milani era ancora fondamentalmente una cultura tridentina.
In lui vi era una stretta identificazione tra la fede e le formulazioni cattoliche di tipo catechistico.
"Siamo nella Chiesa - scrive nel 1959 - apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. Queste rotaie... sono nel Catechismo Diocesano e per portarsele in casa bastano 75 lire. Dopo di che sai preciso cosa puoi dire e cosa no. Tutto quel che non è proibito è permesso e credimi che non è poco"[25].
Eppure proprio in questa rigidità consiste il paradosso di don Milani. Un paradosso che ancora oggi parla, interroga e indica un cammino di rinnovamento.
Con acume Balducci parla di messaggio, non di modello. Il messaggio non si imita mai, è sempre un appello a nuove creazioni[26].
Il messaggio di don Milani è il paradosso di una obbedienza che genera disobbedienza e di una disobbedienza che si appoggia e si giustifica sull'obbedienza. In lui obbedienza - povertà - celibato formano un tutto inscindibile.
Il celibato rende possibile la totalità del dono. Egli aveva scelto la vita dei poveri senza riservare niente per sé. Osserva Balducci che chi fa questa scelta sa di essere un uomo finito. Questo è stato il suo modo di incontrare e di vivere Gesù Cristo[27].
Serrato nelle rotaie della "ortodossia", completamente dimentico di sé nel dono fecondo del suo corpo mangiato quotidianamente come pane eucaristico, don Milani in una situazione impossibile realizzò l'impossibile: Barbiana, "una chiesa e le case sparse fra boschi e campi, in tutto 39 anime"[28], divenne una voce che parlò alla storia della Chiesa e della società italiana, giungendo al di là dei confini nativi.
Da qui si sprigionò il messaggio del paradosso della profonda fedeltà dell'obbedienza di don Milani: "Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile"[29].
Da questo sentirsi "unico responsabile" don Milani non si ritrasse.
Il professore Julio Ramos, nel testo del suo ultimo atto accademico come docente di Teologia pastorale nell'Università Pontificia di Salamanca ha scritto: "Nella dignità umana si trova il cardine di tutta la sua opera nelle scuole. Fare in modo che l'uomo sia uomo, dargli dignità, portarlo al massimo delle sue possibilità umane. E questa sarà la via migliore per il Vangelo. Perciò non stupisce che egli veda - nel suo lavoro e in tutti i lavori - la cultura come autentica evangelizzazione. ... C'è un tema che ho lasciato alla fine perché, in realtà, è il primo: quello del linguaggio. Fare di esso il centro dell'educazione, perché, in fondo, qui sta il problema della trasmissione della fede, della sua autenticità e della sua proposta. Se vi è una cosa che ripugna al parroco di San Donato è dover mutilare e ridurre il Vangelo affinché possa essere compreso, invece di lavorare sul linguaggio che metta i poveri in contatto con le radici della fede. Alla fine, scuola e Chiesa concordano sul modo di generare un nuovo uomo e, attraverso di lui, trasformare la società, le relazioni umane, il mondo del lavoro, la solidarietà tra gli uomini"[30].
Chi l'ha conosciuto può testimoniare di aver incontrato un uomo che viveva e moriva (lo vidi pochi giorni prima della morte) alla presenza di Dio e dei ragazzi della scuola.
L'amore alla scuola fu tale che nelle poche righe del suo testamento lasciato ai ragazzi troviamo scritto: "Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto"[31].
A quarant'anni dalla morte di don Milani quell'"I Care" scritto sulle pareti della scuola di Barbiana continua a testimoniare, continua a interrogare, continua a lanciare il suo messaggio.
Diventando l'"unico responsabile" egli rendeva visibile nella prassi quell'ortodossia che aveva accolto nel giorno della conversione e della quale mai aveva dubitato.
Dio, il Vangelo, la Chiesa non si erano mai posti in lui come motivo di discussione.
"Quando una cosa ti è davanti agli occhi come una realtà oggettiva e ben palpabile - scriveva nel 1959 - non perdi tempo a rammentarla e descriverla e difenderla ogni cinque minuti. ... Non potrei vivere nella Chiesa neanche un minuto se dovessi viverci in un atteggiamento difensivo e disperato. Io ci vivo e ci parlo e ci scrivo colla più assoluta libertà di parola, di pensiero, di metodo, di ogni cosa. Se dicessi che credo in Dio direi troppo poco perché gli voglio bene. E capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza"[32].
Pochi mesi prima della morte, ormai distrutto dalla malattia, in una delle ultimissime lettere annota: "Volevo scrivere sulla porta ‘I don't care più', ma invece me ne care ancora molto..."[33].
In uno dei biglietti scritti poche ore prima della morte si legge: "Ora comincio a essere stanco oltre i limiti della mia capacità. Ma spero che non sia una bestemmia"[34].
Don Lorenzo Milani morì a 44 anni il 26 giugno 1967. Fu rivestito con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna. Dopo la sua morte anche le ultime famiglie lasciarono Barbiana.
* Pubblicato in E. Grasso, Mundo de campesinos, campesinos del mundo. Pautas para una pastoral campesina, Centro de Estudios Redemptor hominis, San Lorenzo (Paraguay) 2007, 57-71.
[1] G. Penco, Storia della Chiesa in Italia, II. Dal Concilio di Trento ai nostri giorni, Jaca Book, Milano 1978, 562.
[2] Come biografia di don Milani, cfr. N. Fallaci, Dalla parte dell'ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani, Milano Libri Edizioni, Milano 1974; cfr. M. di Giacomo, Don Milani. Tra solitudine e vangelo, Borla, Roma 2002. Per quanto concerne l'ambiente in cui don Milani è vissuto da sacerdote e ha maturato le sue scelte religiose, sociali e politiche, cfr. R. Francesconi, L'esperienza didattica e socio-culturale di Don Lorenzo Milani, Centro Programmazione Editoriale, Bomporto (MO) 1976. Fondamentale, perché ha introdotto l'esperienza di don Milani nei paesi ispano-americani, rimane lo studio di J.L. Corzo Toral, Lorenzo Milani, maestro cristiano. Análisis espiritual y significación pedagógica, Universidad Pontificia (Bibliotheca Salmanticensis. Estudios 47), Salamanca 1981.
[3] Cfr. L. Milani, Esperienze pastorali, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1957, 221.
[4] Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana. A cura di M. Gesualdi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1970, 4-5.
[5] L. Milani, Esperienze pastorali..., 467.
[6] Cfr. A. Perego, Le Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani, in "La Civiltà Cattolica" 109/III (1958) 627-640. Per una rilettura di quella recensione e del suo significato, cfr. la relazione di G. De Rosa in A trent'anni da "Esperienze pastorali" di don Lorenzo Milani. Atti del convegno di Calenzano 16-17 dicembre 1988. A cura di M. Sorice, Giunta Regionale Toscana-Franco Angeli, Firenze-Milano 1990, 48-56.
[7] Gruppo don Milani - Calenzano, Don Lorenzo Milani. Riflessioni e testimonianze a trent'anni dalla morte, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1997, 82. Esemplare, in tal senso, la lettera scritta a Nicola Pistelli, direttore del settimanale "Politica". In essa abbiamo un "saggio" del linguaggio provocatorio di don Milani, cfr. Lettere di don Lorenzo Milani..., 122-137.
[8] Sul tema della "scuola come ottavo Sacramento", cfr. M.S. Calicchia - R. Lanfranchi, La scuola e la parola. Una scelta di don Lorenzo Milani per la piena umanizzazione dei giovani, Libreria Ateneo Salesiano, Roma 1992, 15-42.
[9] Lettere di don Lorenzo Milani..., 282.
[10] Cfr. E. Grasso, La coscienza missionaria della Chiesa in Italia dal Concilio ad oggi, in "Neue Zeitschrift für Missionswissenschaft" 54 (1998) 23-34.
[11] L. Milani, Esperienze pastorali..., 201.
[12] L. Milani, Esperienze pastorali..., 189.
[13] L. Milani, Esperienze pastorali..., 200.
[14] L. Milani, Esperienze pastorali..., 203.
[15] Probabilmente don Milani si riferisce al giudizio finale descritto in Mt 25, 31-46.
[16] Lettere di don Lorenzo Milani..., 277-278.
[17] Lettere di don Lorenzo Milani..., 34.
[18] Cfr. L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1971.
[19] Cfr. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1972. Per una rilettura della scuola di Barbiana in rapporto alla scuola degli anni duemila in Italia, cfr. M. Lancisi, La scuola di don Lorenzo Milani. Una lezione per i genitori, gli insegnanti e gli studenti, Edizioni Polistampa, Firenze 1997.
[20] Cfr. E. Balducci, L'insegnamento di don Lorenzo Milani. A cura di M. Gennari, Edizioni Laterza, Roma-Bari 1995, 109-110.
[21] Cfr. L'obbedienza non è più una virtù..., 36-37.
[22] Cfr. J. Leclercq, Saint Bernard et les jeunes, in "Collectanea Cisterciensia" 30 (1968) 126.
[23] Cfr. E. Balducci, L'insegnamento di don Lorenzo Milani..., 67; cfr. F. Gesualdi - J.L. Corzo Toral, Don Milani nella scrittura collettiva, Postfazione di P. Freire, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1992.
[24] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa..., 20. Si è indagato sul rapporto di don Milani con Freire. Con ogni probabilità don Milani non fu a conoscenza e non ebbe notizia di Freire, cfr. G. Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi, Milano 1996, 140.
[25] Lettere di don Lorenzo Milani..., 122.
[26] Cfr. E. Balducci, L'insegnamento di don Lorenzo Milani..., 50.
[27] Cfr. E. Balducci, L'insegnamento di don Lorenzo Milani..., 25.
[28] Cfr. Lettere di don Lorenzo Milani..., 192.
[29] L'obbedienza non è più una virtù..., 51.
[30] J. Ramos, Presentación del libro "Experiencias Pastorales" de Lorenzo Milani. Fiesta de la Facultad de Pedagogía, in M.A. Pena González - J.R. Flecha Andrés - A. Galindo García (eds.), Gozo y esperanza: memorial Prof. Dr. Julio A. Ramos Guerreira, Universidad Pontificia (Bibliotheca Salmanticensis. Estudios 285), Salamanca 2006, 86.
[31] Lettere di don Lorenzo Milani..., 324.
[32] Lettere di don Lorenzo Milani..., 139-140.
[33] Lettere di don Lorenzo Milani..., 321.
[34] Cit. in N. Fallaci, Dalla parte..., 506.
24/06/08
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